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di-matteo-mori-tribunaleSi conclude la requisitoria del pm al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano
di Lorenzo Baldo - 24 maggio 2013
Palermo. “Nel chiedervi di affermarne la penale responsabilità vi chiedo di condannare il generale Mori alla pena di anni 9 di reclusione e il colonnello Obinu alla pena di anni 6 e mesi 6 di reclusione con l'irrogazione per entrambi della pena accessoria dell’interdizione perpetua dai Pubblici Uffici”. Sono da poco passate le ore 15 quando il pm Nino Di Matteo conclude la sua requisitoria al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, nel 1995, formulando la richiesta delle pene per i due imputati. E sono condanne pesanti quelle richieste. Accanto al pubblico ministero sono seduti il procuratore capo Francesco Messineo e l’aggiunto Vittorio Teresi. Nella parte conclusiva del suo intervento Di Matteo sottolinea alla Corte la “condotta vera e propria di favoreggiamento e di garanzia della latitanza di Provenzano” di Mori e Obinu illustrando “le ragioni che hanno indotto gli odierni imputati a comportamenti ed omissioni così gravi”.

“In queste quattro lunghe udienze – spiega – il pubblico ministero ha cercato di evidenziare, di sottolineare i numerosi, precisi, gravi e convergenti elementi che devono portare ad una conclusione giudiziaria certa, e che è certa al di là di ogni ragionevole dubbio. Gli odierni imputati in un frangente storico particolarmente delicato, caratterizzato dalla deriva stragista imposta da Salvatore Riina, obbedendo, e comunque contribuendo ad adottare indirizzi di politica criminale, anche da altri predeterminati, hanno ritenuto di trovare una sciagurata soluzione nell’assecondare in seno alla compagine mafiosa la fazione più moderata, quella riconducibile a Bernardo Provenzano. Quella che avrebbe garantito l’abbandono della linea di scontro violento e l’adozione di quel basso profilo diretto alla normalizzazione del rapporto mafia e istituzioni sul cui crinale Provenzano ha effettivamente condotto Cosa Nostra fino alla sua cattura a Montagna dei Cavalli nel 2006”. “Questa è l’essenza di questo processo – sottolinea Di Matteo –, ma questi imputati agendo in tal modo hanno tradito la fedeltà giurata alla Costituzione, alle leggi, all’Arma dei carabinieri. Non è stato, per l’Ufficio del pubblico ministero, un processo facile, non è stato semplice accusare ufficiali con i quali si era in passato presentata l’occasione di lavorare. Non è stato agevole affrontare il rischio strumentalmente alimentato anche dall’esterno che un processo – questo processo – a soggetti determinati, e per fatti specifici in contestazione, fosse inteso come un processo a tutto il Ros, a tutta l’Arma dei carabinieri, a tutti gli appartenenti agli apparati di sicurezza dei Servizi. Non è stato corretto definire, come strumentalmente tanti hanno fatto, questo processo come il frutto della volontà della Procura di Palermo di ‘riscrivere la storia’, perché questo processo è stato – e il Tribunale lo ha constatato – instaurato e celebrato solo per necessità di giustizia, in ossequio al dettato della nostra Costituzione che con l’art. 112 ci impone l’obbligo di esercitare l’azione penale e con l’art. 101 statuisce che i giudici, voi giudici, siete soggetti soltanto alla legge”. “Signori del Tribunale – ribadisce con forza il pm –, è quell’avverbio ‘soltanto’, giudici soggetti soltanto alla legge, che certamente vi guiderà nelle vostre valutazioni e nelle vostre decisioni. Quell’avverbio ‘soltanto’ è il simbolo consacrato nella nostra Costituzione di una giustizia che non può essere, come tante volte è avvenuto ed avviene, subordinata alle ragioni della forza, alle ragioni della opportunità politica, alle ragioni dell’implicito riconoscimento di ‘ragioni di Stato’ inconfessabili e pertanto mai dichiarate ed ufficialmente consacrate. Nella certezza che saprete valutare con coraggio e serenità tutto ciò che emerso, guidati esclusivamente dall’applicazione concreta del principio di eguaglianza di tutti gli imputati davanti alla legge, nel concludere il mio intervento vi chiedo di affermare la penale responsabilità di entrambi gli imputati”. “Signori del Tribunale – conclude infine Di Matteo – solo così renderete onore alla verità e consentitemi di dire renderete onore all’impegno e al sacrificio di tanti uomini dello Stato, di tanti carabinieri, in particolare, che quotidianamente hanno affrontato e continuano ad affrontare i sacrifici ed i rischi del loro difficile lavoro guidati esclusivamente dalla volontà di rispettare le leggi e di combattere la criminalità mafiosa senza compromessi e senza mediazioni di ogni tipo. Dovete considerare l’oggettiva indiscutibile gravità delle condotte contestate al generale Mori e al colonnello Obinu e quindi nella dosimetria della pena che vi chiederò dovete adottare criteri particolarmente severi anche nel calcolo delle circostanze aggravanti e rispettivamente contestate. Per questo nel chiedervi di affermarne la penale responsabilità vi chiedo di condannare il generale Mori alla pena di anni 9 di reclusione e il colonnello Obinu alla pena di anni 6 e mesi 6 di reclusione con l'irrogazione per entrambi della pena accessoria dell’interdizione perpetua dai Pubblici Uffici”.  