di Giorgio Bongiovanni

Il pentito Mutolo: le stragi di Cosa nostra, i Servizi segreti e Berlusconi

I "paraculisti" colleghi de "il Giornale", storico quotidiano appartenuto alla famiglia dell'ex Premier Silvio Berlusconi, da tempo passato di mano ad Antonio Angelucci (deputato della Lega e già in controllo di quotidiani come Libero e Il Tempo), hanno intervistato il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, ex mafioso di Partanna-Mondello. Parliamo del pentito più famoso della mafia dopo Tommaso Buscetta.
Le risposte alle domande da parte del collaboratore di giustizia sono state certamente chiare, ma è chiaro che i "paraculisti" hanno inteso far affrontare a Mutolo pochi temi: il primo, che Falcone e Borsellino erano isolati ed osteggiati all'interno dello stesso Palazzo di Giustizia di Palermo; il secondo, che la mafia aveva grandissimi interessi negli appalti (non lo dicono, ma è chiaro l'intento di avvalorare la pista farlocca di mafia-appalti per spiegare le stragi, che per noi non c'entra nulla). Anche noi abbiamo avuto modo di parlare con Mutolo in più occasioni e conosciamo bene le sue dichiarazioni.
E certamente possiamo dire che, nell'intervista de Il Giornale, ci sono molti altri aspetti che sono stati soltanto sfiorati o non trattati affatto, che invece mettono in evidenza i rapporti tra Istituzioni e mafia.
Nella storia dei collaboratori di giustizia, diversi sono diventati pentiti per convenienza, solo dopo aver firmato un contratto con lo Stato italiano (un fatto che comunque condivido, in quanto i collaboratori di giustizia ci hanno permesso di far luce sui misfatti compiuti da Cosa Nostra e da chi era colluso con la criminalità organizzata); altri si sono pentiti veramente, nel senso umano-laico; ed altri ancora nel senso umano-spirituale.
Mutolo è un uomo che ha trasformato completamente la propria vita.
Da soldato di mafia, killer e trafficante di droga a pittore. Uscito dal programma di protezione, vive con la liquidità — quel poco che gli ha riconosciuto lo Stato —, la pensione e la propria arte.
Un percorso di trasformazione profondo che dimostra come si possa trovare il riscatto, anche dopo aver commesso il peggiore degli errori.
Mutolo lo ha fatto con coraggio.
Ha raccontato, e ancora oggi sta raccontando, tutto quello che ha fatto o che ha avuto modo di conoscere all'interno di Cosa Nostra.
Gaspare Mutolo è il collaboratore di giustizia che ha parlato dei rapporti tra mafia e politica, che ha parlato delle "menti raffinatissime", dei Servizi segreti rappresentati dalla figura di Bruno Contrada, della corruzione nella magistratura, di Silvio Berlusconi e così via.
Esattamente ciò che quotidiani come "il Giornale" omettono. Noi lo abbiamo raggiunto ancora una volta.

Gaspare Mutolo, può raccontarci il suo incontro con Giovanni Falcone?
Ammiravo lui e la sua intelligenza. In Cosa Nostra lo riconoscevamo come il nemico numero uno. Era dicembre dell'anno '91: gli mandai un messaggio e lui venne dopo pochi giorni. Quando lo incontrai gli dissi: “Io voglio parlare in maniera diversa rispetto a Buscetta, Contorno e Mannoia. Io devo cominciare da Roma a salire. Dal suo ufficio fino alla Cassazione e al Parlamento”. Gli parlai anche del giudice Carnevale. I mafiosi erano preoccupati perché non era più in Cassazione. Purtroppo, non essendo più procuratore, mi disse che non poteva raccogliere la mia testimonianza, ed è in quel momento che mi dice di parlare con Paolo Borsellino.

