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La Casa Bianca annuncia la “fine delle ostilità”, ma apre ad altri 60 giorni per colpire Teheran

La situazione non potrebbe essere più surreale di così con i soliti giochi di parole da circo pronti ad ingannare il circolo mediatico.
Donald Trump ha informato ufficialmente il Congresso, tramite lo speaker della Camera Mike Johnson, che “tutte le azioni militari legate all’Iran sono terminate”, chiudendo formalmente il ciclo operativo avviato due mesi fa. 
“Finalmente!”, verrebbe da dire, salvo constatare che questo passaggio non segna la fine del conflitto: per la Risoluzione sui poteri di guerra del 1973, il presidente ottiene di fatto altri sessanta giorni di margine per poter riprendere operazioni belliche senza una nuova autorizzazione parlamentare, se deciderà di riaccendere la miccia.
Ed effettivamente, in pubblico Trump continua a oscillare tra trionfalismo e minaccia.
Sul fronte diplomatico, nelle ultime ore, l’Iran ha trasmesso agli Stati Uniti la sua risposta alle più recenti proposte di cessazione della guerra tramite mediatori pakistani. Secondo quanto riportato da Barak Ravid di Axios, Teheran ha recapitato una nuova bozza di accordo ai facilitatori di Islamabad, ma i contenuti non sono stati resi pubblici, e le indiscrezioni parlano solo di un quadro generale che legherebbe tregua militare, dossier nucleare e allentamento delle sanzioni.
Trump ha dichiarato di non essere “soddisfatto” di questa nuova proposta iraniana, ritenendola insufficiente a garantire gli obiettivi strategici statunitensi. “Al momento non sono soddisfatto di quanto offrono”, ha detto, lasciando intendere che Washington non è disposta a “porre fine prematuramente” alla guerra senza una resa sostanziale sul programma nucleare e sull’influenza regionale di Teheran. Dietro le quinte, funzionari iraniani sottolineano invece che gli Stati Uniti starebbero usando la retorica dei negoziati anche per influenzare i mercati energetici e guadagnare tempo in vista di eventuali nuove operazioni.  

Israele: la guerra non è vinta finché l’uranio resta in Iran

Fattore non di poco conto: per Israele, che nelle ultime ore ha ricevuto 6500 tonnellate di munizioni, il bilancio della campagna in Iran è tutt’altro che conclusivo.
Infatti, secondo l’ex capo di gabinetto del Segretario di Stato americano, Lawrence Wilkerson, “Trump è ansioso di trovare una via d’uscita, dichiarare vittoria e porre fine alla guerra contro l’Iran, ma Benjamin Netanyahu non è d’accordo, lasciando (il tycoon, ndr) intrappolato”. 


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Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) sostengono che, sebbene molti obiettivi militari siano stati colpiti – dalle basi missilistiche ai centri di comando, fino ad alcuni alti funzionari – la guerra sarà un “fallimento” se il programma nucleare iraniano non verrà smantellato alla radice. A loro giudizio, il regime potrebbe riattivare con rinnovata energia il progetto nucleare non appena i combattimenti cesseranno, approfittando del tempo concesso da una tregua imperfetta.
Da qui la linea rossa: per gli alti comandi israeliani il successo della campagna sarà misurato solo se l’uranio verrà rimosso dal territorio iraniano nell’ambito di un accordo diplomatico, trasformando il compromesso negoziale in una sorta di disarmo verificabile. I funzionari militari insistono che questa soluzione debba essere perseguita con la massima determinazione, ma avvertono che, qualora il negoziato fallisse, “sarà necessario ricorrere alla forza” e Israele dovrà “fare tutto il possibile per eliminare la minaccia”, anche a costo di una nuova escalation regionale. 

L’Iran avverte: “La guerra probabilmente riprenderà”

Da Teheran nessuno si fa più illusioni. Le forze armate iraniane sostengono che sia “probabile” la ripresa della guerra con Stati Uniti e Israele, perché “le prove dimostrano che gli Stati Uniti non sono vincolati da alcun accordo o trattato”. “Le azioni e le dichiarazioni dei funzionari statunitensi sono principalmente dettate dai media e mirano, in primo luogo, a impedire un calo dei prezzi del petrolio e, in secondo luogo, a tirarsi fuori dal pasticcio che hanno creato”, ha affermato Mohammad Jafar Asadi, vice capo del comando militare, in una dichiarazione rilanciata dall’agenzia Fars.
Asadi insiste che le forze armate iraniane sono “pienamente preparate ad affrontare qualsiasi nuova avventura o follia da parte degli americani”. La leadership a Teheran dipinge la crisi come un test della resilienza strategica dell’Iran, convinta che l’arma principale della Casa Bianca sia la pressione economica e mediatica, non la volontà reale di chiudere un accordo equilibrato. 

