Teheran impone il suo regime marittimo, colpisce petroliere e costringe gli Emirati a minacciare una risposta armata
La resa dei conti è appena cominciata ma, mentre tremano d'incertezza i palazzi sfarzosi dell'impero, i suoi rappresentanti continuano ad ostentare la tronfia sicurezza di un tempo.
"Abbiamo il controllo dello stretto e l'Iran sta crollando", ha dichiarato entusiasta il Segretario del Tesoro Scott Bessent, dando la sua benedizione dall'annuncio, da parte del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) dell'avvio di una vasta operazione militare per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
L’operazione, denominata “Project Freedom”, prevede il dispiegamento di un imponente dispositivo militare: cacciatorpediniere con missili guidati, oltre 100 velivoli tra assetti terrestri e navali, piattaforme senza pilota e circa 15.000 militari. Secondo il CENTCOM, la fase di dispiegamento è già in corso con l’obiettivo di proteggere la navigazione commerciale e ripristinare condizioni di sicurezza nello stretto, dopo le recenti tensioni con l’Iran.
Poco dopo l'annuncio, la situazione ha iniziato a precipitare di ora in ora. Il comandante del CENTCOM, ammiraglio Brad Cooper, ha visitato le forze statunitensi nell’area, segnalando l’importanza strategica del dispositivo militare in atto.
Le autorità iraniane hanno subito risposto dichiarando di considerare qualsiasi intervento statunitense nella gestione della navigazione come una violazione del cessate il fuoco, minacciando una risposta militare diretta.
Missili, navi statunitensi colpite e la fine della tregua
Il corso degli eventi è degenerato rapidamente. L’agenzia iraniana Fars, citando fonti locali, ha riferito questa mattina che due missili hanno colpito una nave da guerra statunitense vicino all’isola di Jask, dopo che questa avrebbe ignorato gli avvertimenti delle Guardie Rivoluzionarie.
"Credo che ciò che sta accadendo sia che l'Iran si rifiuta di sottomettersi alla nuova normalità che gli Stati Uniti stanno cercando di imporre nella regione", ha commentato ad Al Jazeera Sultan Barakat, professore all'Università Hamad Bin Khalifa in Qatar.
L’esercito iraniano sostiene di aver impedito l’ingresso di navi da guerra statunitensi nello Stretto di Hormuz “con un avvertimento fermo e rapido”, annunciando che ulteriori dettagli saranno diffusi in seguito. Dall’altra parte, il CENTCOM rivendica la distruzione di sei motoscafi iraniani, segnale che gli scontri a fuoco – finora circoscritti – stanno assumendo una frequenza e un’intensità tali da mettere seriamente a rischio la sopravvivenza del cessate il fuoco.
Un episodio che fa tremare il mondo intero, tenendo conto che, in precedenza, Trump aveva minacciato a Fox News come l'Iran sarebbe stato spazzato via dalla faccia della terra se avesse attaccato le navi americane.
Poche ore fa, ha pubblicato un suo consueto nuovo post minatorio su Truuth Social:
"L'Iran ha attaccato alcune nazioni non coinvolte nel movimento navale, PROJECT FREEDOM, tra cui una nave mercantile sudcoreana. Forse è ora che la Corea del Sud si unisca alla missione! Abbiamo abbattuto sette piccole imbarcazioni o, come amano chiamarle, "veloci". È tutto ciò che gli è rimasto. A parte la nave sudcoreana, al momento non ci sono stati danni nello Stretto. Il Segretario alla Guerra Pete Hegseth e il Capo di Stato Maggiore Congiunto, Dan Caine, terranno una conferenza stampa domani mattina”. 
Brad Cooper © Imagoeconomica
Attacchi in mare e sul territorio degli Emirati Arabi Uniti
Nel golfo, in ogni caso, la situazione è già esplosiva e non solo per questo riguarda le navi da guerra statunitensi. Una petroliera ha tentato di attraversare Hormuz senza coordinarsi con Teheran lungo una rotta che gli USA avevano indicato come “corridoio sicuro” nelle acque territoriali dell’Oman: è stata colpita dalle Guardie Rivoluzionarie che hanno lanciato un segnale chiaro contro qualsiasi “fatto compiuto” navale americano. A ciò si aggiunge il targeting di una nave sudcoreana al largo delle coste degli Emirati, che ha fatto scattare l’allarme missilistico a Dubai, alimentando il senso di vulnerabilità di hub finanziari e logistici del Golfo.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno a loro volta accusato l’Iran di aver colpito con droni una petroliera vuota di ADNOC, la Barakah, mentre tentava di attraversare lo stretto; Abu Dhabi parla di “attacchi non provocati” e chiede a Teheran di impegnarsi a una cessazione immediata delle ostilità e alla riapertura piena e incondizionata di Hormuz.
Ma l'escalation si è rapidamente spostata anche sulla terraferma: l’ufficio stampa di Fujairah ha confermato un “vasto incendio” in un sito industriale petrolifero dopo un attacco di droni provenienti dall’Iran, mentre il Ministero della Difesa emiratino parla del lancio di quattro missili, tre dei quali intercettati. Nell’attacco risultano feriti tre cittadini indiani, con lesioni definite “moderate”.
