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60.000 soldati americani si ammassano nel Golfo e i miliardari vicini a Trump accumulano trilioni

Sono ore turbolente, dove i quotidiani occidentali si sono strappati le vesti nell’annunciare con tono trionfale la riapertura dello stretto di Hormuz.
Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ne ha dato annuncio a seguito all'accordo di cessate il fuoco in Libano.
In un post su X, Araqchi ha precisato che lo stretto era aperto a tutte le navi commerciali per il resto della tregua di 10 giorni mediata dagli Stati Uniti e concordata giovedì tra Tel Aviv e Beirut per fermare i combattimenti tra le forze israeliane e Hezbollah, sostenuto dall'Iran. 
Intanto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che i colloqui potrebbero svolgersi questo fine settimana, dicendosi sicuro di un imminente accordo per porre fine alla guerra con l'Iran.
Il tycoon radioso ha parlato di trattative già in corso dove, a detta sua, gli iraniani praticamente avrebbero soddisfatto ogni richiesta Usa, prostrati a sua maestà.
"L'Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz. Non sarà più usato come arma contro il mondo!", ha dichiarato con enfasi.
Con la stessa spavalderia con cui ha ammonito Papa Leone XIV, Trump ha poi aggiunto che il blocco statunitense delle navi dirette ai porti iraniani, annunciato dopo la conclusione senza accordo dei colloqui con Teheran dello scorso fine settimana, rimarrà in vigore “fino alla firma dell'accordo".
È stata pressoché immediata la dura reazione di Teheran, con il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei che ha avvertito come il blocco navale degli Stati Uniti è considerato una violazione del cessate il fuoco e il Paese avrebbe adottato "le necessarie misure di ritorsione" se il blocco marittimo fosse continuato.
Anche sulla presunta apertura, emergono dettagli che fanno immediatamente crollare gli arazzi festanti che hanno contornato i titoli dei principali quotidiani internazionali.
L'Agenzia di Stampa Tasnim e l'Agenzia Fars hanno riferito, citando una fonte informata vicina al Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale dell'Iran, che la riapertura dello Stretto di Hormuz dipende dall'attuazione di alcune condizioni. Secondo la fonte citata dalle agenzie, le navi devono essere commerciali; le navi militari non possono transitare e né le navi stesse né il loro carico devono essere collegati a paesi ostili. Infine, le navi devono attraversare rotte designate dall'Iran.
Come riportato anche dal Wall Street Journal, l'Iran ha comunicato ai mediatori che continuerà, dunque, a limitare il numero di navi autorizzate ad attraversare lo Stretto di Hormuz e ad applicare pedaggi per il restante periodo del cessate il fuoco'.
Altro che liberi tutti: in poche ore circa 12 navi che stavano per attraversare lo Stretto di Hormuz hanno improvvisamente invertito la rotta. Un filmato mostra la Marina delle Guardie Rivoluzionarie che informa la nave portacontainer 'Bhagya Laxmi', originaria degli Emirati Arabi Uniti ma con equipaggio indiano, che non ha il permesso dell'Iran di attraversare lo Stretto di Hormuz. A quel punto, l'equipaggio della nave obbedisce educatamente e fa dietrofront, come decine di altre navi nelle ultime ore.

 
Le fantasie di Trump sull’uranio arricchito

Come se questa enfasi ingiustificata non fosse già fin troppo stucchevole, il vate dal ciuffo biondo si è spinto ancora oltre, annunciando che gli Usa avrebbero prelevato tutto l’uranio arricchito iraniano. 
“Gli Stati Uniti si prenderanno tutta la "polvere" nucleare creata dai nostri fantastici bombardieri B2. Nessun denaro passerà di mano in alcun modo. Questo accordo non è in alcun modo subordinato alla questione del Libano, ma gli Stati Uniti, separatamente, lavoreranno con la situazione di Hezbollah in modo appropriato. Israele non bombarderà più il Libano. Gli è VIETATO farlo dagli Stati Uniti. Basta così!”, ha scritto sul social Truth, menzionando la "polvere nucleare", un riferimento alle conseguenze dei bombardamenti condotti da Stati Uniti e Israele contro gli impianti nucleari iraniani nel giugno dello scorso anno.
A questo proposito, una giornalista di News Nation Meyer, in merito all'affermazione di Trump secondo cui l'Iran avrebbe acconsentito a rinunciare alla produzione di armi nucleari e di uranio arricchito, ha riferito di aver parlato con Trump, il quale gli avrebbe comunicato che gli Stati Uniti collaboreranno con l’Iran per riportare tutto il materiale negli Stati Uniti. 


