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di Giorgio Bongiovanni e Luca Grossi

Ancora una volta, nella Commissione parlamentare Antimafia, si è consumato uno spettacolo indegno. Un atto di bullismo istituzionale plateale, orchestrato dalla presidente Chiara Colosimo di Fratelli d’Italia, per impedire che venissero poste domande scomode sui rapporti tra colletti bianchi del clan Senese e esponenti apicali del partito di Giorgia Meloni.
Il senatore Roberto Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore, aveva preparato con rigore tredici domande precise. Domande che non nascevano dal nulla, ma dalle intercettazioni e dagli atti dell’inchiesta Hydra della Procura di Milano: frequentazioni e rapporti a Milano e a Roma tra personaggi vicini al clan Senese e vertici di FdI; capitali di origine opaca, schermati all’estero, che interesserebbero società legate ad altri esponenti dello stesso partito con ruoli ministeriali.
Scarpinato si era regolarmente iscritto a parlare. La segreteria aveva confermato il suo turno. Eppure, con una determinazione che sa di censura preventiva, la presidente Colosimo gli ha negato la parola. Nonostante il senatore avesse avvertito che alle ore 16 sarebbe dovuto uscire dall’audizione, la presidente ha tirato per le lunghe, concedendogli la parola solo all’ultimo momento. Risultato? Solo tre domande su tredici, formulate in fretta e furia, senza possibilità di chiarimenti.
Con mia viva sorpresa - racconta Scarpinato - dopo che la segreteria della commissione aveva specificato che era il mio turno, la presidente Colosimo non mi ha consentito di intervenire e, nonostante avessi segnalato che alle 16 avrei avuto la necessità lasciare l'audizione”. "Per di più, mentre articolavo alcune domande, la presidente mi parlava sopra sostenendo che erano superflue prima ancora che potessi completarle. Mi è stato così impedito di svolgere il mio mandato parlamentare. Lo stesso metodo adottato dalla presidente Colosimo nella commissione Antimafia dinanzi a domande scomode, come ho potuto sperimentare io personalmente ma anche altri parlamentari della minoranza come, ad esempio, l'esponente del Pd Provenzano, placcato per impedirgli di porre al generale Mori domande sulle stragi del 1993 per le quali lo stesso Mori è indagato. E' sempre lo stesso bullismo istituzionale al quale fa ricorso la maggioranza per silenziare i parlamentari scomodi della minoranza", ha concluso.
Questo non è un semplice incidente di procedura. È un metodo sistematico.
È sempre lo stesso copione: quando le indagini sfiorano i “poteri forti”, quando emergono intrecci tra mafia, camorra, colletti bianchi e politica, scatta il meccanismo di silenzio e ostruzionismo. La Commissione Antimafia, che dovrebbe essere lo strumento più alto per fare luce sui legami tra mafia e istituzioni, viene trasformata in un luogo blindato, dove le domande scomode vengono zittite dalla maggioranza per non disturbare il manovratore.
Ricordiamo cosa sta emergendo dall’inchiesta Hydra: un presunto consorzio criminale tra clan Senese, Cosa Nostra e ’Ndrangheta in Lombardia, con tentativi di infiltrazione e rapporti che, secondo gli atti, lambirebbero ambienti di Fratelli d’Italia. Foto, incontri, agganci politici. Elementi che un Parlamento serio dovrebbe approfondire con rigore, senza pregiudizi ma anche senza timori reverenziali.
Invece cosa avviene? Si impedisce al senatore Scarpinato di svolgere il suo mandato parlamentare. Si impedisce alla minoranza di esercitare il controllo. Si trasforma la Commissione in un comitato di difesa del potere anziché in uno strumento di verità e giustizia. 


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Chiara Colosimo © Imagoeconomica 


La verità sui legami tra clan Senese e ambienti di Fratelli d’Italia deve emergere senza filtri. Le domande di Scarpinato non erano “superflue”: erano doverose. Negarle significa non solo violare il mandato parlamentare, ma anche tradire la memoria di tutte le vittime di mafia e delle stragi. 


