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provenzano-bernardo-big1Intanto il boss non compare in videoconferenza al processo per un omicidio degli anni '80
di Aaron Pettinari - 11 maggio 2012
E' un vero mistero quello che avvolge la notizia del tentato suicidio del boss corleonese Bernardo Provenzano nel carcere di Parma. Il fatto è avvenuto nella tarda serata di mercoledì nell'area riservata della struttura che lo ospita.

Il boss, stando alle notizie filtrate dal carcere parmense, sarebbe stato salvato grazie al pronto intervento del personale di polizia giudiziaria. Sono diverse le teorie sulle motivazioni che avrebbero spinto l'ex padrino di Cosa Nostra a compiere questo gesto estremo. Secondo alcune indiscrezioni citate dall'agenzia Ansa, si tratterebbe di una messinscena. Il boss, sottoposto recentemente a perizie che hanno stabilito che è in grado di intendere e di volere, già da giorni avrebbe cercato di dimostrare la sua pazzia. In uno dei controlli un poliziotto penitenziario del Gom (Gruppo Operativo Mobile), si è accorto che c'era qualcosa di strano così si è resa necessaria l'irruzione ed è stato evitato il suicidio.
Attualmente le condizioni del boss sarebbero buone, tanto da non rendere necessario il ricovero in ospedale ma sulla vicenda vige ancora il più stretto riservo.
L'avvocato Rosalba Di Gregorio, con tono polemico, ha subito incalzato: “Due periti nominati dalla Corte d'assise di Palermo hanno di recente sostenuto che Provenzano sta bene: mi domando se forse non hanno visitato un altro...”. Quindi ha posto una domanda: “Chi ha dato al detenuto il sacchetto di plastica?”.
Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera pone alcuni quesiti: “È solo un vecchio a cui la testa non cammina più come una volta, che parla da solo e nasconde chissà quale paranoia dietro la cura maniacale con cui tiene in ordine la cella, come riferisce qualche voce dall'interno del carcere, o è ancora un «uomo d'onore» che ha avuto un momento di cedimento? O sta tentando chissà quale manovra?”
“Ogni lettura è legittima – ha detto questa mattina il procuratore di Palermo Francesco Messineo - sia che siamo davanti a un reale tentativo di suicidio, sia che si sia trattato di un gesto fatto per 'attirare l'attenzione' sulla propria condizione”. “In ogni caso – ha aggiunto - quanto accaduto è una spia importante di un disagio personale, di una mancanza di equilibrio, soprattutto per un capomafia di quel livello. Si è trattato di un gesto allo stato assolutamente iniziale: Provenzano si era appena infilato il sacchetto in testa tenendolo stretto con le mani, quando è stato visto dall'agente”. A parlare di una possibile simulazione compiuta dal detenuto per “attirare l'attenzione” sono in tanti: i sindacati di polizia penitenziaria ma anche il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Alcune cose non convincono nel gesto fatto dal boss: dal sacchetto scelto, una busta per alimenti molto piccola, al fatto che si sia infilato la busta non nel bagno, in cui l'immagine delle telecamere è meno nitida, ma nella stanza «ripresa» dal video molto più chiaramente. Quando l'agente dal monitor ha visto cosa accadeva e si è precipitato dal detenuto, Provenzano avrebbe detto: “Cosa è successo, dove andiamo?”.
Quel che è certo è che la famiglia di Provenzano, così come il suo legale, da qualche tempo chiedono un diverso trattamento carcerario per “Binnu u tratturi”. Il figlio Angelo lo aveva fatto in diretta televisiva qualche tempo fa su “Servizio Pubblico”. “Noi chiediamo - aveva affermato - che mio padre venga curato. Prima di tutto è un detenuto. È vero che sta pagando meritatamente o immeritatamente, ma rimane sempre un cittadino italiano: sarà stato capo di Cosa Nostra ma stiamo parlando di un essere umano”. Provenzano jr aveva poi aggiunto: “Io mi rendo conto che molta gente potrebbe alzarsi e dire "per quello che ha fatto merita questo e altro. A tutti dico però se mio padre è quello che è, e ci sono delle verità processuali che lo affermano, ora è arrestato: c'è un posto vacante. Chi si sente di far parte di uno Stato che non applica i diritti può prendere posto su quella poltrona”.
A non credere al tentativo di suicidio anche Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione vittime della strage dei Georgofili: “Non crediamo affatto che Bernardo Provenzano, colui che diede l'ordine di uccidere i nostri parenti in continente abbia tentato il suicidio, perché detenuto in un regime carcerario disumano. Provenzano si è messo un sacchetto in testa per fare un atto eclatante. Infatti non è morto, per fortuna”. “In questi ultimi tempi – denuncia - troppi i tentativi per Bernardo Provenzano di farlo uscire dal 41 bis per dare così la stura all'atto finale dell'abolizione di questo regime inviso alla mafia, ma tanto necessario per macellai e affaristi come sono i boss di cosa nostra . Una domanda però corre l'obbligo di porla: come mai Provenzano, a regime di 41 bis, aveva un sacchetto di plastica fra i suoi effetti personali?”.
Intanto oggi, il capomafia sarebbe dovuto comparire in videoconferenza all'udienza in corso davanti alla corte d'assise d'appello di Palermo in cui è imputato di un omicidio commesso negli anni '80 nell' agrigentino. Dal carcere di Parma in cui è detenuto è arrivato ai giudici un documento in cui il capomafia dice di non volere comparire. Non è la prima volta che il boss si avvale della facoltà di rinunciare ma anche in questo caso si accende un piccolo giallo: “Ho chiesto che la copia dell'atto faxato dal carcere sia acquisita al fascicolo del dibattimento - spiega il legale di Provenzano, l'avvocato Rosalba Di Gregorio - Il foglio non è firmato di pugno dal mio assistito e reca una rinuncia scritta in prima persona e un 'firmato Provenzano' scritto al computer. Le uniche sottoscrizioni messe a penna sono di responsabili dell'istituto di pena”. Il presidente Insacco ha ribadito che “ufficialmente non abbiamo alcuna notizia di un tentativo di suicidio dell'imputato Provenzano”, ma ha fatto mettere a verbale che il legale del boss “avendo avuto modo di visionare la comunicazione proveniente dal carcere di Parma da cui risulta la rinuncia dell'imputato Provenzano, segnala la mancanza della firma dell'imputato e chiede l'acquisizione dell'atto di rinuncia con la firma del detenuto”. Sempre nell'udienza di oggi il presidente Insacco ha formalizzato il “legittimo impedimento” di un altro imputato, il boss Pippo Calò, ricoverato in ospedale a seguito di un attacco cardiaco. Per questo motivo il processo per l'omicidio di Calogero Pizzuto, Michele Ciminnisi e Francesco Romano, uccisi il 23 settembre del 1981 è stato rinviato al prossimo 1 giugno. Il terzo imputato è il boss Toto Riina. In primo grado Riina e Provenzano furono condannati all'ergastolo, mentre Calò venne assolto. L'accusa è rappresentata dal pg Rosalba Scaduto.

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