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L’editoriale dell’ex procuratore generale di Palermo

Roberto Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore, ha denunciato la grave violazione dei diritti dell’indagato avvenuta all’interno della Commissione parlamentare antimafia. Secondo il magistrato – il cui scritto è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano - la gestione dei lavori da parte della maggioranza di centrodestra ha permesso la celebrazione di un “processo pubblico parallelo” fuori dalle aule di giustizia, calpestando principi fondamentali dell’ordinamento. “Costituisce illecito disciplinare e penale il comportamento del pm che nel processo penale occulti alla difesa le prove a favore dell’indagato”, ha scritto Scarpinato. Le norme prevedono che le prove a discarico possano essere acquisite dalle difese solo dopo l’avviso di conclusione delle indagini, con la discovery. L’articolo 2 del dl 188/2021 stabilisce che anche dopo la chiusura delle indagini il pm non può presentare una persona come colpevole fino a sentenza definitiva. L’art. 115 bis cpp vieta a giudici e pm espressioni che presuppongano la colpevolezza dell’imputato, mentre l’art. 114 bis cpp impedisce la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare prima del rinvio a giudizio per evitare il “processo mediatico”.

Tutte queste garanzie, sottolinea Scarpinato, valgono all’interno del processo penale ma sono state completamente ignorate nella Commissione antimafia.
Le indagini nei confronti degli ex pm Natoli e Pignatone e del gen. Screpanti sono ancora in corso. Non è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini e le difese non hanno potuto esaminare il materiale probatorio. Non c’è stato alcun vaglio preliminare da parte di un giudice terzo sulla fondatezza dell’accusa.
Ciononostante, “il procuratore di Caltanissetta, senza neppure chiedere la secretazione della sua audizione per non violare coram populo la presunzione di innocenza e con l’accordo della presidente Colosimo, ha deciso di svolgere in tre sedute una requisitoria in cui, in palese violazione di tutte le regole accennate, ha esposto analiticamente, come dinanzi a una corte giudicante, tutte le prove che a suo parere dimostrerebbero la colpevolezza degli indagati e l’inattendibilità delle dichiarazioni di altri magistrati mai indagati”, ha scritto Scarpinato.
Il procuratore ha agito “non solo in assenza di contraddittorio, ma anche omettendo di fare riferimento a tutte le intercettazioni e le risultanze processuali che domani, in un’aula di giustizia, potrebbero dimostrare l’innocenza degli indagati o incrinare fortemente la tesi accusatoria, la cui conoscenza è allo stato processualmente inibita alle difese”.

Per Scarpinato si tratta di “un caso senza precedenti”. Il magistrato paragona l’accaduto a “un incontro di boxe in cui uno dei due pugili fosse autorizzato a colpire l’avversario bendato e con le mani legate dietro la schiena”. La requisitoria è stata svolta e “la sentenza pubblica di colpevolezza pronunciata”. Essa attende solo “la ratifica scontata del centrodestra che, grazie a questi metodi, senza neppure attendere il superfluo vaglio di un giudice terzo, potrà clonare la requisitoria nella relazione di maggioranza, mettendo il sigillo della verità di Stato alla tesi che le stragi di via D’Amelio e Capaci furono ideate ed eseguite solo per vecchie storie di appalti della Prima Repubblica”. Secondo Scarpinato, tutto ciò avviene «non solo con la complicità di alcuni magistrati indagati con l’accusa di avere insabbiato un filone di indagine su investimenti mafiosi in Toscana, ma anche con la connivenza morale di altri magistrati non indagati i quali, in altro procedimento, prima non avrebbero svolto le indagini sugli appalti per timore di colpire cariatidi politiche della Prima Repubblica (Andreotti, Lima, Mannino, Martelli…) e poi avrebbero fatto un prolungato abuso politico della giustizia”. Un abuso che avrebbe perseguitato “galantuomini come il generale Mori” e tanti esponenti dei partiti ascesi al potere grazie alla campagna stragista del 1992-’93, tra cui Dell’Utri e D’Alì. Il giornalista ricorda che quella campagna stragista mirava a “buttare giù di sella” i politici della Prima Repubblica che “avevano voltato le spalle” (Riina dixit) e a favorire l’ascesa di nuovi partiti come Forza Italia, “su cui confluirono i voti di tutte le mafie come ahimè accertato in tante sentenze definitive”.

Scarpinato denuncia inoltre “la palese violazione di tutti i principi basilari dell’ordinamento penale e della Costituzione, nella vigile indifferenza e col tacito plauso di tanti pseudogarantisti che hanno gettato la maschera”. Questa violazione procede di pari passo con “la violazione da parte della maggioranza delle regole che garantiscono i diritti delle minoranze nelle commissioni parlamentari”, che ha impedito qualsiasi indagine conoscitiva sui depistaggi, i mandanti e i complici esterni delle stragi, “per blindare come unica verità quella gradita alla maggioranza ed evitare il rischio che, procedendo su questa strada, potessero venir fuori dagli armadi tanti scheletri di famiglia: gli stessi a cui allude, per esempio, Giuseppe Graviano nelle conversazioni intercettate e in dichiarazioni dibattimentali”. Alla conclusione dei lavori della Commissione, conclude Scarpinato, “Graviano, condannato con sentenza definitiva come regista e diretto interessato alla strage del 19 luglio 1992 in via d’Amelio, potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di chiedere la revisione del processo, atteso che egli non si è mai occupato di appalti pubblici, così come Berlusconi, a differenza del mafioso Buscemi e di Raul Gardini che secondo la tesi della Procura di Caltanissetta sarebbero i reali mandanti della strage”.

Fonte: il Fatto Quotidiano

Foto © Paolo Bassani

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