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di e -Avvenimenti
La strategia stragista che all’inizio degli anni 90 insanguinò il Paese con l’obiettivo di aprire una trattativa segreta con le istituzioni non fu orchestrata solo da Cosa nostra. A offrire ai siciliani un sostegno operativo e contatti con apparati deviati dello Stato fu la ’ndrangheta reggina. L’unica organizzazione criminale ad avere relazioni privilegiate con servizi segreti, eversione nera, massoneria. Ne è convinto Giuseppe Lombardo, sostituto procuratore di Reggio Calabria che ha appena aperto un fascicolo sulla trattativa. Secondo la tesi del pm reggino, le ’ndrine calabresi nei primissimi anni 90 diventano protagoniste assolute nella ricerca di nuovi referenti politici. Mentre la Prima Repubblica comincia a scricchiolare, la mafia siciliana e quella calabrese uniscono le forze per non rimanere travolte dal ciclone: servono nuovi interlocutori e nuove coperture. Soprattutto in vista dell’arrivo in Cassazione del maxi processo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che vede alla sbarra il gotha della criminalità organizzata isolana. Per sedersi a un tavolo e trattare, prima bisogna destabilizzare.

È questa la strategia perseguita dalle mafie in quegli anni. Un progetto che non inizia con le stragi di Capaci e via D’Amelio. Né, volendo fare un passo indietro di pochi mesi, con l’omicidio di Salvo Lima, eurodeputato democristiano e capo della corrente andreottiana in Sicilia, assassinato a Palermo il 12 marzo 1992. Secondo Giuseppe Lombardo, la strategia stragista inizia almeno un anno prima: il 9 agosto 1991, data dell’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, assassinato mentre era in vacanza in Calabria, sua terra natìa. Scopelliti avrebbe dovuto rappresentare in Cassazione l’accusa nel maxi processo a Cosa nostra.
Lo ammazzano mentre rientra a casa, senza scorta, a bordo della sua automobile. Un omicidio eccellente rimasto impunito fino a oggi e dietro il quale si nasconderebbe la chiave dell’alleanza tra calabresi e siciliani. Per questo, lo scorso anno, Giuseppe Lombardo ha deciso di riaprire il caso. Soprattutto dopo le dichiarazioni rilasciate in aula dal pentito Nino Fiume, ex ’ndranghetista ed ex cognato del boss Giuseppe De Stefano. Secondo Fiume, ad assassinare il magistrato fu un commando composto da calabresi che spararono per fare un favore ai Corleonesi.

UNA NAZIONE PER LA MAFIA
Sono tanti i collaboratori di giustizia che riferiscono dei rapporti tra ’ndrangheta e Cosa nostra. Ma a breve, oltre alle testimonianze, potrebbero saltare fuori nuovi documenti. Notizie riservate, rimaste a prendere polvere in alcune Questure per più di 20 anni che presto potrebbero entrare in possesso della magistratura. Documenti investigativi incentrati sull’iper attivismo di Totò Riina che nel 1991 sarebbe sbarcato più volte in Calabria per pianificare insieme ai boss, soprattutto reggini, la strategia della tensione. Attentati e sostegno ai movimenti separatisti locali che in quegli anni nascono in tutte le regioni grazie al certosino lavoro di un nome noto delle trame italiane: Licio Gelli. È questo il disegno criminale che prevede lo spezzettamento dello Stato in più realtà territoriali per dare alla mafia una nazione. Sono anni in cui i capi bastone «progettano di “farsi Stato”, ritirando la delega per la tutela dei propri interessi a settori del mondo politico rivelatisi inaffidabili, con l’intenzione di gestirli direttamente, tramite proprie creature politiche», scrivono i magistrati di Palermo nell’inchiesta denominata “Sistemi criminali”, archiviata anche per problemi di competenza territoriale. Perché gli inquirenti mai avrebbero potuto immaginare che il progetto eversivo di Cosa nostra avesse le radici in Calabria.
Solo la magistratura reggina potrà continuare a indagare. Ma Sistemi criminali scatta una fotografia inedita delle alleanze tra ’ndrine e mafiosi siciliani. Illuminanti sono le dichiarazioni rese ai magistrati da Tullio Cannella, intimo collaboratore di Leoluca Bagarella: Vito Ciancimino mi disse «che a questo progetto aveva collaborato fortemente la ’ndrangheta calabrese. Specificò al riguardo: “Devi sapere che la vera massoneria è in Calabria e che in Calabria hanno appoggi a livello di servizi segreti”. Queste dichiarazioni di Ciancimino mi fecero comprendere meglio perché si era tenuta a Lamezia Terme la riunione di cui ho riferito in precedenti interrogatori, e alla quale partecipai personalmente tra esponenti di “Sicilia Libera” e di altri movimenti leghisti o separatisti meridionali, riunione alla quale erano presenti anche diversi esponenti della Lega nord».

