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Washington perde miliardi, arsenali e consenso mentre l’Iran resiste al blocco navale di Trump

“Ora gli iraniani devono arrendersi, è tutto ciò che devono fare. Devono solo dire: ci arrendiamo”. 
Con questo ultimatum Donald Trump ostenta una sicurezza regale che può dare abbaglio ai pochi fedelissimi rimasti, mentre l’impero sta crollando. 
Nessun obiettivo militare designato dalla Casa Bianca è stato raggiunto, mentre la guerra sta già battendo i record per i suoi costi spropositati. 
Secondo i calcoli del Center for Strategic and International Studies (CSIS), missili e droni iraniani hanno distrutto equipaggiamenti militari statunitensi per un valore compreso tra 2,3 e 2,8 miliardi di dollari. Una parte significativa dei danni è imputabile alle ondate di missili balistici e droni iraniani, che hanno colpito basi in Medio Oriente, sistemi radar e hangar per la manutenzione di velivoli come gli MQ‑9, e hanno messo in luce vulnerabilità che il Pentagono sperava di tenere ben nascoste. 
Una precedente analisi aveva evidenziato che Washington, nell’arco delle ultime sette settimane di combattimenti, aveva perso almeno il 45% del loro arsenale di missili a guida di precisione, oltre al 50% delle riserve di intercettori per sistemi Thaad e Patriot. 
Una disfatta clamorosa a cui sono da aggiungersi i costi indiretti del conflitto che avranno riverbero nei mesi a venire. 
Le scosse all’interno della Casa Bianca si fanno sempre più manifeste. Mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth, nella sua prima audizione al Congresso dall’inizio del conflitto, ha parlato di 25 miliardi di dollari spesi, principalmente per munizioni e manutenzione, dal pubblico si sono levate burrascose contestazioni. “Il popolo americano non vuole questa guerra. Non vuole combattere una guerra per Israele”, ha dichiarato un manifestante interrompendo il suo monologo, definendo Hegseth, un criminale di guerra.
Anche sull’entità reale dei costi, si levano voci di protesta: i leader democratici e diversi economisti, stimano il costo reale per l’economia statunitense e per i 330 milioni di cittadini americani, in una cifra compresa tra i 630 e 1.000 miliardi di dollari, se si includono l’impatto sui mercati energetici, le tensioni sulle catene di approvvigionamento, i premi assicurativi, i maggiori tassi d’interesse e il peso futuro del debito. 

Escalation militare: nuove opzioni che guardano alle armi ipersoniche

Nonostante queste stime impietose alla Casa Bianca in molti non hanno abbandonato la via militare. Giovedì Trump ha tenuto un briefing alla Casa Bianca a porte chiuse con l’intelligence e con il comandante del CENTCOM, ammiraglio Brad Cooper, che – secondo fonti citate da Axios – ha illustrato “nuovi piani per una possibile azione militare in Iran”. L’idea, dicono le fonti, è duplice: “sbloccare le trattative” o, all’opposto, “infliggere un colpo finale prima di porre fine alla guerra”.


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Nel merito, dal teatro operativo arrivano segnali di preparazione a un nuovo tentativo di operazione speciale via terra: un MC‑130J Commando II e due HC‑130J Combat King II stanno convergendo dalle basi in Grecia verso il Medio Oriente. Sono gli stessi velivoli per operazioni speciali utilizzati nel precedente fallito raid contro gli impianti nucleari di Isfahan, presentato all’opinione pubblica come missione di soccorso per piloti abbattuti.
È proprio su questo fronte che si inserisce la proposta più ambiziosa e rischiosa dell’apparato militare americano: il trasferimento del missile ipersonico Dark Eagle in Medio Oriente. Secondo Bloomberg, il CENTCOM ha formalmente richiesto il dispiegamento di questa arma, con una gittata stimata di almeno 2.500 chilometri, per colpire obiettivi iraniani che oggi si trovano oltre la portata del Precision Strike Missile, fermo a poco più di 300 miglia. Washington non ha ancora approvato la richiesta, e l’eventuale via libera segnerebbe il primo impiego operativo di un missile ipersonico statunitense, nonostante il sistema non sia ancora considerato pienamente pronto per un uso intensivo in combattimento.
La mossa, se confermata, avrebbe un duplice significato: da un lato, dimostrare che gli Stati Uniti possono ancora alzare la posta tecnologica; dall’altro, mandare un segnale a Teheran e a Pechino sul fatto che il dominio americano nella “guerra dei missili” non è ancora tramontato. Ma ogni introduzione di una tecnologia così avanzata su un fronte caldo porta con sé il rischio di errori di calcolo – e di escalation – che potrebbero trasformare una guerra regionale in qualcosa di molto più ampio. 

L’Iran avverte: “attacchi lunghi e dolorosi”, sveleremo presto “un’arma mai vista”

Teheran, dal canto suo, non mostra nessuna intenzione di arretrare di fronte alle minacce. Un alto funzionario delle Guardie Rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi attacco statunitense contro l’Iran, “anche se limitato”, darebbe il via a “attacchi lunghi e dolorosi» contro le posizioni statunitensi nella regione. Il comandante delle forze aerospaziali, Majid Mousavi, ha ricordato agli americani “cosa è successo alle vostre basi regionali” e promesso che “vedremo la stessa cosa accadere alle vostre navi da guerra”.
La leadership iraniana punta a trasformare ogni eventuale nuovo attacco USA in una vetrina di deterrenza, mostrando all’opinione pubblica interna e alla regione che l’Iran non è più il Paese che subisce, ma quello che può infliggere costi crescenti alla superpotenza.
Al contempo, il contrammiraglio Shahram Irani, comandante della Marina iraniana, ha avvertito, citato da Press Tv che la Repubblica islamica affronterà "molto presto" il nemico con un'arma "che gli incute profondo timore".
"Ed è proprio lì accanto a loro", ha osservato mercoledì riferendosi all'arma in questione, aggiungendo: "Spero che non abbiano un infarto". 

Khamenei: “Nuovo capitolo” nello Stretto di Hormuz, non tollereremo il blocco dei porti

Nel frattempo, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, in occasione della Giornata nazionale del Golfo Persico, ha annunciato l’apertura di un “nuovo capitolo” nello Stretto di Hormuz, definendo un “vergognoso fallimento” la recente strategia statunitense nella regione.
Secondo Teheran, le operazioni militari occidentali non solo non hanno raggiunto i propri obiettivi, ma hanno rafforzato la determinazione iraniana e consolidato il controllo strategico sullo snodo energetico più importante al mondo.
Khamenei ha inserito la crisi in una narrativa storica più ampia, richiamando l’espulsione dei portoghesi dallo Stretto nel 1622 e denunciando l’“avidità” delle potenze straniere nella regione. In questo contesto, ha prospettato un futuro del Golfo Persico “senza America”, sostenendo che la presenza militare statunitense rappresenti il principale fattore di instabilità. Le basi americane sono state definite “fantoccio” e incapaci di garantire sicurezza, mentre Teheran rivendica il ruolo delle proprie forze armate come elemento di deterrenza e stabilità.
Parallelamente, Khamenei ha ribadito che le capacità nucleari e missilistiche del Paese sono considerate un “capitale nazionale” non negoziabile, da difendere al pari dell’integrità territoriale. Una posizione che segnala l’irrigidimento della postura strategica iraniana e riduce ulteriormente gli spazi per una de-escalation nel breve periodo.
In conclusione, ha avvertito che “l’Iran non tollererà blocchi navali e risponderà militarmente a eventuali restrizioni sui propri porti”.  


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Mojtaba Khamenei

Il blocco navale, l’ultima disperata speranza di Trump per costringere Teheran alla resa

A questo proposito, infatti, al di là dell’opzione militare, secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, il presidente ha ordinato ai suoi consiglieri di prepararsi a un blocco a lungo termine dei porti iraniani, con l’obiettivo di trasformare lo Stretto di Hormuz in una leva strutturale di pressione.
“Il blocco è in qualche modo più efficace dei bombardamenti. Stanno soffocando come un maiale ripieno, e per loro la situazione peggiorerà. Non possono permettersi un'arma nucleare”, avrebbe detto Trump ad Axios, con una curiosa iperbole culinaria tanto calorica, quanto demenziale. 
L’obiettivo chiaro è “continuare a esercitare pressione sull’economia e sull’esportazione di petrolio iraniano, impedendo alle navi di entrare e uscire dai porti iraniani”.
Ma questa strategia assume che l’Iran resti intrappolato nella gabbia marittima disegnata dagli Stati Uniti. Un’ipotesi che la realtà sul terreno sta iniziando a smentire, a partire dal ruolo crescente di attori regionali come il Pakistan, che stanno trasformando la geografia in un’arma politica contro il blocco navale.

Il corridoio pakistano: come aggirare il blocco di Trump

Mentre le navi iraniane restano sotto la minaccia costante della flotta statunitense, Islamabad ha scelto una via diversa: sfruttare un accordo stradale del 2008 con l’Iran per aprire una serie di corridoi terrestri che permettono ai container diretti verso la Repubblica islamica di attraversare il territorio pakistano.
Una nuova ordinanza del Ministero del Commercio pakistano sul transito di merci, varata nel 2026, designa rotte precise che collegano porti come Gwadar, Karachi e Port Qasim ai valichi di frontiera di Taftan e Gabd. Percorsi come Gwadar-Gabd, Karachi-Port Qasim-Lyari-Ormara-Pasni-Gabd o le lunghe tratte che passano da Khuzdar, Quetta, Dalbandin e Nokundi trasformano i 900 chilometri di confine condiviso in una vera e propria arteria commerciale alternativa.
Secondo i dati citati da Al Jazeera, attraverso questi corridoi transitano già oltre 3.000 container, consentendo all’Iran di mantenere un collegamento diretto via terra con Russia e Cina nonostante il blocco navale. Di fatto, Islamabad sta sfruttando una scappatoia legale per aggirare la stretta di Trump e, al tempo stesso, si propone come hub logistico indispensabile per le potenze eurasiatiche. L’idea di uno strangolamento totale dell’economia iraniana si scontra così con la resilienza – e con la creatività – delle geometrie terrestri.

Petrolio iraniano: resilienza tecnica e memoria storica

Un’altra variabile che complica i piani della Casa Bianca è la sorprendente resilienza del settore petrolifero iraniano. Un’analisi del Center on Global Energy Policy della Columbia University indica che le chiusure forzate della produzione non stanno paralizzando i giacimenti come Trump sperava. Se il blocco dello Stretto venisse revocato, l’Iran potrebbe probabilmente tornare rapidamente a circa il 70% della sua capacità di produzione e recuperare la maggior parte dei volumi pre‑bellici in pochi mesi. 


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La chiave è la natura stessa dei giacimenti: molti dei principali campi, in particolare i serbatoi carbonatici del Khuzestan, sono naturalmente predisposti a cicli di arresto e riavvio. A differenza dei giacimenti di greggio pesante, di scisto o in ambienti freddi, un’interruzione temporanea può addirittura portare a un aumento della pressione e, in prospettiva, a una capacità di produzione più alta una volta riprese le attività. I nuovi giacimenti del West Karoun – come Azadegan, Yadavaran e Yaran – producono circa 500.000 barili al giorno, in condizioni simili a quelle dei campi iracheni che gestiscono regolarmente interruzioni senza impatti strutturali.
Con una produzione ancora stabile attorno ai 3,06 milioni di barili al giorno e un lavoro in corso su rotte di esportazione alternative, le previsioni apocalittiche della Casa Bianca su “pozzi che esplodono” appaiono sempre più scollegate dai dati tecnici. Non a caso il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha potuto deridere pubblicamente l’idea che il blocco dello Stretto possa “distruggere” il settore energetico del Paese, ricordando come l’Iran abbia già superato scenari simili dopo l’accordo sul nucleare del 2016, il ritiro degli Stati Uniti dal JCPOA nel 2018 e la crisi pandemica. 

La guerra dei prezzi: energia, elio e semiconduttori

Lo Stretto di Hormuz è il cuore della crisi, ma le sue onde lunghe stanno colpendo l’intera economia globale. I futures sul Brent di giugno stanno di nuovo testando i massimi del 9 marzo, attorno a 120 dollari al barile: un livello che, se superato, aprirebbe la porta – secondo l’analisi tecnica – a un’accelerazione verso soglie ancora più alte, oltre 140, 150, 160 dollari. La Banca Mondiale stima un possibile aumento dei prezzi energetici fino al +24% nell’arco dell’anno, il più marcato degli ultimi quattro, trainato dalle interruzioni di offerta in Medio Oriente. 
L’effetto combinato di energia e alimentari sta diventando esplosivo per molti paesi importatori netti, dove i governi già alle prese con inflazione e debito rischiano di trovarsi travolti da nuove ondate di instabilità politica e proteste sociali. Ma la crisi non si ferma alle bollette di luce e benzina: sta penetrando nel cuore stesso della filiera tecnologica globale, quella dei semiconduttori. 
La carenza di PGMEA – un solvente fondamentale per la litografia – è emersa come un nuovo collo di bottiglia: rappresenta circa il 15% dei costi di produzione dei chip e la sua disponibilità è peggiorata dall’inizio del conflitto. Il gigante giapponese Shin‑Etsu Chemical ha registrato un calo del 13% dell’utile operativo trimestrale, segnalando come le tensioni su energia e materie prime si stiano già riversando sui margini delle aziende chiave della catena del silicio. 
A questo si somma la crisi dell’elio, una vulnerabilità raramente citata ma decisiva. Il Qatar, responsabile di circa il 30–33% della produzione globale, ha interrotto le forniture, togliendo dal mercato circa 63 milioni di metri cubi l’anno su un totale di circa 190 milioni. In assenza di riserve strategiche significative e con capacità di stoccaggio limitate a 35–48 giorni, lo shock è immediato e difficilmente assorbibile. Le conseguenze toccano direttamente la produzione di chip, la sanità (in particolare le risonanze magnetiche) e le infrastrutture digitali, mostrando quanto una guerra nata sullo Stretto di Hormuz possa trasformarsi, nel giro di pochi mesi, in un fattore di rischio sistemico per la tecnologia globale. 

Foto © Imagoeconomica 

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