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riina-appoggiato-sulle-sbarredi Lorenzo Baldo - 22 luglio 2014
Nelle nuove intercettazioni della Dia la conferma dei contatti “esterni” del capo di Cosa Nostra
Palermo.
E’ il 19 agosto del 2013 quando Totò Riina parla con il suo compagno di ora d’aria Alberto Lorusso mentre la Dia li intercetta. Il capo di Cosa Nostra si rivolge alla persona che possibilmente è stata messa lì da determinati apparati apposta per raccogliere le sue confidenze. “Mi dispiace – esordisce Riina –, mi dispiace prendere certi argomenti, cioè… questo Binnu Provenzano chi è che gli dice di non fare niente? Qualcuno ci deve essere che glielo dice. Perché non devo fare niente? La cosa… quindi tu collabori con questa gente… a fare il carabiniere pure… e non dici… a rispondergli giusto, regolarmente, e dirgli: perché devo fare questo? Qual è il motivo… cioè?”. Le parole dell’anziano boss (che verranno depositate al processo sulla trattativa Stato-mafia) riportano l’attenzione sulle entità “esterne” che in passato hanno interagito con i capi assoluti di Cosa Nostra. Ma chi sarebbe colui che avrebbe detto a Provenzano di “non fare niente” durante una fase della trattativa? E soprattutto a chi si riferisce Riina quando parla di “certa gente” con la quale Provenzano, a suo dire una sorta di “carabiniere”, avrebbe collaborato? “Erano i tempi di Binnu – prosegue il boss di Corleone – … inc… i tempi del piccolo Binnu sono finiti. Ai tempi miei, di Totò Riina… inc …u zu Totò Riina… solo trattava cose e persone importanti. Però… è inutile questo trio… di uomini… non ce n’è che a trovare le idee di un cristianu… che si mettono a disposizione per fare i carabinieri…”. Il capo di Cosa Nostra mette nero su bianco un concetto chiave nel ginepraio della trattativa tra Stato e mafia: lui, Riina, “trattava cose e persone importanti”. Ma chi sono queste persone e cosa intende dire il capo di Cosa Nostra quando si riferisce a coloro “che si mettono a disposizione per fare i carabinieri”?

Quelle “persone importanti”
Leggendo le intercettazioni di Riina vengono in mente alcune vecchie dichiarazioni dell’ex boss di Porta Nuova Salvatore Cancemi (deceduto nel 2011). Durante la sua collaborazione Cancemi aveva riferito quanto gli era stato confidato dall’amico Raffaele Ganci, capo mandamento della famiglia della Noce, mentre si trovavano in auto di ritorno da Capaci dove si erano recati per verificare i preparativi della strage. Parlando della delicatezza dell’attentato Ganci aveva tranquillizzato Cancemi assicurandogli che “u zu Totuccio si è incontrato con persone importanti”. Seguendo le regole di Cosa Nostra lo stesso Cancemi si era ben guardato dal chiedere chi fossero costoro. Solo più avanti Riina gli aveva fatto i nomi di alcune di quelle “persone importanti” con riferimento a Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Dal canto suo Riina aveva più volte invitato i suoi uomini a mantenere la calma e soprattutto ad essere pazienti poiché “le persone” con cui era in contatto occorreva “coltivarle ora e nel futuro di più” perché era “un bene per tutta Cosa Nostra”. Le parole di Cancemi si collegano indubbiamente con le intercettazioni di Riina depositate nel mese di gennaio di quest’anno. “Totò Cancemi – raccontava Riina a Lorusso – dice che dobbiamo inventare che la morte di Falcone .... che ci devi inventare, gli ho detto? Lui (Cancemi, ndr) ha detto ... inc ... gli ho detto: se lo sanno la cosa è finita”. Perché Totò Cancemi aveva proposto al suo capo di “inventare” qualcosa in merito alla strage di Capaci? Bisognava forse fornire una versione “ufficiale” al popolo di Cosa Nostra per evitare che si scoprissero specifici retroscena di quell’eccidio? Era indispensabile nascondere una compartecipazione esterna a Cosa Nostra? Qualcuno che doveva rimanere invisibile agli occhi dei sodali del boss di Corleone? E soprattutto: perché Riina si preoccupava che “la cosa”, se si venisse a sapere, era “finita”? Sarebbe forse crollata la sua immagine di capo assoluto che non prende ordini da nessuno, né tanto meno fa accordi con pezzi dello Stato?

Chi ha fottuto Provenzano?
A un certo punto della trascrizione della Dia si legge che Totò Riina affronta la questione delle condizioni di salute del suo sodale: “… inc … quello (Provenzano, ndr) è un bambino che adesso si è ammalato… però… Binnu… non capisco… come lo hanno fottuto… disgraziati…”. Ma chi sono quelli che “hanno fottuto” Provenzano? Chi sono quelli che Riina definisce “disgraziati”? Con il suo solito amplomb Alberto Lorusso replica diplomaticamente: “eh… non si può fare niente, contro le malattie non si può fare niente, le malattie”.

Blocchi di soldi
“Lui (Bernardo Provenzano, ndr) i picciuli ce li ha. Tanto è vero che la moglie ce li ha conservati… ce li ha messi a gazzane”. Riina parla dei soldi di Binnu senza mezzi termini. Gli investigatori evidenziano che letteralmente, in siciliano, il termine “gazzane” sta ad indicare scompartimenti, mensole e ripiani, ma nel linguaggio dialettale parlato sta a significare che quei soldi li ha sistemati in blocchi. “Però io – prosegue Riina – ce lo avevo detto… Binnu… usciamone … e lui mi ha detto: per ora sono messo, che so… ci sono cristiani… Che ti hanno detto le persone? Perfetto!”. Anche in questo caso il linguaggio è alquanto criptico. Perché Riina consiglia a Provenzano di uscirsene (da cosa?) e chi sono le “persone” a cui si riferisce? Nell’ultimo stralcio di questa intercettazione il capo di Cosa Nostra si lascia andare ad ulteriori commenti sul suo compare. “Eh Binnu – confida Riina a Lorusso – … inc … meschino, mi è dispiaciuto, era una persona, era un grande uomo ed un signore, un grande uomo ed un signore… inc … era serio”. A questo punto gli inquirenti sottolineano che la conversazione si fa indecifrabile a causa del tono della voce molto basso e per via dei rumori provenienti dall’esterno, ma le cimici riescono a captare una frase emblematica dello stesso Riina: “Nino Madonia, i Madonia… tutti e tre…”. Un riferimento ai noti “collegamenti” della famiglia mafiosa dei Madonia con alcuni apparati dello Stato?

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