Il primo interrogatorio con Borsellino è quello del 1° luglio 1992. Cosa avvenne?
Quel giorno lo ricordo bene - ci aveva raccontato anni fa - venne con il giudice Aliquò. Un incontro che doveva essere segreto, anche perché ad altri pentiti stavano ammazzando le famiglie. A un certo punto però arriva una telefonata e mi dice: 'Vado dal ministro'. Ci sono voluti vent'anni prima che Mancino ammettesse di aver incontrato Borsellino. Quando è tornato da me il giudice era assai nervoso.

Perché secondo lei?
Aveva due sigarette accese contemporaneamente, una in bocca e l’altra nel posacenere, tanto era agitato. Borsellino pensava che nessuno sapesse dell’incontro con me e invece la mia collaborazione sembrava essere diventata il segreto di Pulcinella. Borsellino mi disse che, dopo aver parlato con il ministro, incontrò Vincenzo Parisi (all’epoca capo della Polizia, ndr) e Bruno Contrada (numero tre nella catena di comando del Sisde, ndr), che gli avevano detto di sapere del mio interrogatorio. In cui gli avevo già parlato di Bruno Contrada, gli avevo detto che era uno dei personaggi fra i più pericolosi e importanti di Palermo e che, da un certo periodo, aveva contatti con i mafiosi. Contrada mostrò di sapere dell’interrogatorio in corso con me, che doveva essere segretissimo. Anzi, fu così sfacciato da mandarmi pure i saluti.

Lei ha fatto diversi nomi di membri delle istituzioni che hanno avuto a che fare con Cosa Nostra...
Con Borsellino abbiamo verbalizzato la storia della mafia per iniziare a fare i primi arresti, ma c’erano altre cose delicate che in quel momento non gli riferii perché altrimenti saltava tutto in aria”. Mutolo ai magistrati parlò del giudice Corrado Carnevale (che fu presidente della Prima Corte di Cassazione), dei giudici Carmelo Conti, Pasquale Barreca, Domenico Signorino (poi suicida nel 1992). Io non avevo niente di personale contro queste persone, ma capivo il danno che facevano. Di Contrada, per esempio, mi parlava Saro Riccobono. Mi diceva che una volta era stato intercettato e, prima di un blitz, Contrada lo aveva avvisato e che lui era andato via. Sapevamo che era una figura importante. Di Signorino ricordo che, quando Falcone indagava su Mannoia, noi lo sapevamo prima dei giornali perché lui ce lo mandava a dire.

Lei, in precedenti interviste, ci ha anche parlato dei rapporti tra mafia e Vaticano. Cosa può dirci oggi?
Tra di noi ne parlavamo. Sapevamo che i soldi messi nella banca del Vaticano erano al sicuro perché non ci sono controlli. Ricordo che me lo diceva Nino Madonia (boss capomandamento, membro della Cupola), ma se ne parlava anche con altri come Gaetano Carollo, Enzo Galatolo, Salvatore Micalizi. Sapevamo che, tramite il banchiere Roberto Calvi, i soldi entravano in Vaticano ed erano al sicuro. I soldi venivano investiti ovunque, anche perché arrivavano a palate, soprattutto grazie al traffico di droga. E questi venivano investiti in borsa, all'estero, in Italia. Ricordo che già negli anni '80 i Madonia ci invitarono a fare investimenti in Germania Est perché sapevano della caduta del muro. Io mi chiedevo come facessero a sapere queste cose. Però le sapevano. Loro avevano contatti importanti.

Lei che idea si è fatto a proposito della Trattativa Stato-mafia?
Di patti tra Stato e mafia se ne sono fatti tanti. Per esempio, ricordo che tra gli anni '74-'75 si era raggiunto ‘l'accordo’ sulla non esistenza del reato di associazione mafiosa. E già allora si diceva che, se lo Stato non si piegava, si dovevano fare atti terroristici in tutta Italia. Poi c'è da dire che ci siamo sentiti abbandonati quando sono arrivate le condanne del maxiprocesso. Siamo andati avanti qualche anno, poi, con la sentenza di Cassazione, è saltato tutto. La trattativa c'è stata. Così come le tante cose strane avvenute in questi anni. Ad esempio, la mancata perquisizione della casa di Riina. In 50 anni non è mai esistito che, dopo un arresto, non sia stata perquisita la casa dell’arrestato".

