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Come l’Iran ha trasformato trentaquattro chilometri di acqua nel campo di battaglia più pericoloso dell’architettura finanziaria globale

Dal 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno dato avvio all’Operazione «Ruggito del Leone» uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei, lo Stretto di Hormuz è diventato l’epicentro di una crisi energetica senza precedenti nella storia del mercato petrolifero mondiale. Ma la vera posta in gioco non è il barile di greggio: è la valuta in cui quel barile viene pagato. Teheran ha aperto a un passaggio in euro per i paesi dell’Unione Europea, una proposta rilanciata dalla Reuters il 10 aprile, che, se concretizzata, scuoterebbe dalle fondamenta il sistema del petrodollaro costruito nel 1974 da Henry Kissinger. Mentre a Islamabad si svolgono i primi colloqui diretti USA-Iran dal 1979, mediati dal Pakistan e con la Cina come garante ombra, il paradosso è tutto qui: la guerra ha rafforzato il dollaro nel breve periodo, ma ne sta erodendo le basi strutturali. E non a caso il bersaglio è stato l’Iran: cuore dei nuovi corridoi commerciali eurasiatici e snodo della de-dollarizzazione BRICS. 

Trentaquattro chilometri nel punto più stretto. Acque basse, coste iraniane a picco, isole presidiate dai Pasdaran. Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un corridoio geografico: è il collo di bottiglia attraverso il quale scorre, in condizioni normali, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% delle forniture globali di gas naturale liquefatto (1). Il suo profilo fisico lo rende unico tra i grandi stretti internazionali: le acque poco profonde e i rilievi costieri iraniani favoriscono tattiche asimmetriche, missili, droni e mine, che nessuna portaerei può neutralizzare con certezza assoluta (2). Da quando le Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) ne hanno dichiarato la chiusura alle navi collegate a Stati Uniti e Israele, il 5 marzo 2026, il prezzo del greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta in quattro anni, toccando il picco di 126 dollari il 31 marzo. Il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha definito la crisi «più grave di quelle del 1973, 1979 e 2002 messe insieme» (3). La Banca Centrale  Europea, nelle proiezioni macroeconomiche di marzo 2026, ha avvertito che il prolungarsi del blocco rischia di spingere le economie più dipendenti dall’energia, tra cui Germania e Italia, in recessione tecnica entro la fine dell’anno (4). Le conseguenze per l’Europa sono state immediate e severe. Il prezzo del gas sul mercato europeo è raddoppiato e il livello medio degli stoccaggi di gas è crollato al 30%, ben al di sotto del 90% richiesto dalla normativa comunitaria entro il 1° novembre (5). Oltre 600 navi,  secondo Lloyd’s List, giacciono bloccate nelle acque del Golfo Persico in attesa di un’autorizzazione che non arriva, o che arriva a prezzo di accordi bilaterali siglati nell’ombra (6). 