LA FALANGE ARMATA PER LA PACE
Leghe e stragi, attentati dinamitardi e omicidi. «Si fa la guerra per poi fare la pace», avrebbe detto Totò Riina in una riunione tenutasi a Enna per pianificare la strategia. E la guerra passa attraverso azioni di terrorismo puro. Attentati da rivendicare a nome della Falange armata, una sigla utile a confondere lo stragismo mafioso con quello politico, dietro cui si nascondono i servizi segreti. Come conferma ai magistrati di Palermo un altro pentito, Maurizio Avola: «Ho anche appreso che Cosa nostra fin dal ’90 aveva intenzione di eseguire attentati anche fuori della Sicilia celandosi dietro false rivendicazioni con la sigla “Falange Armata”». Ma le parole di Avola accendono uno spiraglio di luce su un altro episodio, apparentemente slegato e che anticiperebbe di un anno la strategia concordata da Cosa nostra e ’ndrangheta. Nel 1990, infatti, i calabresi fanno uccidere un uomo a Milano, attribuendo il gesto proprio alla Falange armata. L’11 aprile del 1990 viene assassinato Umberto Mormile, educatore penitenziario in servizio al carcere di Opera, a Milano. Un omicidio anomalo, disposto dal boss calabrese Domenico Papalia, convinto che il dipendente carcerario potesse essere d’ostacolo alla sua condizione detentiva privilegiata. Almeno secondo la ricostruzione che fa dell’accaduto Nino Cuzzola, uno degli esecutori materiali dell’agguato a Mormile. Il killer racconta che l’educatore penitenziario viene ucciso perché ha diffuso alcuni particolari sulla detenzione di Domenico Papalia: incontri con uomini dei servizi segreti e continui permessi di lavoro fuori dalla struttura detentiva. Benefici non comuni per un ergastolano. Secondo il killer Cuzzola, inoltre, Papalia organizza l’omicidio - in seguito rivendicato dalla Falange Armata - con l’ausilio di Franco Coco Trovato, uomo della cosca De Stefano in Lombardia e rappresentante dell’area più favorevole alla partecipazione dei clan di ’ndrangheta alla strategia della tensione.

NEOFASCISTI E SUPERLOGGE
A questa strategia la ’ndrangheta in principio dice no, costruendo su quel no le basi del suo futuro dominio che si sarebbe concretizzato negli anni a venire prima nel narcotraffico, poi nella colonizzazione economica, politica e sociale del Nord e non solo. Ma nonostante il gran rifiuto, gli uomini delle ’ndrine reggine non lasciano soli i “cugini” siciliani. La ’ndrangheta assicura ai mafiosi mezzi, appoggio logistico e uomini. Come Antonio Cortese, l’armiere del clan Lo Giudice, che sarebbe stato “prestato” come esperto ai clan di Cosa Nostra negli anni delle stragi.
Tutti gli elementi dimostrano non solo come la ’ndrangheta già nel 1990 sia perfettamente a conscenza del disegno criminale concepito da Totò Riina, ma anche le modalità di partecipazione a quel progetto, cresciuto negli anni delle stragi di Stato. Le mafie diventano “agenzie di servizi” agli ordini di occulti centri di potere, e aderiscono al progetto federalista delle super-logge di Licio Gelli. Dati di fatto che permettono oggi al gip Piergiorgio Morosini di mettere nero su bianco nel rinvio a giudizio per i tredici imputati per la trattativa Stato Mafia che «nel perseguimento di questo progetto Cosa nostra sarebbe alleata con consorterie di “diversa estrazione”, non solo di matrice mafiosa (in particolare sul versante catanese, calabrese e messinese). E nelle intese per dare forma a tale progetto sarebbero coinvolti “uomini cerniera” tra crimine organizzato, eversione nera, ambienti deviati dei servizi di sicurezza e della massoneria, quali ad esempio Ciancimino Vito».
Il grumo di potere che sembra essere alla base dei rapporti fra ’ndrine e Cosa nostra inizia ben prima che la tentazione stragista investisse i Corleonesi. A spiegarlo ai magistrati reggini nei primi anni Novanta è il pentito di ’ndrangheta, Filippo Barreca, secondo cui l’anello di congiunzione tra Cosa nostra siciliana e la ’ndrangheta reggina era l’avvocato Paolo Romeo, appartenente alla cosca De Stefano. Scrivono i magistrati palermitani: «È personalmente dall’avv. Romeo, indicato altresì dal Barreca come massone, appartenente alla struttura Gladio e collegato con i servizi segreti, che il collaborante ha riferito di avere appreso che nel 1990-91 egli «era interessato a un progetto politico che puntava alla separazione delle regioni meridionali dal resto del Paese».
Il Barreca ha inoltre affermato che la regia di tale disegno era da ricercarsi a Milano dove era avvenuto un incontro tra i clan calabresi facenti capo ai Papalia ed esponenti di Cosa nostra». Esponente della destra eversiva fin dagli anni 70, vicino ai servizi, massone, Paolo Romeo viene arrestato nel 1980 per aver coperto e favorito la latitanza di Franco Freda. Romeo procurava nascondigli al neofascista, tra cui l’abitazione del pentito Filippo Barreca. È Romeo che nel 1970 organizza un incontro «tra il golpista Junio Valerio Borghese ed il gruppo mafioso dei De Stefano, facendo in tale contesto da tramite per le richieste di appoggio ai progetti eversivi, avanzate dalla destra extraparlamentare e proprio da Junio Valerio Borghese alle organizzazioni mafiose », scrivono i pm palermitani.