Lei al processo trattativa ha anche raccontato un episodio avvenuto sempre con la presenza di Borsellino, nel luglio 1992, quando sentì parlare di dissociazione.
Io mi trovavo in un ufficio della Dia, in via Carlo Fea a Roma, e Borsellino era in un’altra stanza. All’improvviso l’ho sentito gridare. Ho sentito parlare di dissociazione e Borsellino che diceva: ‘Ma questi sono pazzi!’. Borsellino era arrabbiato, incazzato, e continuava a gridare: ‘Ma che vogliono dire, che vogliono fare’. Da quello che sono riuscito a capire, Borsellino sapeva che c’erano questi contatti in corso, dove personaggi delle istituzioni volevano offrire ai mafiosi la possibilità di dissociarsi in cambio di una specie di amnistia. E lui era contrario.

Un altro argomento di cui ha riferito in questi anni di processi è anche il rapporto mafia e politica. Ha anche parlato di Silvio Berlusconi e del suo mancato rapimento.
Era il 1975. In quegli anni i rapimenti di imprenditori erano il modo più rapido per fare soldi. Oltre a noi, al Nord, per i sequestri c'erano i calabresi, i sardi e anche gente del posto che faceva i famosi ‘sequestri lampo’.
Berlusconi era un obiettivo perfetto. Era tutto pronto. Sapevamo che ogni otto o nove giorni Berlusconi andava nei suoi uffici di Milano 2. Lo aspettavamo lì. Il piano era preciso. C'erano le auto pronte, il magazzino dove rinchiuderlo. Ma lui non arrivava. Pensammo che qualcuno lo avesse avvertito. Poi ci arrivò Nino Badalamenti, cugino del boss di Cinisi Tano, e ci disse di smontare tutto e tornare in Sicilia. Era stato deciso di non fare più il rapimento.

Secondo lei perché?
Lo abbiamo capito dopo, quando venni a sapere che, in casa sua, come stalliere, c’era Vittorio Mangano.
È ovvio che venne fatto un patto. Mangano, in realtà, era un protettore. Un segnale per dire: questo imprenditore non si tocca. Fu chiaro a tutti.
Dopo che il rapimento fu cancellato, nel nostro ambiente si iniziò a parlare di Berlusconi, ma in altro modo. Si diceva che nelle sue società ci fossero dei nostri uomini e che nelle sue casse ci finissero i soldi — già riciclati — di Stefano Bontade. Poi ci fu anche l'episodio dell’attentato dinamitardo alla sua villa di Milano.

Su quell'episodio è famosa un'intercettazione tra Berlusconi e Dell’Utri, che scherzano e ridono al telefono sull’accaduto. Berlusconi aveva capito che quelle bombe non erano altro che un avvertimento e venivano paragonate a una lettera raccomandata.
Posso dire che, con quell'esplosione, che non fu fatta per uccidere, era parte di un linguaggio mafioso, che si usa per far rispettare gli impegni. Il motivo era quello di rispettare gli impegni. Non posso sapere quali, ma è anche certo che Mangano, in quel momento, non parlava per sé ma per tutta Cosa Nostra.

Grazie, signor Mutolo.
Grazie a voi.


Non una riga su questi argomenti è stata affrontata da 'Il Giornale'. Così ognuno può farsi un'idea. Senza paraculismo.

Elaborazione grafica by Paolo Bassani 

ARTICOLI CORRELATI

“Banca del Vaticano e giudici corrotti nelle mani di Cosa Nostra”

''Gaspare Mutolo. La mafia non lascia tempo'', storia di un cambiamento possibile

Mutolo: ''Il giudice Scopelliti ucciso dalla 'Ndrangheta e da Cosa Nostra''

   

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos