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Blocco navale, minacce incrociate e tregua prorogata: il braccio di ferro tra Washington e Teheran entra nella fase più rischiosa

Siamo alla calma prima della tempesta in arrivo. Come riportato dalla Cnn, Il viaggio del vicepresidente JD Vance a Islamabad è stato ufficialmente “sospeso” a causa del rifiuto dell’Iran di mostrare flessibilità sulle sue richieste in vista di un secondo round di colloqui. Teheran ha fatto saltare il vertice in Pakistan, rendendo ancora più fragile il cessate il fuoco che sta tenendo a fatica mentre il blocco navale americano sullo Stretto di Hormuz continua a strangolare l’economia iraniana e a inquietare i mercati globali. 
Nessuna delegazione iraniana è mai partita per la capitale pakistana, lasciando Islamabad avvolta da un gelo inquietante e sinistro. Alti funzionari di Teheran hanno spiegato che non intendono impegnarsi in negoziati “all’ombra delle minacce”, dopo la rinnovata aggressione statunitense in mare e il rafforzamento del blocco contro i porti iraniani. Per l’Iran, sedersi al tavolo senza un allentamento del blocco navale significa certificare una resa politica prima ancora che militare. 

Teheran: niente negoziati “sotto la minaccia di ritorsioni”

Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore, Mohammad Baqer Qalibaf è stato esplicito, accusando il presidente degli Stati Uniti di tentare di costringere Teheran alla sottomissione. In un post su X, ha scritto che Trump, imponendo un blocco e violando il cessate il fuoco, vuole – “nella sua illusione” – trasformare il tavolo dei negoziati in un tavolo di resa o, in alternativa, giustificare una ripresa delle ostilità. Ha ribadito che la Repubblica islamica “non accetta negoziati sotto la minaccia di ritorsioni” e ha avvertito che, nelle ultime due settimane, il Paese si è preparato a “svelare nuove carte sul campo di battaglia”. 
Sulla stessa linea, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il blocco dei porti iraniani “un atto di guerra” e dunque una violazione del cessate il fuoco. Colpire una nave mercantile e prendere in ostaggio il suo equipaggio rappresenta, secondo Araghchi, una violazione ancora più grave, ma Teheran – ha assicurato – “sa come neutralizzare le restrizioni, come difendere i propri interessi e come resistere alle intimidazioni”. 
Il messaggio iraniano non è solo diplomatico. Il generale Majid Mousavi, capo del settore aerospaziale delle Guardie Rivoluzionarie, ha dichiarato ai media che sarebbe un errore intraprendere ulteriori “aggressioni” contro l’Iran, aggiungendo che le infrastrutture petrolifere della regione del Golfo subirebbero danni se i Paesi vicini permettessero agli Stati Uniti di lanciare attacchi dal loro territorio o dalle loro basi. 
“Se i Paesi vicini a sud permetteranno al nemico di utilizzare le loro infrastrutture per attaccare l’Iran, dovranno dire addio alla produzione petrolifera nella regione mediorientale”, ha avvertito Mousavi, ricordando che gli Stati Uniti dispongono di basi e truppe in diversi Stati del Golfo. Una minaccia diretta all’architettura energetica regionale e, per riflesso, alla stabilità dei prezzi globali del greggio.  


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Minacce, colpo di scena e “salvataggio della faccia” di Trump

Su questo sfondo è arrivata l’ennesima sequenza di minacce e ripensamenti schizofrenici da parte di Donald Trump, che continua a ribadire che “la guerra non è ancora finita”, in piena sintonia con la linea di Benjamin Netanyahu. Nelle ore più tese, il presidente ha dichiarato di non voler prolungare il cessate il fuoco, sostenendo che l’Iran abbia rifornito le sue scorte di missili e li abbia riposizionati, e ha minacciato di colpire duramente le infrastrutture del Paese, dai ponti alle centrali elettriche, assicurando che gli Stati Uniti sono “completamente pronti” a intraprendere una nuova azione militare.
Poi è arrivato il colpo di scena. Il tycoon ha annunciato l’estensione del cessate il fuoco e, contemporaneamente, ha ordinato alle forze armate di continuare il blocco contro l’Iran. In una dichiarazione su Truth Social ha spiegato di aver preso la decisione “considerato il grave stato di frammentazione del governo iraniano” e su richiesta del feldmaresciallo Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif, che avrebbero chiesto di sospendere l’attacco finché Teheran non sarà in grado di presentare una proposta unitaria.
“Ho quindi ordinato alle nostre Forze Armate di continuare il blocco e, per tutto il resto, di rimanere pronte e operative”, ha scritto, annunciando l’estensione del cessate il fuoco fino a quando la proposta iraniana non verrà presentata e i colloqui non saranno conclusi “in un senso o nell’altro”. Una tregua prorogata, dunque, ma con il cappio del blocco navale ben stretto. 
Secondo l’ex funzionario del Pentagono Jason Campbell, intervistato da Al Jazeera, il tono dell’ultimo post di Trump riflette in parte una strategia di “salvare la faccia” che la Casa Bianca porterebbe avanti da settimane. Campbell osserva che a Washington hanno circolato molte speculazioni su “chi stia davvero tirando le fila” a Teheran, e che l’enfasi sulla “leadership gravemente frammentata” servirebbe a esercitare maggiore pressione sull’Iran, più sul piano politico che su quello militare.
Lo stesso Campbell ricorda però che Teheran aveva già presentato una proposta unitaria sotto forma di piano in dieci punti. Descrivere l’Iran come diviso e disorganizzato, sostiene, è un modo per spingerlo a fornire un elenco negoziale “più dettagliato e meno rigido”, ma anche per mascherare il fatto che Washington si è detta disposta a inviare il vicepresidente in Pakistan mentre l’altra parte non ha ritenuto di fare altrettanto.
Teheran: “Partecipare ai negoziati è una perdita di tempo”
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Poco dopo l’annuncio di Trump, l’agenzia semi‑ufficiale Tasnim ha riferito che l’Iran ha rifiutato di partecipare ai colloqui in Pakistan, definendo la partecipazione “una perdita di tempo” alla luce delle “richieste eccessive” degli Stati Uniti e dell’assenza di qualsiasi passo indietro sul blocco navale.
Secondo la ricostruzione di Tasnim, Teheran ha comunicato la propria posizione alle autorità pakistane e ai mediatori, precisando che non invierà alcuna delegazione a Islamabad. L’agenzia ha aggiunto che, nonostante l’annuncio di Trump sulla proroga del cessate il fuoco, l’Iran non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale in merito, rinviando a comunicazioni successive. 


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Fonti vicine all’apparato politico e di sicurezza hanno fatto trapelare una posizione ancora più netta: l’Iran non riconosce automaticamente l’estensione del cessate il fuoco e si riserva la facoltà di non rispettarlo in base ai propri interessi nazionali. Un consigliere del presidente del Parlamento ha definito “priva di senso” la proroga unilaterale proclamata da Trump: “La parte perdente non può dettare le condizioni. Continuare l’assedio non è diverso da un bombardamento e deve essere contrastato militarmente. Nel frattempo, la proroga del cessate il fuoco significa certamente guadagnare tempo per un attacco a sorpresa. È il momento che l’Iran prenda l’iniziativa”. 

Trump in difficoltà e il ruolo di Israele

Per l’analista di politica estera Barbara Slavin, l’annuncio di Trump sull’estensione del cessate il fuoco è “un modo per nascondere l’imbarazzo” derivante dal fatto che gli Stati Uniti erano pronti a inviare il vicepresidente in Pakistan, mentre l’Iran ha scelto di non presentarsi. Slavin sostiene che il presidente si trova “chiaramente in un dilemma”: la guerra non è andata come si aspettava, e Teheran ha trovato un nuovo vantaggio strategico nel controllo dello Stretto di Hormuz. 
Secondo la studiosa, gli Stati Uniti dovrebbero “abbandonare le loro richieste massimaliste” e offrire all’Iran un gesto concreto che dimostri la serietà dell’intenzione di arrivare a una soluzione. Ma la politica di Trump appare fortemente condizionata da Israele. Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri Araghchi ha accusato pubblicamente Benjamin Netanyahu di aver chiamato il vicepresidente JD Vance nel mezzo di una sessione negoziale, spostando il baricentro dei colloqui dagli interessi bilaterali USA‑Iran a quelli di Tel Aviv. 
“La chiamata di Netanyahu a Vance durante l’incontro ha spostato il focus dai negoziati USA‑Iran agli interessi israeliani”, ha scritto Araghchi su X, sostenendo che “gli Stati Uniti hanno cercato di ottenere al tavolo negoziale ciò che non erano riusciti a conquistare con la guerra”. Secondo la versione iraniana, Vance avrebbe presentato la posizione americana come “offerta finale e migliore” subito dopo il colloquio con il premier israeliano, irrigidendo clausole che fino a quel momento sembravano negoziabili.
La Casa Bianca non ha smentito la telefonata né fornito un resoconto dettagliato delle richieste, un silenzio che a Teheran è stato letto come conferma dell’ingerenza israeliana sul processo diplomatico. A rafforzare i sospetti sono arrivate le dichiarazioni dello stesso Netanyahu, che ha rivendicato di aver “schiacciato il programma nucleare e quello missilistico iraniano” e ha promesso che Israele continuerà a combattere il “regime terroristico” di Teheran a prescindere dall’esito dei negoziati.
Secondo quanto riportato da Axios, i negoziatori iraniani sospettavano già da tempo che l’intero round di Islamabad sia “una copertura per un attacco a sorpresa”, un espediente per guadagnare tempo mentre Washington completa il dispositivo militare nella regione. Un timore rilanciato anche dal Consiglio di sicurezza russo, che ha parlato apertamente del rischio che la diplomazia si trasformi in una semplice cortina fumogena per una nuova fase del conflitto. 

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