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dalla-chiesa-carlo-alberto-bigI pm indagano dopo una denuncia anonima
di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari - 6 febbraio 2013
La morte del generale Carlo Alberto dalla Chiesa si arricchisce di un nuovo mistero. Ad essere sparite non sono solo le carte della cassaforte della residenza privata del prefetto, ma anche una valigetta in pelle marrone che avrebbe contenuto documenti segreti. A rivelare questo nuovo spunto investigativo è il quotidiano La Repubblica che svela un altro contenuto della lettera che un misterioso anonimo, lo scorso settembre, aveva recapitato al sostituto procuratore Nino Di Matteo (uno dei pm che indaga sulla trattativa Stato-mafia). In quelle dodici pagine si parla delle carte che alcuni carabinieri del Ros avrebbero portato via dal covo di Totò Riina, al momento dell'arresto nel 1993, ma anche di questa valigetta.

Secondo l'anonimo in quella valigetta il prefetto di Palermo, ucciso il 3 settembre del 1983 da Cosa nostra assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo, conservava documenti importanti. “Un ufficiale dei carabinieri in servizio a Palermo – scrive nella missiva da lui chiamata “protocollo fantasma” - si preoccupa di trafugare la valigetta di pelle marrone che conteneva documenti scottanti, soprattutto nomi scottanti riguardanti indagini che Dalla Chiesa sta cercando di svolgere da solo”. Inoltre parla di un ufficio riservato che il generale dalla Chiesa avrebbe avuto alla caserma di piazza Verdi, sede del comando provinciale dei carabinieri: “Era ubicato di fronte al nucleo comando del Rono e lì vi erano faldoni,
appunti e messaggi”. Anche il figlio Nando dalla Chiesa ricorda la valigetta del padre e interpellato da La Repubblica ha risposto: “Mio padre la portava sempre con sé, era una borsa senza manico, con la cerniera. Dopo l’omicidio, c’eravamo chiesti che fine avesse fatto. In tutti questi anni abbiamo pensato che fosse andata persa, nel trambusto di quei giorni. Evidentemente, non era così”. E sulle indagini compiute dal generale indagava in passato anche Giovanni Falcone, tanto che nel maggio 1983 convocò l’allora comandante generale Lorenzo Valditara proprio per interrogarlo nel merito. Non solo. Come scrive Repubblica agli atti del maxi processo vi è una lettera indirizzata al “comandante generale dell’Arma dei carabinieri” e per conoscenza “all’onorevole ministro della Difesa” e “al ministro degli Interni” conosciuto come Protocollo riservato “n. 10/6 Ris”.
Nel frattempo le indagini per vagliare i contenuti scritti nella lettera anonima proseguono. Gli investigatori, un pool di cui fanno parte i sostituti Di Matteo, Sava, Del Bene, Tartaglia e l’aggiunto Teresi, hanno chiesto alla Dia di convocare ufficiali e sottoufficiali dell'Arma citati nelle dodici pagine del documento.
La speranza è quella che l'autore della missiva possa essere identificato, anche per rafforzare ulteriormente il quadro investigativo che, ad oggi, offre uno spaccato alquanto inquietante sulla storia del nostro Paese. Il generale dalla Chiesa rappresenta un altro padre della patria caduto non solo per mano mafiosa ma, come Falcone, Borsellino e tanti altri, per mano dello Stato-mafia.
E' quest'ultimo a porsi all'antitesi dello Stato-Stato, così come ha ricordato il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, che veramente lotta per sconfiggere mafie e criminalità organizzate. Mettendo in fila diversi fatti l'immagine è drammatica. E' scomparsa l'agenda elettronica di Falcone, è persa nel nulla l'agenda rossa di Paolo Borsellino. Sono scomparsi i documenti di dalla Chiesa che erano contenuti nella cassaforte ed oggi scopriamo che è sparita anche una valigetta di pelle del prefetto, così come la cassaforte con i documenti del capo dei capi, Salvatore Riina, nemico per eccellenza dei nostri padri della patria caduti.
Fino a quando i criminali appartenenti ai vertici dello Stato italiano e del potere di questo Paese risuciranno a coprire le stragi di Stato?
La nostra speranza, affinché si raggiunga la verità, è riposta come sempre agli eredi di Falcone e Borsellino, magistrati valorosi che con le loro indagini si stanno avvicinando sempre più ad essa. Ma è rivolta anche a uomini come Antonio Ingroia che, qualora riuscissero ad entrare nelle stanze del potere, riuscirebbero a liberare dalla schiavitù criminale questa disgraziata, quanto bellissima, Nazione.

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