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borsellino-intercettazioni-riinaNuove conversazioni con Lorusso depositate agli atti del processo trattativa
di Aaron Pettinari - 22 luglio 2014
Cosa nostra sapeva esattamente dove e quando colpire il giudice Borsellino. Lo sapeva perché teneva sotto controllo il telefono dello stesso o dei suoi familiari e a raccontarlo è lo stesso Totò Riina, in una conversazione intercettata durante l'ora d'aria con Alberto Lorusso, al carcere Opera di Milano. Che il capo dei capi, nei suoi dialoghi con il controverso detenuto pugliese, aveva parlato specificatamente della strage di via d'Amelio lo si era appreso da indiscrezioni giornalistiche già lo scorso marzo. Ora però quella conversazione è stata depositata, assieme ad altre, agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia, in corso a Palermo.

“Sapevamo che doveva andare là perché lui gli ha detto: 'domani mamma vengo'” - racconta il boss, riferendo le parole dette dal magistrato alla madre - Ma mannaggia. Ma vai a capire che razza di fortuna. Alle cinque mi sono andato a mettere lì. Quello senza volerlo le ha telefonato”. “Troppo bello: sapevo che ci doveva andare alle cinque. Piglia, corri e mettigli un altro sacco” continua Riina facendo intendere, secondo gli inquirenti, che dopo avere sentito la conversazione tra Borsellino e la madre, evidentemente intercettati dalla mafia, si affrettò a imbottire la 126 usata come autobomba con un altro sacco di esplosivo.
“Minchia come mi è riuscito”, aggiunge. Pesanti, poi, i giudizi espressi sulla sorella del magistrato ucciso, Rita: “Una disgraziata – dice a Lorusso – la vedi inviperita nel telegiornale, quanto è inviperita la disgraziata, non ha digerito la morte di questo suo fratello che ci ha suonato il campanello a sua madre”.

Ucciso suonando il campanello
Quella che era solo un'indiscrezione a marzo è stata poi confermata leggendo il documento delle trascrizioni ad opera della Dia. Riina rivela che fu lo stesso Borsellino, suonando il campanello dove era stato piazzato un telecomando, ad azionare la bomba nascosta nella 126 parcheggiata davanti alla casa della madre che uccise anche gli uomini della scorta.
Un'ipotesi che non era nuova dagli investigatori e che era stata ventilata anche dai parenti del magistrato e che oggi trovano una conferma proprio dalle labbra del “carnefice”. In quel passaggio di intercettazione Riina se la prende in un primo momento con Rita Borsellino: “Figlia di puttana, una disgraziata è stata la sorella, la vedi inviperita, la vedo nel telegiornale quanto è inviperita gran disgraziata, non ha digerito la morte di questo suo fratello che ci ha suonato il campanello a sua madre. Glielo voleva suonare a sua madre”. “Sua madre”, ripete ridendo. “Ma che suoni?... abbiamo cominciato a comprare questi telecomandi... due, tre quattro di riserva sempre li avevano”. Poi prosegue: “Minchia queste del campanello però è un fenomeno... perché questa... questa volta il Signore l'ha fatta e basta. L'ho visto una volta e non è venuto più... ma insomma che vai a mettere là... poi... arriva suona e scoppia tutto... ma mannaggia... ma vai a capire che razza di fortuna. Però sapevamo dove dovevo andare perché lui gli ha detto... domani mamma vengo. Alle cinque mi sono andato a mettere là... ma che dici... alle cinque domani? (ride) conviene che glielo mettete”.

Poi prosegue, spiegando di aver già provato in passato ad uccidere il giudice: “... era un potentoso magistrato... come Falcone... perché erano amici, avevano fatto carriera assieme, erano amici... l'ho cercato una vita a Marsala... minchia mai mi è arrivata una notizia di agganciare a questo”. Poi fa riferimento ad un amico romano: “Perché ce l'aveva, ce l'avevamo uno a Roma... perché … ed allora dice tutti e due? Però a quello l'ho ingagghiutu così, a quello ero, così sempre arrabbiato che l'avevo cercato una vita. E non l'avevo potuto ingagghiari mai... mi arrivavano notizie che era qua in villeggiatura a Cinisi che si andava comprare il giornale. Ogni volta che mi arrivava la notizia che andava a comprare il giornale... ma porca la... che razza... minchia mi faceva fare bile... una vita ci ho combattuto... là a Marsala... due tre anni che ci combattevo”.
Fino al 19 luglio 1992. “Minchia - racconta ancora Riina - lui va a suonare a sua madre dove gli abbiamo messo la bomba. Lui va a suonare e si spara la bomba lui stesso. E' troppo forte questa”.