La preparazione alla prossima offensiva: gli aerei Cargo e la riunione del CENTCOM

Mentre l’Iran mostra scetticismo sulla tregua, le forze aeree statunitensi hanno condotto una nuova, importante operazione di rifornimento aereo nel Medio Oriente, impiegando oltre una dozzina di aerei da trasporto e numerosi tanker in volo: una manovra che punta a consolidare la presenza logistica nella regione, garantendo alle forze USA la capacità di riprendere i combattimenti con breve preavviso.
Giovedì Trump ha tenuto alla Casa Bianca un briefing a porte chiuse con i vertici dell’intelligence e l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, che – secondo fonti citate da Axios – ha illustrato “nuovi piani per una possibile azione militare in Iran”. L’obiettivo, spiegano le stesse fonti, è duplice: o “sbloccare le trattative” alzando la posta in gioco, oppure “infliggere un colpo finale prima di porre fine alla guerra”. In entrambi i casi, la logica resta quella della “massima pressione”, che alterna cessate il fuoco tattici a minacce di escalation per strappare concessioni politiche.
Dentro questo scenario si inserisce l’opzione più ambiziosa – e rischiosa – discussa al Pentagono: il dispiegamento in Medio Oriente del missile ipersonico Dark Eagle. Secondo Bloomberg, il Comando Centrale delle forze Usa ha formalmente chiesto il trasferimento del sistema nella regione, puntando a colpire obiettivi iraniani che si trovano ben oltre la portata degli attuali Precision Strike Missile, limitati a poco più di 300 miglia. Con una gittata stimata di almeno 2.500 chilometri, il Dark Eagle permetterebbe agli Stati Uniti di minacciare in profondità i siti strategici iraniani senza esporre direttamente le basi avanzate. 


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Washington non ha ancora approvato la richiesta, ma un eventuale via libera segnerebbe il primo impiego operativo di un missile ipersonico statunitense. Il paradosso è che il sistema non è ancora considerato pienamente pronto per un impiego intensivo in combattimento: un dispiegamento affrettato, quindi, trasformerebbe il teatro iraniano in banco di prova per una tecnologia ancora in fase di maturazione. L’idea che circola nei corridoi del CENTCOM è chiara: usare l’ombra dell’ipersonico come deterrente, facendo capire a Teheran che, se i negoziati fallissero, gli Stati Uniti potrebbero colpire con rapidità e in profondità, riducendo il tempo di reazione delle difese iraniane.  

La nuova dimensione della guerra: il satellite iraniano e le basi Usa “inutilizzabili”

L’esito, tuttavia, è tutt’altro che scontato. Sul terreno, le ultime inchieste parlano di un bilancio impietoso sullo stato delle basi americane attaccate durante i 40 giorni di guerra. Secondo un’inchiesta della CNN, le rappresaglie iraniane avrebbero danneggiato almeno 16 siti e rendendo alcune basi “praticamente inutilizzabili”, tra cui Camp Buehring in Kuwait, descritta come una “microcittà” americana oggi quasi deserta dopo settimane di attacchi con missili e droni.
La vera novità, sottolinea il reportage, è la qualità dell’intelligence iraniana. Nel 2024 il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica avrebbe acquisito un satellite commerciale cinese di osservazione terrestre, il TEE‑01B (Earth Eye 1), progettato per il telerilevamento ad alta risoluzione. Questo passaggio ha permesso a Teheran di passare da immagini sgranate a un tracciamento molto più preciso delle basi statunitensi, al punto che, per la CNN, “questa è la prima volta che l’America combatte contro un avversario dotato di satelliti che catturano immagini ad alta risoluzione quasi dettagliate quanto le sue”. La conseguenza è un capovolgimento del campo di battaglia: la presenza militare USA, un tempo percepita come “scudo protettivo” nel Medio Oriente, rischia di trasformarsi nel suo “tallone d’Achille”, con molte truppe costrette a rifugiarsi negli hotel e negli appartamenti della Penisola Arabica.

Immagini realizzate con il supporto dell'IA 

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