Fratelli d’Italia tenta di sviare l’attenzione dell’Antimafia per paura di nuove scottanti scoperte

Di fronte agli scheletri che continuano a emergere dagli armadi segreti di Fratelli d’Italia, illuminando in modo inquietante una rete fitta di rapporti d’affari, frequentazioni e scambi di favori tra esponenti dei colletti bianchi delle mafie più violente del Paese e sottosegretari, parlamentari nazionali ed europei, ex ministri ed esponenti locali del partito, il centrodestra e i suoi organi di informazione cercano di mettere in atto un’operazione disperata, volgare e mistificatoria di distrazione di massa. Secondo i parlamentari del Movimento 5 Stelle in commissione Antimafia, la coalizione di governo appare chiaramente in difficoltà e terrorizzata dall’eventualità di ulteriori rivelazioni dirompenti. Dopo aver ostinatamente bloccato qualsiasi approfondimento da parte della commissione su tutti i gravi depistaggi relativi alle indagini sulle stragi politico-mafiose del '92-93, sui mandanti politici e sui complici rimasti senza volto, ora il centrodestra tenta di abbassare definitivamente la saracinesca, imponendo come verità ufficiale che le stragi furono esclusivamente opera di mafiosi con la coppola storta, interessati soltanto ad affari legati agli appalti di un lontano passato della Prima Repubblica. Lo sostengono i componenti M5S della commissione Antimafia Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero de Raho, Michele Gubitosa e Luigi Nave. "E' una tesi contraddetta da fatti e documenti, in contrasto con le sentenze definitive di Giuseppe Graviano come regista e principale interessato alla Strage di via D'Amelio per i rapporti intessuti con potenti imprenditori estranei agli appalti, come Silvio Berlusconi, nonchè priva di qualsiasi connessione con il presente in cui il centrodestra è fruitore finale della campagna stragista che segnò la fine della prima repubblica in un bagno di sangue, per fare spazio all'entrata in scena di nuovi partiti", aggiungono.I rappresentanti pentastellati criticano duramente quella che definiscono una narrazione di comodo sulla strage che costò la vita a Paolo Borsellino. In questa ricostruzione, le conversazioni tra magistrati della Procura di Palermo vengono presentate all’opinione pubblica come oscure congiure, nonostante questi stessi magistrati abbiano ottenuto condanne per collusione con la mafia nei confronti di numerosi esponenti di spicco di Forza Italia e abbiano avuto il coraggio di indagare il generale Mori, dichiarato estimatore di Berlusconi e Dell’Utri e oggi indagato dalla Procura di Firenze per le stragi del 1993. "Proprio Mori, che aveva dichiarato in televisione la volontà di vendicarsi di quei magistrati, era stato ricevuto dalla presidente Colosimo e, come si apprenderà in seguito grazie a Report, pilotava dietro le quinte i lavori della Commissione, indicando persino i consulenti di suo gradimento da nominare. In questo disegno politico, vengono spacciate come manovre di occulto depistaggio le conversazioni nelle quali questi magistrati si confrontano tra loro, si scambiano opinioni sui documenti da produrre, sulle persone di cui chiedere l'audizione, sulle domande da porre per fare emergere la verità e rappresentare il reale andamento dei fatti, disinnescando così le manovre di Mori e l'asservimento della Commissione a finalità politiche di parte. La mistificazione disonesta è arrivata al punto di manipolare i testi delle trascrizioni, con un taglia e cuci che furbescamente riporta le parti nelle quali si parla delle persone che potrebbero essere audite, dei documenti da acquisire, omettendo di riportare le parole successive nelle quali si definiscono come "criminali" e radicalmente false le accuse di avere insabbiato alcune indagini rivolte agli stessi magistrati intercettati", concludono i cinque esponenti M5S.

Foto di copertina © Paolo Bassani 

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