Il 2 aprile 2026, Elias Hazrati, responsabile del Consiglio di informazione governativa dell’Iran, ha dichiarato in diretta televisiva di Stato che Teheran «controlla pienamente lo Stretto di Hormuz» e che la Repubblica islamica «può annunciare un accordo» con i paesi disposti a negoziare il transito. La proposta, rivolta esplicitamente a nazioni europee, asiatiche e arabe, include la possibilità di pagare le forniture energetiche in euro o in yuan, in alternativa al dollaro americano (7).
Il 10 aprile l’agenzia Reuters ha rilanciato la proposta nella sua forma più articolata: Hamid Hosseini, portavoce del sindacato delle esportazioni energetiche iraniane, ha confermato al Financial Times che, nell’ambito di un accordo di pace di lungo termine, Teheran intende imporre un pedaggio «di circa un dollaro per barile» per garantire il passaggio sicuro. La proposta è esplicitamente rivolta anche ai paesi dell’Unione Europea: il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato che Parigi rientra fra «almeno quindici paesi di Asia, Europa e Medio Oriente» che stanno trattando con l’Iran per la riapertura, mentre la modalità di pagamento, in euro o in yuan, è il vero cavallo di Troia dell’offerta iraniana (8). Non si tratta di un gesto isolato. Nelle settimane precedenti, l’Iran aveva già concesso il transito a navi pakistane nell’ambito di un accordo per 20 unità; alcune navi cisterna avevano pagato pedaggi in yuan e persino in criptovalute per ottenere la scorta della marina iraniana (9). 
Il pedaggio da 1 dollaro per barile equivale a circa 2 milioni di dollari per una grande petroliera. Fonti iraniane parlano di un affare da 100 miliardi di dollari l’anno; la banca d’investimento JP Morgan stima il giro d’affari tra i 70 e i 90 miliardi (10). Il nodo giuridico è di rilievo. L’Iran ha firmato ma non ratificato la Convenzione delle Nazioni.
Unite sul diritto del mare (UNCLOS, Montego Bay 1982) e sostiene che allo Stretto si applichi il più restrittivo regime del «passaggio inoffensivo», che consente allo Stato costiero di sospendere il transito per motivi di sicurezza. Questa interpretazione è contestata dalla quasi totalità della comunità internazionale (11). Philippe Delebecque, professore di diritto marittimo alla Sorbona di Parigi, ha ricordato che la libertà di navigazione «è sempre stata riconosciuta, anche specificamente negli stretti»: consentire pedaggi significherebbe riportare il diritto internazionale del mare allo stato anteriore all’elaborazione del principio della libertà dei mari da parte di Hugo Grozio, all’inizio del Seicento (12). 
Il 4 aprile 2026 la portacontainer CMA CGM Kribi, che batte bandiera maltese ma è di proprietà della compagnia francese CMA CGM, è diventata la prima nave di un’azienda navale occidentale a transitare per lo Stretto dopo 36 giorni di blocco. Ha percorso la rotta lungo le coste iraniane, a nord dell’isola di Larak, secondo la traiettoria imposta da Teheran. L’operazione ha allargato le fratture già esistenti all’interno del G7, con l’amministrazione Trump esplicitamente contraria a qualsiasi accordo bilaterale con l’Iran (13).  


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Francia e Spagna hanno scelto la via pragmatica: trattare. Italia e Regno Unito restano invece in attesa, strette tra le esigenze energetiche immediate e i vincoli della relazione con Washington (14). Per comprendere la portata di ciò che si sta giocando attorno a quello stretto, bisogna tornare al 1974. Nel luglio di quell’anno, Henry Kissinger siglò con l’Arabia Saudita quello che gli storici hanno definito «uno degli accordi finanziari più consequenziali della storia moderna». Riad avrebbe prezzato il suo petrolio esclusivamente in dollari americani e reinvestito i surplus petroliferi in titoli del Tesoro statunitense. In cambio, Washington forniva garanzie di sicurezza al regno, stazionava truppe nella regione e garantiva la libertà di navigazione nel Golfo Persico. Gli altri Stati del Golfo seguirono rapidamente (15).

Questo sistema, il «petrodollaro», ha garantito per cinquant’anni la domanda globale strutturale di dollari: poiché il petrolio è un input fondamentale di ogni catena produttiva e di ogni sistema di trasporto, l’intera economia mondiale aveva un incentivo naturale a dollarizzarsi. Come ha scritto Deutsche Bank in una nota ai propri clienti nel marzo 2026, «il primato del dollaro negli scambi transfrontalieri è costruito, per definizione, sul petrodollaro: il petrolio commerciato a livello globale è prezzato e fatturato in dollari» (16).
Il circolo virtuoso era elegante: i paesi del Golfo esportavano petrolio, incassavano dollari, reinvestivano in titoli del Tesoro americano, contribuendo a mantenere bassi i tassi di interesse per i consumatori e il governo degli Stati Uniti. Washington, in cambio, garantiva la stabilità della regione e la sicurezza delle rotte marittime. La prova di tenuta di questo patto fu il 1990, quando gli Stati Uniti assemblarono una coalizione internazionale contro l’Iraq e sostenere, contestualmente, l’Arabia Saudita e il prezzo basso del greggio (17). Il sistema aveva però già cominciato a scricchiolare ben prima dei missili del 28 febbraio 2026. Nel giugno 2024, l’Arabia Saudita ha posto fine all’impegno esclusivo al prezzo del petrolio in dollari, senza siglare un nuovo accordo formale con Washington. Riad ha segnalato ufficialmente la propria disponibilità ad accettare yuan, euro, yen giapponesi e rupie indiane per le vendite di greggio. Il movimento era già parte di una strategia economica più ampia: la Cina è il principale partner commerciale del Regno, il suo più importante cliente di greggio e la fonte più in rapida crescita di importazioni tecnologiche (18). Prima ancora, le sanzioni occidentali sulla Russia dopo il 2014 avevano spinto Mosca a de-dollarizzare la propria economia, siglando con la Cina uno scambio valutario da 150 miliardi di yuan. L’Iran, già da anni, vende il proprio petrolio alla Cina in yuan per aggirare le sanzioni americane: acquisti cinesi che rappresentano oggi circa l’80-90% delle esportazioni petrolifere iraniane. (19)

