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Il 29 marzo 2004 il gip del Tribunale di Palermo Giacomo Montalbano dispone l’arresto di 43 indagati tra le province di Agrigento, Caltanissetta e Palermo nell’inchiesta “Alta Mafia”. Iniziata tre anni prima in seguito all’omicidio di Diego Guarneri, boss di Canicattì l’inchiesta condotta dalla Procura di Palermo e dalla Squadra Mobile di Agrigento si avvale di intercettazioni ambientali e telefoniche e delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Finiscono in manette ingegneri, architetti, funzionari di banca e di enti pubblici. I reati contestati riguardano l’aggiudicazione illecita di numerosi appalti pubblici, la raccomandazione di medici nelle Asl, la corruzione di funzionari e amministratori locali.
Tra gli arrestati di “Alta mafia” con l’accusa di associazione mafiosa figura anche l’ex deputato regionale dell’Udc Vincenzo Lo Giudice “politico di lungo corso” che verrà condannato nel 2008 a 16 anni e 8 mesi di carcere, pena poi ridotta nel 2009 in appello a 11 anni.
Secondo gli inquirenti le cosche di Agrigento e Canicatti' riuscivano, grazie all'appoggio di pubblici amministratori come Lo Giudice, ad accaparrarsi centinaia di migliaia di euro di lavori pubblici.
Tra le opere la cui aggiudicazione sarebbe stata pilotata  c'e' la realizzazione del centro commerciale di Castrofilippo e le opere di urbanizzazione della frazione di Villa Seta.

Le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno dimostrato che Lo Giudice era al centro di una impressionante rete di rapporti affaristico-mafiosi nella gestione di affari illeciti con esponenti mafiosi dell' agrigentino. Secondo gli inquirenti, per questi suoi ''interventi'', Lo Giudice avrebbe incassato tangenti che il politico, per paura di essere arrestato, aveva nascosto ''sotto il mattone''. Da una conversazione tra Lo Giudice e l’imprenditore di Canicattì Marino Calogero (anche lui arrestato nell’operazione Alta Mafia) intercettata il 5 gennaio 2002 all’interno della segreteria politica il Marino lascia intendere quale sia la provenienza della somma di denaro posseduta da Lo Giudice manifestandogli la disponibilità a trasferire il denaro in Svizzera attraverso “canali riservatissimi”.

Interlocutori
L= Lo Giudice
M= Marino Calogero

L: Appena mi “attaccano”, mettono le mani su tutte le mie cose… ammesso e concesso… che ho soldi in banca, nei conti correnti e nei libretti… prontamente li bloccano, è così o no ? Se io non li ho per i cazzi miei… tolti a poco a poco… eh, 100-150-200 milioni conservati… che la mia famiglia non muore di fame… io sono un cretino, per la vita che conduco… però,  queste cose… uno che fa… li tiene nascoste da 10 anni per i cazzi suoi, conservati, ma minchiate sono queste… inc…
M: … inc… mi asco… mi ascolti, una volta tanto, perché questi sono troppo pericolosi, anche
L: Ma voglio dire…
M: Se vossia ha… o qualche amico… insomma, qualche 100 milioni io glieli posso sistemare, non ce n’è problema ! Come li sistemo ? Siccome… inc… molto, perché mi sono fatto la villa, va bene, a livello personale nessuna… inc… sono sotto di 4-500 milioni
L: Eh
M: Li prendo a cento a cento dalle mie società… la società prende i soldi da me e se l’incassa… ma in cassa non c’è niente
L: Sì
[…]
L: Può succedere una minchiata, una minchiata qualsiasi che io me ne vado ad un funerale… faccio una minchiata… possibilmente mi fotografano… siccome c’è questo ambientaccio di sta minchia, “obbonu” (metti caso) che mi fanno fare 3 giorni… in questi 3 giorni… inc… mafioso
M: Ognuno… “io non ci voglio andare più alla banca”…  visto che parliamo di cose così delicate… quando capisce così… glieli posso portare qualche… inc… in forma riservatissima in Svizzera…


Il 16 novembre 2001, presso la segreteria di Vincenzo Lo Giudice, il deputato racconta a Calogero Di Caro, “uomo d’onore” di prima grandezza della famiglia mafiosa di Canicattì, gli sforzi che ha dovuto fare nei mesi precedenti per essere candidato alle elezioni regionali, in particolare un incontro che ha fatto fuori dalla Sicilia per cercare di essere messo in lista. Utilizzando una metafora ecclesiastica, Lo Giudice ammette che pur non facendo parte della “chiesa” (il riferimento è all’affiliazione formale in Cosa Nostra) – conosceva e “rispettava” i “parrini” (il riferimento è agli uomini d’onore) e che era stato sempre pronto ad incontrarli (sia pure adottando le misure necessarie a non essere scoperto dalle forze dell’ordine) e disponibile a soddisfare le loro richieste

Lo Giudice si rivolge a Di Caro
L= Lo Giudice Vincenzo

L= Preciso, io sono… io non faccio parte della chiesa, però hai sempre canusciutu parrini e l’hai rispettati e mi hanno rispettato per grazia di Dio… perché a Canicattì a mia le persone di un certo tipo mi hanno sempre considerato una persona disponibile con …(inc.le)… picchì ‘ccà …(inc.le)… tante volte sono stato utilizzato, ora ‘sti cose ni scurdamu, na vota mi purtaru un pacco e u riscursu e natru, na vita …(inc.le)… ma io gliene sono grato e tutto è …(inc.le)… in me, basta …(inc.le)… sugnu fatto accussì… e sugnu fatto anche con un certo tipo di carattere, merda ca su, quannu c’è uno in difficoltà cerco di aiutarlo se ci riesco, non per altro per putiri dire, io ho fatto il mio dovere, se qualcuno mi sparra, non saprò il perché… picchì male nun n’hai fatto, chiaro?


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