Secondo gli inquirenti il racconto di Riina può essere verosimile almeno in certi elementi.
Vi sarebbe stato un primo telecomando che avrebbe attivato la trasmittente, poi suonando al citofono il magistrato stesso avrebbe inviato alla ricevente, piazzata nell’autobomba, l’impulso che avrebbe innescato l’esplosione. Un tipo di innesco che verrebbe usato in particolare quando, per chi deve agire, si rende impossibile la presenza nelle vicinanze dell'esplosione. Una tecnica che sarebbe analoga a quella usata per l’attentato al rapido 904, avvenuto il 23 dicembre del 1984, per cui Riina è stato recentemente rinviato a giudizio come mandante.

Questo nuovo scenario sull'attentato di via d'Amelio ovviamente apre diversi interrogativi. Il pentito Fabio Tranchina, autista fidatissimo dello stragista di Cosa Nostra Giuseppe Graviano, che agli investigatori aveva indicato lo stesso boss di Brancaccio come colui che avrebbe azionato il telecomando collegato all’autobomba “accomodato” in un giardino (probabilmente quello dietro al muretto che divide in due via D’Amelio, ndr) in quanto non aveva trovato un altro luogo in cui stare. Già nel 2005 il pentito Giovanbattista Ferrante aveva riferito che la potenza dell’esplosione (non prevista abbastanza da chi l’aveva procurata) aveva rischiato di far cadere il muro che separava il giardino sulla persona che stava nascosta dietro. A queste dichiarazioni si aggiungono anche quelle della madre di Paolo Borsellino, Maria Lepanto, che dal balcone aveva visto strani movimenti oltre un muretto di cinta che separava lo stesso giardino adiacente il suo palazzo. Ci sono poi da approfondire gli elementi raccolti sulla terrazza del palazzo dei fratelli Graziano, imprenditori edili legati alle famiglie mafiose dei Madonia e dei Galatolo, all'epoca in costruzione.
Basti pensare ai mozziconi di sigaretta rinvenuti in loco e mai repertati, oppure alle fotografie realizzate dalla polizia scientifica che dimostrano come in quel terrazzo vi fossero delle piante che non impedivano la vista verso via d'Amelio, fungendo comunque come riparo da “occhi indiscreti”. Tanti pezzi del puzzle che vanno approfonditi con accuratezza a cominciare proprio dalle dichiarazioni di Riina che riportano in auge un elemento che potrebbe far alzare ulteriormente il livello delle responsabilità. Perché appare difficile che Cosa nostra possa aver avuto la tecnologia per intervenire su un citofono in maniera così “efficace”.
E altrettanto fanno riflettere le parole di Gaspare Spatuzza che, al processo Borsellino quater nel giugno 2013 ha confermato che dietro le stragi del '92, sulla preparazione del detonatore, potesse esservi una mano diversa da quella di Cosa nostra, parlando del “tecnico” di cui la famiglia mafiosa di Brancaccio disponeva per gli attentati esplosivi, ovvero Salvatore Benigno. Questi, per il collaboratore di giustizia, era “scarsamente preparato, però, come dimostrano i falliti attentati a Maurizio Costanzo e ai carabinieri allo stadio Olimpico. In entrambi i casi le modalità erano di azionamento a distanza come in via D'Amelio. Ma in via D'Amelio posso dire che ci fu un'altra mano tecnica”. Sempre Spatuzza ha poi raccontato ella presenza di un uomo misterioso all'interno del garage in cui ha consegnato la 126: “La persona che era nel garage in cui portammo la 126 usata per la strage non era di Cosa nostra. Ne sono convinto”. Misteri su misteri a cui le Procure di Palermo e Caltanissetta, ognuna nel proprio ramo di indagine, tentano disperatamente di risolvere.

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