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Donald Trump © Imagoeconomica 


"Ci organizzeremo. Entreremo con l'Iran, con calma e senza fretta, e inizieremo gli scavi con macchinari pesanti... Riporteremo il materiale negli Stati Uniti", ha affermato il tycoon che avrebbe riferito poi alla giornalista della complicità totale di Teheran con questo piano.
“Hanno accettato tutto”, ha dichiarato.
L’ennesima lanciata a mezzo stampa destinata ad essere una semplice fantasia in grado di non deturpare la magnificenza autocelebrativa della presidenza Usa, tanto ridicola quanto strategicamente sconfitta da questa guerra criminale.
"Niente di ciò che gli americani hanno detto (riguardo all'uranio) è accettabile. L'uranio arricchito iraniano non verrà trasferito in nessun luogo in nessuna circostanza. Così come il suolo iraniano è considerato sacro per noi, anche questa questione è sacra per noi", ha subito dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ismael Baqaei, smorzando i più euforici entusiasmi dell’occidente civilizzato.
Ha poi aggiunto che “non dobbiamo lasciarci influenzare dai tweet dell’altra parte”, in quanto “le dichiarazioni dei funzionari americani sono piene di contraddizioni e menzogne, e questo non è certo una novità”. 

I discorsi ottimistici sulla pace che piacciono agli insider trader

Nel caos generale, in ogni caso ci sono degli attori che hanno tratto beneficio dall’aria fritta delle dichiarazioni di Trump. L’annuncio della riapertura dello Stretto di Hormuz, in questo senso, ha funzionato da catalizzatore per l’euforia. I rialzi di venerdì sono stati consistenti: Dow Jones, S&P 500 e Nasdaq hanno chiuso tutti ben oltre l’1%, spinti dalla narrativa di una pace ormai a portata di mano e dall’idea che il rischio sistemico stia rientrando. Contemporaneamente, i prezzi del petrolio (WTI) negli Stati Uniti sono scesi a 81 dollari al barile, il livello più basso dal 10 marzo. I mercati, è risaputo, si aggrappano a qualunque segnale che somigli a una traiettoria definita e in questo momento credono di intravedere una luce in fondo al tunnel e si comportano come se fossimo già alla fine del conflitto, pur in assenza di garanzie reali.
La tempistica dei flussi finanziari mostra però un’altra faccia di questo ottimismo. Circa venti minuti prima che il ministro degli Esteri iraniano annunciasse pubblicamente la riapertura dello Stretto di Hormuz, alcuni investitori avevano già puntato forte sul ribasso del greggio, scaricando circa 7.990 lotti di futures sul Brent per un controvalore di circa 760 milioni di dollari, secondo i dati di LSEG.
Mentre i commentatori celebrano l’ottimismo dei listini, l’analisi dei dati finanziari mostra come il conflitto abbia favorito una casta di super ricchi. Dall’inizio del secondo mandato di Trump, 974 miliardari statunitensi hanno accumulato circa 2 trilioni di dollari di nuova ricchezza, pari a un aumento del 31% in appena 16 mesi; la metà di questa somma, un trilione di dollari, è finita nelle mani di soli quindici miliardari, tutti legati a vario titolo – anche d’affari – al presidente.
Solo nel marzo 2026, le compagnie petrolifere e del gas americane hanno incassato oltre 5 miliardi di dollari di utili aggiuntivi grazie all’impennata dei prezzi causata dal conflitto in Medio Oriente, e le esportazioni statunitensi di prodotti petroliferi raffinati hanno raggiunto 3,11 milioni di barili al giorno, il livello più alto dal 2017, secondo i dati Reuters.  I produttori di armi hanno in portafoglio ordini multimiliardari per gli anni a venire e persino le vendite di casseforti aziendali stanno toccando nuovi record, segno che una parte dell’America si sta attrezzando per proteggere una ricchezza cresciuta a dismisura proprio all’ombra della guerra. In questo contesto, i discorsi rassicuranti sulla pace suonano perfetti per placare l’opinione pubblica e, allo stesso tempo, continuare a offrire agli insider trader il terreno ideale su cui muoversi tra volatilità, anticipazioni riservate e profitti straordinari.  