La Cina aveva lanciato il suo sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri (CIPS) nel 2015 e aveva avviato le prime quotazioni petrolifere in yuan sulla Borsa Internazionale dell’Energia di Shanghai nel 2018. Nel 2023, l’India aveva effettuato la prima transazione di greggio in rupie con gli Emirati; la Cina aveva completato il primo pagamento transfrontaliero di petrolio in yuan digitale (20).
Tra il giugno 2024 e il febbraio 2026, la quota del commercio petrolifero globale regolata in dollari è diminuita di 3-5 punti percentuali, secondo stime della Banca dei Regolamenti Internazionali. La quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali era già scesa dal 70% degli anni Novanta al 56,9% del 2025 (21). L’Arabia Saudita aveva inoltre aderito all’iniziativa mBridge, un sistema di valute digitali delle banche centrali guidato dalla Cina, che si pone come infrastruttura alternativa al sistema SWIFT di regolamento delle transazioni internazionali in dollari (22). Per comprendere appieno il senso strategico dell’attacco del 28 febbraio occorre rovesciare la prospettiva: non l’Iran come obiettivo isolato, ma l’Iran come snodo. Nel 2023 Teheran è entrata a pieno titolo nei BRICS allargati, che oggi raccolgono dieci membri ufficiali e altrettanti definiti partners, rappresentanti il 54,6% della popolazione mondiale e il 42,2% del PIL globale a parità di potere d’acquisto (23). L’Iran è il pilastro mancante di un’architettura  geoeconomica che si stava componendo da almeno un decennio: il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), 7.200 chilometri multimodali che collegano San Pietroburgo a Mumbai attraverso Iran e Asia Centrale, bypassando lo Stretto di Hormuz da terra; il porto di Chabahar, finestra iraniana sull’Oceano Indiano nella quale anche New Delhi ha investito 85 milioni di dollari; la Belt and Road Initiative cinese, che attraverso un patto strategico venticinquennale con Teheran del 2021 garantisce alla Cina una via terrestre verso il Mediterraneo. Senza l’Iran, l’intero «Golden Corridor» eurasiatico perde la sua cerniera. La rete di pagamenti BRICS Pay che la Reserve Bank of India ha proposto per interconnettere le valute digitali delle banche centrali del blocco resta priva del nodo energetico decisivo.
L’accordo del 2023 mediato proprio dalla Cina tra Riad e Teheran, che ha riavvicinato due nemici storici e aperto la porta all’adesione saudita ai BRICS, perde una delle due architravi (24). In altre parole: se non ci fosse stato il blocco BRICS, non si sarebbe colpito l’Iran. L’operazione «Ruggito del Leone» si rivela così non solo una guerra al programma nucleare di Teheran o ai suoi missili, ma un’operazione chirurgica contro il cuore dei nuovi corridoi commerciali alternativi alla rotta IMEC (India-Middle East-Europe Corridor) sponsorizzata da Washington, che attraverso Emirati, Arabia Saudita, Giordania e Israele avrebbe dovuto rappresentare la risposta atlantica alla Belt and Road. Un’analisi recente sulle perdite indiane post-conflitto registra come la quota indiana di greggio russo sia crollata dal 40% a meno del 15% nei primi mesi del 2026, mentre Chabahar viene riprogettato con capitale e know-how cinesi (25). La logica del bersaglio è dunque precisa: colpire la geografia stessa della de-dollarizzazione. 
Non sorprende, in questa cornice, che il 7 aprile 2026 Russia e Cina abbiano congiuntamente posto il veto, in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, alla risoluzione promossa dal Bahrein (e sostenuta da Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Kuwait e Giordania) che chiedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz «con tutti i mezzi necessari»: undici voti favorevoli su quindici, ma il doppio veto BRICS ha bloccato qualsiasi legittimazione internazionale all’uso della forza contro l’Iran (26).


