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mori-mascheraNuove prove al processo di appello per la mancata cattura di Provenzano
di Lorenzo Baldo - 26 settembre 2014
Palermo. “Il pubblico ministero intende dimostrare che l’imputato Mori, pur dopo la sua formale fuoriuscita dai Servizi segreti, nei quali peraltro ha fatto rientro al termine della sua carriera nei Carabinieri divenendo direttore del Sisde, ha sempre mantenuto, pur durante il servizio prestato nel Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, il modus operandi tipico di un appartenente a strutture segrete, perseguendo finalità occulte, non imputabili allo Stato in quanto non supportate da procedure legalitarie di accreditamento istituzionale previste dall’Ordinamento, e che, per tale motivo, egli ha sistematicamente disatteso i doveri istituzionali gravanti sugli ufficiali di P.G. tenuti ad attenersi alle norme del codice di procedura penale e i doveri di lealtà istituzionale nei confronti della magistratura, traendo in inganno i magistrati anche mediante l’omessa comunicazione della verità degli avvenimenti o avallando la rappresentazione di versioni false degli avvenimenti”.

Nell’aula bunker del Pagliarelli il Procuratore Generale di Palermo, Roberto Scarpinato, legge la prima parte della memoria illustrativa delle richieste di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale al processo di appello per la mancata cattura di Provenzano. Un paio di file dietro di lui i due imputati Mario Mori e Mauro Obinu sono terrei in volto. Gli ex ufficiali del Ros ascoltano una dopo l’altra le motivazioni contenute nel documento della Procura Generale. Documento che, suddiviso in capitoli, viene letto ugualmente dal co-firmatario Luigi Patronaggio, sostituto procuratore generale. Tra le nuove indagini della Procura di Palermo, nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, che sono arrivate nelle mani di Scarpinato e Patronaggio (confluite in questo processo di Appello), rispuntano i tanti misteri che ruotano attorno alla figura del generale Mori. Con dovizia di particolari viene evidenziata la sua carriera nel Sid nel periodo di reggenza del Generale Vito Miceli, iscritto alla P2 ed inquisito per le vicende dell’organizzazione della destra eversiva “La Rosa dei Venti”. Sul punto specifico la Procura Generale chiede alla Corte d’Appello, presieduta da Salvatore Di Vitale, di ascoltare in aula l’ex colonnello Mauro Venturi (che ha prestato servizio nel Sid unitamente a Mori) per riferire sulle  metodologie operative dell’odierno imputato nella fattispecie: intercettazioni abusive sui suoi superiori, preparazione di dossier anonimi (alcuni dei quali redatti presso la sede del giornale di Mino Pecorelli “Op”), l’invito ad entrare nella P2 in una lista segreta ed altro ancora. Vengono richieste ugualmente le audizioni dell’ex capo del Dap Giovanni Tamburino, all’epoca giudice istruttore che si occupò dell’inchiesta sulla “Rosa dei Venti”, di diversi esponenti delle forze dell’ordine e di alcuni collaboratori di giustizia. Nel documento della Procura Generale vengono inoltre illustrati i rapporti di Mori con Gianfranco Ghiron (operante nei Servizi con il criptonimo di “Crocetta”, esponente della destra eversiva) e con suo fratello Giorgio Ghiron, avvocato di Vito Ciancimino condannato per riciclaggio. Nella memoria i pm scrivono che intendono dimostrare come Mori avesse un “diretto canale di comunicazione” con il Ciancimino attraverso “le comuni conoscenze coltivate dal Mori durante la sua permanenza ai Servizi”. Viene ugualmente richiesta l’acquisizione dell’agenda dell’ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada (condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa) al fine di dimostrare i “ripetuti costanti rapporti” intrattenuti da quest’ultimo con Mori.

Da Impastato a Borsellino
Nel documento di Scarpinato e Patronaggio si fa riferimento alle dichiarazioni della vedova di Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto, sul “gravissimo turbamento” che aveva colto il marito dopo aver appreso dei rapporti con la mafia dell’ex Generale Antonio Subranni, diretto superiore di Mario Mori. La citazione riguarda i “pezzi infedeli” dello Stato e il “timore” dello stesso Borsellino di “essere osservato dai Servizi segreti deviati”. I magistrati chiedono anche di acquisire la relazione della Commissione Antimafia sull’omicidio di Peppino Impastato nella quale si evidenzia “il ruolo di Subranni nell’accreditare la pista terroristica a tutto discapito degli elementi investigativi”.