Con queste parole il pm ha concluso quindi un processo iniziato il 15 luglio 2008. Quel giorno Nino Di Matteo (affiancato dal pm Domenico Gozzo e successivamente dal pm Antonio Ingroia) aveva spiegato alla IV sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta da Annamaria Fazio (successivamente sostituita da Mario Fontana) come l’Ufficio del pubblico ministero intendesse dimostrare “la responsabilità di entrambi gli imputati in ordine al contestato reato di favoreggiamento continuato ed aggravato dal fine di favorire Provenzano Bernardo e l’articolazione di Cosa Nostra facente più direttamente capo al predetto allora latitante Provenzano”. All’epoca il pm aveva spiegato come nel corso degli anni 1995-1996 “nonostante la già riscontrata attendibilità delle indicazioni confidenziali già rese da Ilardo Luigi, esponente di spicco di Cosa Nostra, al Colonnello del Ros Michele Riccio, gli imputati Mori e Obinu nella rispettiva qualità di vice Comandante operativo Mori e di Comandante del reparto di criminalità organizzata del Ros dei Carabinieri, abbiano in un primo momento omesso di organizzare un servizio idoneo alla cattura del latitante nonostante fossero stati informati da Riccio, a sua volta informato da Ilardo, di un incontro organizzato per il 31 ottobre del 1995 tra il predetto Ilardo e il Provenzano”. A distanza di cinque anni, contrassegnati da una sequela di pesanti attacchi strumentali (a livello politico-mediatico) nei confronti dei pubblici ministeri del processo, si chiude così il cerchio attorno alla tesi dei pm: nel ’95 Mori e Obinu non avrebbero arrestato Bernardo Provenzano a Mezzojuso, garantendogli invece altri 10 anni di latitanza, in obbedienza alla scellerata trattativa tra Stato e mafia. Per arrivare ad una simile conclusione Di Matteo ripercorre le tappe più importanti di questo procedimento a partire dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino che, seppur “controverso”, ha fornito elementi tali da “riaprire le indagini sulla trattativa”. Il pm spiega l’attendibilità di un teste le cui dichiarazioni hanno sortito l’effetto di causargli guai giudiziari, piuttosto che benefici personali così come insinuato da più parti. Ma soprattutto le dichiarazioni di Ciancimino jr hanno ottenuto il risultato di risvegliare la memoria dei tanti smemorati di Stato come Luciano Violante o Liliana Ferraro. Di Matteo sottolinea in seguito come nell'indagine sulla trattativa Stato-mafia “ci sono state e continuano a esserci tante reticenze politico-istituzionali”. Nel suo racconto si materializzano i tentativi “esterni” di condizionamento del processo attraverso “l’interessamento” di esponenti politici come Giuseppe Gargani (“intercettato” da Sandra Amurri mentre parlava con Calogero Mannino), fino ad arrivare alle telefonate di Nicola Mancino all’ex consigliere giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio (deceduto recentemente). Ma è anche un excursus storico quello di Di Matteo che attraversa i misteri d’Italia, i “papelli” e i “contropapelli” in uscita e in entrata, le dichiarazioni di Giovanni Brusca sulle origini della trattativa, il ruolo di Riina e Provenzano, le eminenze grigie legate al signor Carlo-Franco (uomo vicino a Vito Ciancimino) che regolano gli equilibri di ricatti incrociati dove i comuni cittadini vengono ridotti a meri soggetti passivi. Ecco che il ruolo di “mediatore” tra lo Stato e Cosa Nostra prima di Vito Ciancimino e poi passato a Marcello Dell’Utri torna ad essere al centro dell’attenzione. Nel mezzo del guado ci sono uomini integerrimi come Paolo Borsellino che si pongono da ostacolo a patti diabolici e che vengono uccisi da un crocevia di tradimenti e “ragioni di Stato”. “Il rapporto tra gli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno con Vito Ciancimino – ribadisce Di Matteo –, rapporto iniziato nel maggio-giugno '92, si concretizzò in una vera e propria trattativa tra le istituzioni e i vertici di Cosa Nostra. Ancora oggi, chi ostinatamente continua a negare che ciò sia avvenuto e che ci sia stata una trattativa, finge di ignorare le conclusioni della sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Firenze del processo a Leoluca Bagarella. Le stesse ammissioni sostanziali che in quel dibattimento finirono per render gli stessi Mori e De Donno sentiti come testimoni. La sentenza sbaglia quando scrive che il termine trattativa venne fatto solo da De Donno perché anche il generale Mori utilizzò, e non a caso, il termine trattativa e lo utilizzò più volte in udienza”. “Come risulta anche dalle dichiarazioni di Carmelo Canale – sottolinea il pm, toccando uno dei nodi nevralgici della vicenda – Borsellino era interessato a scoprire l’autore dell’esposto anonimo denominato ‘corvo2’ (una lettera in cui si parlava del reinserimento dei latitanti nella società attraverso la dissociazione, dell’abolizione del 41 bis e del blocco della confisca dei beni alla mafia. Nella missiva l'anonimo ripercorreva le tappe della discesa dell'onorevole Andreotti facendo riferimento a personaggi della Dc siciliana come Calogero Mannino e Piersanti Mattarella), per questo motivo il 25 giugno del ’92 volle incontrare De Donno alla Caserma Carini in quanto voci ricorrenti dicevano che De Donno fosse l’autore dell’esposto anonimo”. Come è noto Mori e De Donno hanno invece sempre affermato che l’incontro del 25 giugno con Paolo Borsellino fosse legato alla discussione sul rapporto mafia e appalti. Su questi e altri pezzi di un mosaico che rappresenta la storia più torbida d’Italia Di Matteo si è soffermato più volte, arrivano a toccare i nervi scoperti della nostra fragile democrazia. Al termine dell’udienza alcune persone venute da Varese e da Bergamo si sono avvicinate al pm per abbracciarlo e ringraziarlo. In quel gesto si è riflessa la parte più sana del nostro disgraziato Paese che, nonostante tutto, esiste ancora e si stringe attorno a chi instancabilmente cerca la verità.

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