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La guerra ha prodotto un paradosso che merita di essere analizzato con attenzione. Nel breve periodo, il dollaro si è rafforzato: l’indice DXY ha raggiunto i massimi del 2026 nelle prime settimane di conflitto, testando quota 99,50 (27). Le ragioni sono strutturali: l’aumento dei prezzi del petrolio costringe gli importatori ad acquistare più dollari per pagare il greggio costoso, generando una domanda naturale di valuta americana. Il dollaro funziona ancora come rifugio nella tempesta. Ma sotto la superficie, le fondamenta si sgretolano. Sono tre i meccanismi che la guerra sta accelerando. Il primo è la rottura del patto di sicurezza. Il sistema petrodollarista era costruito su una promessa: gli Stati Uniti avrebbero garantito la sicurezza del Golfo e la libertà di navigazione. Oggi quella promessa appare vuota: l’IRGC controlla lo Stretto, le navi vengono attaccate, e la settima flotta americana staziona fuori portata, nel Mar Arabico, incapace di assicurare il transito commerciale senza innescare un’escalation nucleare. Come ha scritto la strategist di Deutsche Bank Mallika Sachdeva, il conflitto «mette alla prova il sistema sicurezza-per-prezzi del petrolio che ha mantenuto il prezzo del greggio in dollari dagli anni Settanta» (28).

Il secondo meccanismo è il disinvestimento dei fondi sovrani del Golfo. Gli Stati del Golfo, le cui economie sono duramente colpite dagli attacchi alle infrastrutture e dal blocco delle esportazioni, potrebbero ridurre i loro investimenti in asset denominati in dollari. Il terzo meccanismo è la normalizzazione del non-dollaro: ogni transazione in yuan o in euro che attraversa lo Stretto di Hormuz crea un precedente, riduce le frizioni tecniche e psicologiche legate all’abbandono del dollaro, e segnala al mondo che un’architettura finanziaria alternativa è operativamente possibile (29). Alicia Garcia-Herrero, capo economista per l’Asia-Pacifico di Natixis, ha però correttamente calibrato la portata del fenomeno: l’uso dello yuan allo Stretto «aggiunge pressione incrementale e normalizza le alternative nei flussi energetici» senza costituire da solo una de-dollarizzazione strutturale. Una vera trasformazione richiederebbe la partecipazione degli Stati del Golfo che hanno prezzato il loro petrolio in dollari dagli anni Settanta. Circa l’80% delle transazioni petrolifere mondiali è ancora regolato in dollari, e il dollaro rappresenta il 56% delle riserve valutarie globali e l’89% di tutte le transazioni sui mercati valutari (30). 
La proposta iraniana ai paesi dell’Unione Europea di pagare in euro il transito energetico per Hormuz non è dunque solo una questione di pedaggi: è una questione di architettura monetaria globale. Se anche solo alcuni Stati europei accettassero di regolare una quota delle loro importazioni energetiche in euro, si aprirebbe un precedente di portata storica. L’euro è già la seconda valuta di riserva mondiale, ma la sua quota nel commercio internazionale dell’energia rimane marginale, a causa della struttura storica del mercato petrolifero che ha sempre ruotato intorno al dollaro. Un accordo che consentisse alle navi europee di transitare per Hormuz pagando in euro non sarebbe solo un sollievo energetico immediato per Germania, Italia e i paesi più dipendenti dalle importazioni mediorientali: sarebbe la prima crepa concreta nel monopolio del petrodollaro dall’Europa, ovvero da quella parte del mondo che per decenni è stata la spina dorsale dell’ordine finanziario a guida americana.

