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dna-webdi Aaron Pettinari - 19 febbraio 2014
Nella relazione annuale criticato il tipo di reato contestato

Possono bastare poche righe di un testo per accendere nuovamente i riflettori sul processo più importante d'Italia ovvero quello sulla trattativa Stato-mafia. Non poteva essere altrimenti se si prendono in esame quelle scritte nella relazione annuale sul 2013 con il consigliere Maurizio De Lucia che critica la scelta di contestare agli imputati (capimafia, politici e rappresentanti delle istituzioni ndr) “la fattispecie astratta di cui all’art. 338 c.p. (violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario, ndr)”. Una contestazione, continua, che pone “nuovi problemi di natura giuridica e fattuale al Giudice che dovrà decidere sulla corretta ricostruzione dei fatti operata nell’inchiesta”. Un intervento che si aggiunge a quello prodotto dal giurista Fiandaca e dallo storico Lupo nel loro ultimo saggio, “La mafia non ha vinto - Il labirinto della trattativa”, dove proprio l'imputazione viene contestata e la trattativa viene definita “legittima”.
Di fronte a queste prese di posizione il rischio, così come aveva commentato ieri Salvatore Borsellino, è quello che a furia di criticare l'impostazione del processo trattativa Stato-mafia si possa “condizionare la futura sentenza dello stesso” nonostante la conclusione sia ancora lontana.

E aspetto ancor più grave in questo senso è forse il riferimento al “recente deposito della sentenza” che “ha assolto il prefetto Mario Mori ed il colonnello Obinu dalle accuse relative alla mancata cattura di Bernardo Provenzano nell’anno 1996”. Un processo che “presenta significativi momenti di collegamento sia probatorio che sostanziale con quello in argomento ed il suo esito non può non destare oggettivi motivi di preoccupazione in relazione all’impostazione del processo c.d. trattativa”.

Altro che cosiddetta trattativa
Poco importa se poi De Lucia aggiunge che, riguardo al processo sulla trattativa “nella presente relazione appare opportuno limitarsi a prendere atto della sua esistenza e della scelta di esercitare l’azione penale da parte della Dda di Palermo astenendosi da ogni valutazione su tali scelte”.
L'intervento a gamba tesa appare evidente se si considera che nelle motivazioni dell'assoluzione a Mori e Obinu, anziché concentrarsi solamente sui fatti contestati all'interno del procedimento (ovvero la mancata cattura di Provenzano nel covo di Mezzojuso) si fa riferimento alla trattativa come “non sufficientemente provata” in barba alla certificazione già avvenuta con sentenza dei giudici di Firenze  al dibattimento per la strage dei Georgofili (processo Tagliavia ndr) in cui viene messo nero su bianco che una trattativa “indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des: l'iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”.

Roberti pompiere, ma il danno resta
Ovviamente, alle considerazioni provenienti dalla Dna, non sono tardati i commenti da parte dei magistrati di Palermo. “E’ fuori da ogni logica. Mi chiedo che competenze abbia un semplice sostituto della Direzione nazionale antimafia a scrivere contro un processo ancora in corso di cui non conosce neppure le carte?”, ha detto all’Adnkronos il Procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi. E Di Matteo ha aggiunto: “Se il dato corrispondesse alla realtà non potrei che manifestare il mio profondo stupore per il fatto che si esprimano giudizi di merito di questo tipo su procedimenti ancora in corso. Nel giudizio vi è l’ennesima entrata a gamba tesa contro un processo che dà fastidio a tutti, non è la prima e purtroppo credo che non sarà neppure l’ultima. Mi chiedo cosa succederebbe se qualcuno di noi formulasse giudizi di merito di questo genere su processi in corso davanti a tribunali e corti d’assise diverse”. In serata è arrivato l'intervento del capo della Dna, Franco Roberti, che ha tentato di “spegnere le miccia” ormai accesa: “Nessun intento critico nei confronti della Procura di Palermo può e deve essere letto – ha precisato - La Dna, senza volersi ingerire nelle scelte processuali, ha inteso soltanto evidenziare la complessità del processo – certamente di maggiore interesse attuale per l’opinione pubblica – in relazione alle inedite problematiche giuridiche e fattuali che esso presenta”. “I rapporti tra la Dna e la Dda di Palermo - conclude Roberti - sono improntati alla più stretta e leale collaborazione, nonché alla stima ed alla solidarietà personale nei confronti dei colleghi particolarmente esposti”.

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