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Tra le minacce e le accuse di ingerenza israeliana sui colloqui, l’Iran vede in Islamabad non un tavolo di pace ma una possibile copertura per un attacco a sorpresa

Sono ore caratterizzate dal caos e dalle raffiche di post schizofrenici di Donald Trump sullo sfondo di una tensione crescente in vista dei negoziati di Islamabad e dello scadere della tregua. 
Secondo indiscrezioni raccolte dai mediatori regionali, l’Iran aveva fatto sapere che avrebbe inviato una delegazione di negoziatori in Pakistan per un secondo round di colloqui con gli Stati Uniti, in un tentativo di dare continuità al cessate il fuoco mediato dal Pakistan. Lo riferiva il Wall Street Journal, citando fonti informate in assenza di conferme ufficiali da parte del governo della Repubblica islamica. 
Ma se l’incontro dovesse concretizzarsi, il tavolo negoziale vedrà i cannoni puntati su ambo gli schieramenti. 
A far precipitare il quadro nelle ultime ore, è stato il sequestro della nave mercantile Touska, lunga quasi 274 metri e battente bandiera iraniana, da parte del cacciatorpediniere lanciamissili USS Spruance nel Golfo dell’Oman, operazione che la Casa Bianca ha presentato come parte dell’applicazione del blocco navale deciso il 13 aprile. Secondo la ricostruzione fornita dallo stesso Trump su Truth Social, l’equipaggio iraniano avrebbe ignorato gli ordini di fermarsi, costringendo l’unità statunitense a “fermarli immediatamente aprendo una falla nella sala macchine”, prima che i Marines prendessero il controllo della nave.
“Al momento, i marines statunitensi hanno preso in custodia l’imbarcazione”, ha rivendicato Trump, sottolineando che la Touska è legata all’IRISL, compagnia statale sottoposta a sanzioni da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea, accusata dal Dipartimento di Stato di fungere da vettore privilegiato per materiali sensibili destinati al programma missilistico iraniano. Secondo dati di tracciamento AIS citati da fonti di intelligence commerciale, la nave rientrava dalla Cina, da un porto specializzato nella movimentazione di prodotti chimici come il perclorato di sodio, composto chiave per i propellenti solidi, anche se il carico effettivo rimane al momento non chiarito. 
Per Teheran, il sequestro rappresenta l’ennesimo tassello di quella che il portavoce della diplomazia di Teheran Esmail Baghaei definisce una campagna “illegale e criminale” sul mare, tale da costituire un “crimine di guerra e un crimine contro l’umanità”. Il portavoce del Comando Centrale Khatam al‑Anbiya, Ebrahim Zolfaghari, ha ammonito che l’Iran agirà contro gli Stati Uniti “dopo aver avuto la certezza della sicurezza delle famiglie e dell’equipaggio della nave attaccata”, lasciando intendere che una risposta, verosimilmente asimmetrica e calibrata, è già in fase di preparazione. 
Nel frattempo, lo shock energetico globale si è aggravato. All’apertura dei mercati, il Brent ha superato i 95 dollari al barile, mentre sul mercato fisico il prezzo di alcune forniture ha sfondato la soglia dei 160 dollari, sintomo di una carenza di offerta stimata in decine di milioni di barili al giorno, accentuata dal blocco di Hormuz e dalle rotte deviate o interrotte dalla guerra. 
Nell'ultimo di una serie di post pubblicati su Truth Social in merito alla guerra, Trump ha affermato che gli Stati Uniti non revocheranno il blocco dei porti iraniani finché l'Iran non avrà accettato un accordo. 
"Il blocco, che non toglieremo finché non ci sarà un 'accordo', sta distruggendo completamente l'Iran", ha scritto Trump. "Stanno perdendo 500 milioni di dollari al giorno, una cifra insostenibile, anche nel breve periodo", ha aggiunto. 
Da parte iraniana, il sequestro della nave e il mantenimento del blocco navale suona come un’inaccettabile coercizione volta a risolvere il conflitto da una posizione di forza che Washington ancora si vuole illudere di detenere, dopo aver speso 50 miliardi di dollari senza aver raggiunto nessuno degli obiettivi di cambio di regimi che si erano prefissati.
L’Iran ha puntato per decenni su una strategia di guerra asimmetrica a basso costo, investendo su droni kamikaze dal costo unitario di circa 35.000 dollari, capaci di saturare o logorare sistemi di difesa molto più costosi. Basti pensare che per intercettare un singolo Shahed, gli Stati Uniti e i loro alleati arrivano a spendere cifre enormemente superiori: una raffica di cinque secondi del sistema Centurion C‑RAM costa circa 30.000 dollari, due razzi APKWS II lanciati da un F‑16 con un’ora di volo raggiungono i 65.000 dollari, due intercettori Raytheon Coyote arrivano a 253.000 dollari, mentre due missili SM‑2 possono costare 4,2 milioni di dollari e due Patriot PAC‑3 circa 8 milioni. In pratica, per neutralizzare un’arma da poche decine di migliaia di dollari si impiegano spesso sistemi che valgono da dieci a oltre duecento volte tanto, fino a un differenziale del 23.000%. 


trump truth


Teheran non ha intenzione ed interesse a piegarsi. “Trump, imponendo un assedio e violando il cessate il fuoco, cerca di trasformare questo tavolo negoziale – nella sua immaginazione – in un tavolo di resa o di giustificare una rinnovata politica bellicosa. Non accettiamo negoziati sotto la minaccia di ritorsioni e, nelle ultime due settimane, ci prepariamo a svelare nuove carte sul campo di battaglia”, ha dichiarato il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf.
Il presidente Masoud Pezeshkian ha risposto che gli iraniani non si sottometteranno mai alla forza, nonostante le minacce bellicose provenienti dai funzionari americani.
"Permane una profonda e storica diffidenza in Iran nei confronti del comportamento del governo statunitense, mentre i segnali non costruttivi e contraddittori provenienti dai funzionari americani trasmettono un messaggio amaro: cercano la resa dell'Iran. Gli iraniani non si sottomettono alla forza", ha scritto Pezeshkian, citato da Press Tv.
Il tycoon nel frattempo continua ad essere una trottola impazzita in balia, evidentemente, di forze contrapposte sulla necessità o meno di concludere il conflitto. Sempre su Truth Social ha rivendicato l’intenzione di arrivare a un’intesa “molto migliore del JCPOA” e al tempo stesso legando ogni ipotesi di accordo a una dimostrazione di forza militare e finanziaria. Nel suo messaggio, l’inquilino della Casa Bianca ha definito l’intesa sul nucleare iraniano dell’era Obama-Biden “una strada garantita verso un’arma nucleare” e ha promesso che il nuovo accordo dovrà garantire “Pace, Sicurezza e Incolumità non solo per Israele e il Medio Oriente, ma anche per l’Europa, l’America e ovunque nel mondo”, inserendo la partita iraniana dentro un quadro di sicurezza globale e di politica interna statunitense.
Poi, subito dopo ha ricominciato a vomitare minacce: “Molte bombe inizieranno a esplodere" se l'Iran lascia scadere la tregua senza un accordo”. 

Trump e l’influenza guerrafondaia di Israele

In un altro post, il presidente americano ha rivendicato l’assoluta spontaneità delle sue decisioni: “Israele non mi ha mai convinto a fare guerra con l’Iran, ma gli eventi del 7 ottobre hanno rafforzato la mia convinzione che l’IRAN NON POTRÀ MAI AVERE L’ARMA NUCLEARE”, ha scritto sui social, riproponendo, evidentemente, la regola che lo stesso Trump attribuiva al suo mentore Roy Cohn: non ammettere nulla, negare tutto, non concedere mai validità alle critiche neanche davanti all’evidenza.
Solo pochi giorni fa, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato pubblicamente Benjamin Netanyahu di avere chiamato il vicepresidente statunitense J.D. Vance nel bel mezzo della sessione negoziale, spostando il baricentro dei colloqui dagli interessi bilaterali USA‑Iran a quelli di Israele. “La chiamata di Netanyahu a Vance durante l’incontro ha spostato il focus dai negoziati USA‑Iran agli interessi israeliani”, ha scritto Araghchi su X, aggiungendo che “gli Stati Uniti hanno cercato di ottenere al tavolo negoziale ciò che non erano riusciti a conquistare con la guerra”.
Secondo il racconto iraniano, Vance avrebbe presentato la posizione americana come “offerta finale e migliore” subito dopo il colloquio con il primo ministro israeliano, irrigidendo clausole che fino a quel momento sembravano negoziabili. La Casa Bianca non ha mai smentito la telefonata né fornito un resoconto dettagliato delle richieste, un silenzio che a Teheran è stato letto come conferma dell’ingerenza diretta di Tel Aviv sul processo diplomatico. A rafforzare il sospetto iraniano sono arrivate le dichiarazioni pubbliche di Netanyahu nei giorni successivi: “Siamo riusciti a schiacciare il programma nucleare e quello missilistico iraniano”, ha affermato, promettendo che “Israele, sotto la mia guida, continuerà a combattere il regime terroristico iraniano” a prescindere dall’esito dei negoziati.
Axios ha riferito che i negoziatori iraniani sospettano che l’intero round di Islamabad sia “una copertura per un attacco a sorpresa”, una trappola costruita per guadagnare tempo mentre Washington completa il dispositivo militare nella regione. Un sospetto evocato, tra l’altro, anche dal Consiglio di Sicurezza russo.   