Le implicazioni per Washington sarebbero di duplice ordine. Sul piano finanziario, ogni barile pagato in euro è un barile che non genera domanda di dollari, riducendo il «privilegio esorbitante» americano: la capacità di emettere debito a tassi artificialmente bassi grazie alla domanda strutturale globale della propria valuta. Il debito pubblico americano ha già superato i 39 trilioni di dollari nel marzo 2026, e i costi degli interessi sono già proiettati come la voce in più rapida crescita del bilancio federale (31). 
Sul piano geopolitico, un’Europa che inizia a pagare il proprio petrolio in euro è un’Europa che riduce la propria dipendenza dall’infrastruttura finanziaria americana e che si avvicina, strutturalmente, a quella «autonomia strategica» invocata da anni da Parigi ma mai concretizzata. L’analista Hosuk Lee-Makiyama, direttore del Centro europeo per l’economia politica internazionale di Bruxelles, ha osservato che anche se la Cina non riuscisse a eguagliare l’internazionalizzazione del dollaro, ciò non cambia molto per Teheran: quello che conta per l’Iran è aprire una crepa nel sistema, qualunque sia la valuta alternativa che la riempie (32). 
La proposta dell’euro va letta in questa chiave: non è un’offerta di amicizia verso l’Europa, ma uno strumento per frammentare il fronte occidentale e per moltiplicare le valute di regolamento del commercio energetico globale.
Per l’Italia, il dilemma è acutissimo. Paese ad alta dipendenza energetica, con Sigonella, Aviano e Niscemi come basi di proiezione americana e atlantica, Roma si trova stretta tra le esigenze economiche immediate e la geometria degli equilibri politici. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha proposto alla videoconferenza del 2 aprile, organizzata dal governo britannico a cui hanno partecipato una quarantina di paesi, la creazione di un «corridoio umanitario» per il passaggio sicuro di fertilizzanti e beni essenziali attraverso Hormuz (33). La proposta non è stata adottata e l’incontro si è concluso senza un piano concreto. Nel frattempo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha compiuto a sorpresa un viaggio in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti per «rafforzare le relazioni» nella regione, con la questione energetica come dichiarato obiettivo primario. L’Italia ha finora privilegiato la postura atlantista, evitando di seguire Francia e Spagna nella via degli accordi bilaterali con Teheran. Ma ogni giorno che le navi italiane restano bloccate mentre quelle francesi transitano è un costo economico che si accumula e un costo politico che cresce. Secondo le proiezioni della BCE, l’inflazione nell’eurozona potrebbe raggiungere il 3,1% nel secondo trimestre 2026, con ripercussioni più severe per i paesi importatori netti di energia come l’Italia (34).

D’altronde non tutti gli analisti escludono che un accordo strutturato sui pedaggi possa avere un senso, a condizione che sia multilaterale, temporaneo e sottoposto a governance condivisa. L’Istituto Affari Internazionali di Roma ha proposto un pacchetto diplomatico che includa, tra gli altri elementi, «un sistema di pedaggio temporaneo e condiviso regionalmente sullo Stretto di Hormuz, i cui proventi rifinanzierebbero le riparazioni delle infrastrutture energetiche» danneggiate dalla guerra (35). Si tratta di un’architettura che cercherebbe di sottrarre Hormuz alla dimensione di arma geopolitica iraniana per ricondurlo a quella di bene comune gestito collettivamente. Il think tank Bruegel di Bruxelles ha calcolato che il costo finanziario diretto del pedaggio sarebbe relativamente contenuto: un pedaggio da 2 milioni di dollari su una petroliera da 2 milioni di barili equivale a 1 dollaro per barile, un onere «che non ricade sui consumatori globali ma soprattutto sugli Stati del Golfo che forniscono il petrolio» (36). Il problema non è il costo del pedaggio in sé, ma il precedente giuridico e politico che esso stabilisce: se Hormuz può avere un casello, nulla impedisce in linea di principio che lo stesso schema si ripeta nello Stretto di Malacca, nello Stretto di Gibilterra o in quello di Taiwan. Mentre questo articolo va in stampa, a Islamabad si svolge la trattativa più consequenziale dal 1979. Il Vice Presidente americano JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner sono giunti nella capitale pakistana l’11 aprile 2026 per i primi colloqui diretti USA-Iran dalla rivoluzione islamica. La delegazione iraniana, composta da settantuno membri, è guidata dal Presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf - ex comandante delle Guardie della Rivoluzione - e dal Ministro degli Esteri Abbas Araghchi. La mediazione formale è del Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif; i colloqui si tengono nella Red Zone di Islamabad, blindata da migliaia di militari e paramilitari (37). I colloqui sono nati come stabilizzazione del cessate il fuoco di due settimane firmato il 7 aprile, sulla base del piano in dieci punti presentato da Teheran e definito da Trump «una base di lavoro accettabile». Il piano iraniano, di cui esistono almeno due versioni con formulazioni diverse in farsi e in inglese, prevede: cessazione di tutti gli attacchi statunitensi e israeliani nella regione, garanzie di sicurezza, riparazioni di guerra finanziate proprio attraverso i pedaggi delle navi che attraversano lo Stretto, riconoscimento internazionale della sovranità iraniana su Hormuz, sblocco di tutti gli asset iraniani congelati all’estero, e ratifica dell’intero pacchetto in una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (3839).  