Ilardo, il confidente
“L’infiltrato Ilardo Luigi – si legge ancora nella memoria – pochi giorni prima di essere assassinato, aveva anticipato all’imputato Mori che avrebbe rivelato ai magistrati quanto di sua conoscenza sul generale Subranni e sul ruolo di pezzi deviati delle Istituzioni nella stagione dello stragismo”. I pm evidenziano che tali dichiarazioni sono state “ribadite e approfondite” nell’interrogatorio del 17 luglio 2014 reso dal colonnello in pensione Michele Riccio che a metà degli anni ’90 aveva raccolto le confidenze di Ilardo. A dimostrazione della falsità delle denigrazioni rivolte dall’Arma a Riccio (a seguito di quanto da lui dichiarato sulla mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso) la Procura  Generale chiede di acquisire le sentenze di condanna di primo e secondo grado nei confronti dell’altro imputato, Mauro Obinu, e del teste Gen. Giampaolo Ganzer, per “fatti-reato del tutto analoghi a quelli ascritti al tenente colonnello Riccio” al fine di “dimostrare che i medesimi comportamenti addebitati al colonnello Riccio per screditare la sua attendibilità generale come teste, e cioè illegalità consumate in occasione di ritardati sequestri e di acquisti di sostanze di stupefacenti sotto copertura, lungi dall’essere un comportamento isolato ascrivibile al solo Riccio, rappresentavano viceversa quasi una modalità operativa di alcuni segmenti del Ros”.  

Quell’operazione bloccata a Mezzojuso
La mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso rappresenta per Scarpinato e Patronaggio “un paradigma operativo” tipico dei Servizi segreti, una metodologia contrassegnata da “gravissime anomalie”. Nella memoria illustrativa viene sottolineato che Mori e Obinu hanno mantenuto una serie di comportamenti tendenti a “depotenziare e a minimizzare” l’attività investigativa condotta dal colonnello Riccio volta alla cattura di Provenzano. Per i pm c’è stato quindi un “intenzionale ritardo nello sviluppo investigativo dei dati forniti dal Riccio agli imputati che, ove correttamente e tempestivamente sviluppati, avrebbero non solo permesso di catturare il Provenzano ma altresì di smantellare la rete di fiancheggiatori del boss corleonese”.

Carta canta
Nel documento si legge ancora che “l’attenta rilettura dell’informativa ‘Grande Oriente’ e dell’informativa ‘APICE’, anche alla luce delle ulteriori spiegazioni offerte dal teste Col. Riccio, ha permesso di accertare che la strumentazione tecnica messa a disposizione del col. Riccio dagli agenti della CIA era assolutamente affidabile per localizzare il latitante senza far correre alcun pericolo all’informatore”. I magistrati evidenziano che, senza alcun dubbio, potevano essere effettuati servizi di osservazione sui luoghi frequentati da Provenzano nel circondario di Mezzojuso, così come verificato dallo stesso Riccio e dagli accertamenti tecnici disposti dalla Procura Generale. Scarpinato e Patronaggio evidenziano che “nessun sviluppo investigativo fu effettuato dagli uomini dell’Anticrimine di Caltanissetta nonostante già dal servizio di osservazione del 31/10/95 al bivio di Mezzojuso potessero essere effettuate identificazioni di uomini e mezzi di trasporto”. Ma soprattutto viene rimarcato che all’epoca vi furono “omissioni e ritardi nella identificazione e nello sviluppo investigativo di soggetti di sicuro interesse”, boss mafiosi come: Salvatore Ferro, Simone Castello, Giovanni Napoli, Nicola La Barbera, Salvatore La Barbera, Antonino La Barbera, Lorenzo Vaccaro, Domenico Vaccaro e Antonino Cinà. “Nessuno dei quali – evidenziano i pm – fu sottoposto nell’immediatezza dei dati forniti dalla fonte ad intercettazione di comunicazioni”. Viene ribadito infine che i contatti fra Riccio e Mori “furono continui” e che, in particolare, “Riccio effettuò in ordine alle confidenze ricevute dall’Ilardo relazioni di servizio, redatte su supporto informatico a Roma negli uffici del Ros, che furono sistematicamente ignorate dal Mori, dall’Obinu e dal Cap. Damiano, almeno fino all’uccisione dell’Ilardo e alla stesura dell’informativa ‘Grande Oriente’”.

Riascoltate Riccio!
La ragione della richiesta di ascoltare nuovamente il teste principale di questo processo è alquanto esplicita. Per la Procura Generale appare del tutto opportuno esaminare il colonnello Riccio così da capire “l’animus degli imputati nel porre in essere le condotte loro contestate”. Del resto a Riccio verrà chiesto ugualmente quanto appreso da Mori in merito alla “necessità di smantellare la credibilità dei collaboratori di giustizia” e sull’“auspicio” di “un nuovo assetto politico che, grazie anche a personaggi politici come il Senatore Marcello Dell’Utri, definito punto di riferimento, stabilisse rapporti di egemonia dell’Arma dei Carabinieri nella direzione delle indagini rispetto alla magistratura, nonché il divieto impostogli da Mori di effettuare indagini su taluni esponenti politici”.

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DOSSIER Michele Riccio

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