Il presidente del Comitato di Difesa degli Emirati Arabi Uniti, Ali Al-Nuaimi, ha informato il suo omologo israeliano Boaz Bismuth che gli Emirati Arabi Uniti risponderanno militarmente all'Iran; "non possiamo rimanere in silenzio".
Secondo la CNN, che cita una fonte di alto livello negli Emirati all'emittente televisiva americana, “Israele ha innalzato il suo livello di prontezza al combattimento e il Consiglio dei Ministri sta convocando una riunione d'emergenza” e gli EAU “si riservano il pieno e legittimo diritto di rispondere agli attacchi” di Teheran.
L’attacco a Fujairah che blocca lo snodo alternativo degli Emirati fuori dall’Opec
L’attacco iraniano al porto petrolifero di Fujairah non rappresenta certamente un episodio casuale, ma un’operazione mirata contro uno dei nodi logistici più critici del sistema energetico degli EAU.
Proprio poche ore prima di attaccare, Teheran aveva esteso il blocco dello Stretto a questo terminale, includendo anche il porto orientale emiratino di Khor Fakkan.
Fujairah costituisce infatti il terminale dell’oleodotto ADCOP, infrastruttura strategica che consente agli Emirati Arabi Uniti di aggirare lo Stretto di Hormuz e mantenere flussi di esportazione tra 1,5 e 1,8 milioni di barili al giorno. Colpire questa rotta significa neutralizzare una delle poche alternative operative in grado di mitigare il blocco del Golfo Persico, amplificando l’effetto dello shock sull’offerta globale.
Non a caso, pochi giorni fa gli Emirati hanno annunciato l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC+ dopo quasi 60 anni, segnando un punto di rottura storico per l’equilibrio del cartello, che in passato controllava tra il 50% e il 55% della produzione mondiale. La progressiva erosione dell’organizzazione, già indebolita dalle uscite di Qatar, Angola ed Ecuador, riduce ulteriormente la capacità di coordinamento dell’offerta in una fase di estrema volatilità. Abu Dhabi, che prima del conflitto produceva circa 3,4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 3% dell’offerta globale, ha visto la propria produzione scendere a 2,37 milioni nel marzo 2026, nonostante una capacità installata prossima ai 4,3 milioni. 
Questo divario tra capacità e produzione riflette sia i limiti imposti fino a poco tempo fa dalle quote OPEC sia l’impatto diretto della crisi regionale. Negli ultimi anni, gli Emirati avevano investito circa 150 miliardi di dollari per espandere la propria capacità estrattiva, puntando a un aumento delle quote produttive necessario per sostenere il ritorno su tali investimenti.
L’oleodotto Abshan-Fujairah, con una capacità compresa tra 1 e 1,5 milioni di barili al giorno, di fatto, eludeva lo Stretto di Hormuz e garantiva, almeno in teoria, una rotta alternativa per le esportazioni di Abu Dhabi.. Qualsiasi interruzione lungo questo asse compromette direttamente l’accesso degli Emirati ai mercati internazionali via Oceano Indiano.
Si approssima lo shock petrolifero globale
Intanto il prezzo del petrolio Brent ha superato i 120 dollari al barile.
Il mercato energetico globale sta ancora operando in una fase di negazione parziale rispetto alla reale portata dello shock dell’offerta. Nonostante il petrolio abbia già registrato un aumento del 57% dal 28 febbraio, attestandosi intorno ai 108 dollari al barile, diversi indicatori suggeriscono che il prezzo corrente non rifletta ancora una contrazione dell’offerta stimata intorno al 20% su scala globale. Un dato che, se confermato, rappresenterebbe uno shock circa otto volte superiore a quello registrato durante la guerra delle petroliere negli anni ’80, quando l’interruzione si fermò al 2,6%.
La risposta immediata dei governi e delle istituzioni è stata massiccia ma temporanea. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha immesso sul mercato 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, il più grande rilascio nei suoi 50 anni di storia. Tuttavia, questa quantità equivale a meno di quattro giorni di domanda globale, evidenziando la limitata capacità di tali strumenti di compensare uno shock strutturale. Ancora più significativo è il fatto che, nella stessa settimana dell’annuncio, i prezzi siano comunque aumentati del 17%, segnalando una domanda resiliente e una percezione crescente di scarsità.
Nel frattempo, il sistema sta esaurendo rapidamente i suoi margini di sicurezza. Le riserve vengono drenate a un ritmo di circa 6 milioni di barili al giorno per compensare il crollo delle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz, ridotte fino al 4% dei livelli normali secondo Goldman Sachs. Il buffer logistico si è ormai dissolto: l’ultima petroliera partita prima della chiusura ha già raggiunto la destinazione, segnando il passaggio da una crisi attenuata artificialmente a un vero shock di offerta.
Anche nello scenario di una riapertura dello stretto, il ritorno alla normalità non sarà immediato. I flussi energetici richiedono tra uno e due mesi per stabilizzarsi, mentre alcune infrastrutture critiche, come quelle del GNL qatariota, potrebbero impiegare fino a 3-5 anni per un pieno ripristino. La domanda, al contrario, reagisce in pochi giorni. Questo squilibrio temporale crea le condizioni per una seconda fase della crisi: la ricostituzione simultanea delle riserve da parte di governi e aziende, che introdurrà un ulteriore picco di domanda proprio mentre l’offerta sarà ancora fragile.
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