DALLE LEGHE ALLA LEGA
E quel progetto abbozzato negli anni Settanta si è evoluto, arrivando a bussare prepotentemente alla porta della politica della Seconda Repubblica negli anni Duemila. E non solo perché l’esplosione delle leghe regionali - si afferma nel provvedimento di archiviazione di Sistemi Criminali - venne arginata dalla concomitante nascita di un nuovo soggetto politico, Forza Italia, candidato a cooptare quel bacino di consensi che i movimenti federalisti avevano costruito. La medesima struttura di potere, che a vario titolo vede intervenire ’ndrangheta, destra eversiva, pezzi di Stato e di grande borghesia italiana, sembra essere ancora attiva e al lavoro. È quella struttura la vera protagonista dell’inchiesta che ha messo a soqquadro il Carroccio, mandando in pensione forzata lo storico segretario Umberto Bossi e portando all’avviso di garanzia prima e all’arresto dell’ex tesoriere Francesco Belsito con l’accusa di truffa ai danni dello Stato, finanziamento illecito ai partiti e riciclaggio. Un’indagine che non solo ha toccato molto da vicino la famiglia del Senatur, pizzicata a finanziare le spese personali con i soldi del partito, ma soprattutto ha svelato che le casse della Lega per prosperare avrebbero avuto bisogno degli uomini della ’ndrangheta. Quasi un paradosso per il Carroccio. Il partito che, solo qualche mese fa, rispondeva inviperito a chi denunciasse la presenza delle ’ndrine al Nord Italia, per i magistrati ha legato le proprie fortune e le proprie finanze alla potentissima cosca De Stefano di Reggio Calabria.
A fare da trait d’union fra queste realtà in apparenza inconciliabili, Romolo Girardelli, destinatario mesi fa di un avviso di garanzia per una serie di reati che vanno dalla truffa al riciclaggio, aggravati dalla contestazione dell’associazione mafiosa e il sedicente avvocato Bruno Mafrici, nato a Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), ma residente a Milano, ex consulente del ministero alla Semplificazione, faccendiere e socio della Mgim dell’ex tesoriere dei Nar, Lino Guaglianone, uno dei più importanti studi di Milano. Guaglianone è un altro calabrese di San Sosti, in provincia di Cosenza che dopo la parentesi eversiva che gli è costata una condanna per partecipazione a banda armata a cinque anni di detenzione, ridotta di qualche mese in appello, a Milano ha fatto fortuna andando ad occupare posti strategici nel Cda di aziende pubbliche e semi pubbliche.
Sono questi i protagonisti dell’inchiesta che ha mandato definitivamente in soffitta l’era della Lega di Bossi, aprendo il campo al Carroccio 2.0 dell’ex Ministro dell’Interno, Roberto Maroni. E forse non a caso. Perché - stando agli ultimi esiti investigativi - forse l’uragano che, insieme a Belsito, ha travolto il Senatur, potrebbe essere stato quanto meno orientato. In un tesissimo interrogatorio nella sede della Dia di Milano, è lo stesso Belsito a raccontarlo : «L’unico obiettivo politico… che ho potuto immaginare è distruggere la Lega nord e Umberto Bossi attraverso me». Un progetto che, secondo l’ex tesoriere, avrebbe Roberto Maroni come esecutore, ma i veri registi saldamente piantati in Calabria.

Tratto dal settimanale “Left” 1 giugno 2013

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