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I movimenti militari che parlano di un nuovo attacco imminente

Ed ecco che mentre a parole si parla di pace e si sbandiera l’imminenza dell’accordo del secolo per Donald Trump, i movimenti delle truppe raccontano un’altra storia più sinistra
Secondo il Washington Post, gli Stati Uniti stanno incrementando la loro presenza militare in Medio Oriente con circa 10.000 soldati aggiuntivi, portando il totale a circa 60.000 effettivi nella regione, accompagnati dalla portaerei George Bush, dalla nave d’assalto anfibio Boxer con 2.500 marines e da unità dell’82ª Divisione aviotrasportata. L’arrivo di queste forze nel Mar Arabico è previsto in concomitanza con la scadenza del cessate il fuoco di due settimane, che il Pentagono descrive come una finestra per “ampliare le opzioni militari” nel caso in cui i negoziati con l’Iran dovessero fallire. 
In questo contesto, anche Mosca alza il livello di allerta: il Consiglio di sicurezza russo ha avvertito che i colloqui tra Washington e Teheran potrebbero servire da copertura diplomatica a una futura operazione di terra contro l’Iran, richiamando l’attenzione sul massiccio afflusso di truppe e mezzi statunitensi in tutta la regione.
In parallelo, fonti militari citate dall’analista Daniel Davis parlano di piani già in elaborazione per una “massiccia campagna di bombardamenti concentrati in Iran al termine del cessate il fuoco”, mentre un rafforzamento militare durante la tregua viene interpretato come indizio che questa possa essere “una copertura per un’operazione di vasta portata in arrivo”. Robert Pape, politologo statunitense, è ancora più diretto: “Non siamo sulla strada della pace”. Nonostante il cessate il fuoco, sottolinea, le truppe americane si stanno spostando in Medio Oriente senza alcun ritiro significativo dalla regione. “La guerra con l’Iran non è finita, si sta solo espandendo a macchia d’olio, e ciò che esce dalla Casa Bianca è solo rumore di fondo”.
Il contributo italiano alla postura militare statunitense passa quasi sotto silenzio nel dibattito pubblico, ma è tutt’altro che marginale nella catena logistica. Dal 27 marzo al 13 aprile, almeno 23 voli cargo C‑130J‑30 Hercules della US Air Force – o comunque statunitensi – sono decollati dalla base di Aviano verso Fairford, nel Regno Unito, una base dotata di pista sufficiente a ospitare tutti e tre i principali bombardieri a lungo raggio degli Stati Uniti: B‑1, B‑2 e B‑52, entrambi già avvistati da quando sono iniziate le operazioni in Medio Oriente il 28 febbraio.
“Gli aerei C‑130 sono cargo più piccoli dei C‑5: i C‑5 possono trasportare equipaggiamento molto più pesante”, osserva un analista militare parlando al Fatto Quotidiano, sottolineando che il numero dei voli “indica un build up”, cioè un ammassamento di forze e infrastrutture prima del loro impiego. “Non dimentichiamoci che quello in corso è solo un cessate il fuoco, non è una cessazione delle ostilità, e questo non preclude che i voli continuino ad ammassare forze e infrastrutture di supporto”, aggiunge. È il quadro logistico di una guerra che potrebbe riprendere con ancora maggiore intensità, non di un conflitto in via di chiusura.

Elaborazione grafica di copertina by Paolo Bassani. Realizzata con il supporto dell'IA

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