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Nuovo attacchi in arrivo? Oltre venti cargo in quarantotto ore

I dati di FlightRadar24 analizzati da Misbar sono inequivocabili e registrano più di venti voli cargo dell’Air Force americana diretti in Medio Oriente tra il 18 e il 19 aprile, un picco che coincide esattamente con la vigilia del secondo round negoziale. I velivoli impiegati sono i trasporti strategici C‑17 Globemaster III e C‑5M Super Galaxy, con partenze concentrate dagli hub tedeschi di Ramstein e Spangdahlem e dagli aeroporti di Trier e Bitburg.
Tra i movimenti più significativi spicca il volo RCH296, partito sabato 18 aprile da Fort Liberty, North Carolina — sede dei principali comandi aviotrasportati e delle forze speciali americane — con scalo a Bitburg e successiva tratta verso il Medio Oriente nella stessa giornata. I cargo hanno oscurato i transponder prima dell’arrivo in teatro, una procedura tipica delle missioni logistiche di rinforzo che trasportano carburante, equipaggiamento e personale verso basi in stato di allerta elevata.
Una tempistica che parla da sola: il flusso aereo si è intensificato subito dopo la nuova chiusura dello Stretto di Hormuz decisa da Teheran in risposta al blocco navale americano sui porti iraniani, avviato il 13 aprile dopo il fallimento del primo round di Islamabad.
Il Washington Post, ripreso da diversi network statunitensi, ha documentato il trasferimento in area CENTCOM della portaerei USS George H. W. Bush con i suoi circa 6.000 militari imbarcati, a cui si aggiungono oltre 4.000 marines di una Marine Expeditionary Unit. Complessivamente, il dispositivo americano include oltre 10.000 uomini già impegnati nel blocco dei porti iraniani, ai quali si stanno sommando migliaia di effettivi in arrivo nei prossimi giorni secondo il Telegraph.
La portaerei USS Gerald R. Ford, dopo le riparazioni in un porto del Mediterraneo, è tornata operativa nelle acque mediorientali e rappresenta la piattaforma da cui potrebbero decollare i caccia per riprendere i raid su obiettivi iraniani.  In questo quadro, i negoziati di Islamabad appaiono sempre più come un fragile intermezzo in una dinamica in cui la diplomazia procede a fucili spianati e ogni movimento di truppe o di navi rischia di trasformare la crisi in un conflitto apertamente dichiarato.  


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Chi guadagna dalla continuazione della guerra?

In questo quadro non può passare inosservata quella cricca di potere che negli Stati Uniti sta facendo affari da capogiro sulla pelle di migliaia di iraniani. Le dichiarazioni del CEO di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, che ha definito l’Iran una nazione di “cattive persone” meritevoli di una risposta militare, sono inequivocabili.
Nel primo trimestre del 2026, mentre i mercati reagivano alle tensioni nel Golfo e alle incertezze strategiche, JPMorgan ha riportato 11,6 miliardi di dollari di ricavi da trading, il dato più alto della sua storia. Al contempo, Citigroup ha visto l’utile netto crescere del 42% fino a 5,8 miliardi, mentre Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno capitalizzato sulle oscillazioni di materie prime, valute e tassi. Complessivamente, le grandi banche statunitensi hanno accumulato decine di miliardi in utili trimestrali, in un contesto dominato dall’instabilità geopolitica.
La guerra non è solo distruzione, ma un potente generatore di volatilità che è materia prima per il sistema finanziario. I prezzi del petrolio si impennano e si correggono rapidamente, le valute oscillano sotto pressione, i governi aumentano l’emissione di debito per finanziare spese militari, mentre aziende e Stati cercano coperture contro rischi sempre più imprevedibili. Ogni movimento crea opportunità di arbitraggio, commissioni, spread e operazioni speculative. Non sorprende che all’interno di JPMorgan queste condizioni siano state descritte come “volatilità sana”, un’espressione che riflette una prospettiva radicalmente diversa rispetto a quella di famiglie e imprese colpite dall’aumento dei costi energetici. 
Un fenomeno che, ovviamente si estende oltre le banche. Le major energetiche come ExxonMobil, Chevron e Shell beneficiano direttamente dell’aumento dei prezzi del greggio, spesso sostenuti dalle tensioni nello Stretto di Hormuz. Parallelamente, il comparto della difesa — con attori come Lockheed Martin, RTX e Northrop Grumman — registra un incremento della domanda legato al consumo di armamenti, ai sistemi di difesa e ai nuovi contratti governativi. Anche settori meno visibili, come le assicurazioni marittime e la logistica globale, aumentano i margini quando le rotte commerciali diventano più rischiose e costose. 

Elaborazione grafica di copertina by Paolo Bassani. Realizzata con il supporto dell'IA 

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