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JD Vance 

Le fonti pakistane riferite da CNN parlano di un tono complessivo positivo ma di uno stallo persistente sul controllo dello Stretto. Una fonte vicina al team negoziale iraniano ha definito «inaccettabili» le richieste americane. L’agenzia iraniana Tasnim ha pubblicato quattro «condizioni non negoziabili» ribadite da Teheran ai mediatori: piena sovranità su Hormuz, riparazioni di guerra integrali, sblocco incondizionato degli asset bloccati, cessate il fuoco duraturo nell’intera Asia occidentale (Libano incluso). A complicare il quadro, due cacciatorpediniere americani, USS Frank E. Petersen Jr. e USS Michael Murphy, hanno attraversato lo Stretto sabato 11 aprile in un’operazione di sminamento, accolta dall’IRGC con la minaccia di una «risposta dura» a qualsiasi vascello militare (40). L’11 aprile 2026, mentre i delegati prendevano posto al Serena Hotel, l’agenzia Reuters ha pubblicato un’esclusiva destinata a fare il giro del mondo: secondo una fonte iraniana di alto livello, gli Stati Uniti avrebbero accettato di sbloccare gli asset iraniani congelati in Qatar e in altre banche estere, qualificando la mossa come «direttamente collegata alla garanzia del passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz». Una seconda fonte iraniana ha quantificato l’importo in 6 miliardi di dollari, custoditi in conti del Qatar National Bank a nomecdella Banca Centrale iraniana (41).

La cifra ha una storia precisa: si tratta di proventi di vendite di greggio iraniano alla Corea del Sud, congelati nel 2018 dopo l’uscita di Trump dall’accordo nucleare JCPOA, sbloccati nel settembre 2023 da Biden nell’ambito di uno scambio di prigionieri mediato da Doha, e nuovamente congelati il 13 ottobre 2023 dopo il 7 ottobre. Sono il banco di prova simbolico di qualsiasi sblocco sostanziale: gli asset iraniani globalmente congelati superano i 100 miliardi di dollari, distribuiti tra Cina (circa 20 miliardi), Iraq (6), Qatar (6), Stati Uniti (2), Lussemburgo (1,6) e Giappone (1,5). I sei miliardi di Doha sono il 6% del totale, ma sono i più recenti a essere stati «mossi» e poi richiusi. La smentita è arrivata entro un’ora. Un funzionario senior della Casa Bianca ha definito la notizia «non vera» (capitalizzata, come distribuita ai giornalisti); un secondo ha dichiarato a CBS News: «Gli Stati Uniti non hanno acconsentito a sbloccare alcun asset iraniano». Anche Doha ha confermato che i fondi restano congelati in attesa di un’autorizzazione del Tesoro americano che non è arrivata. Ma il timing della fuga di notizie - all’apertura dei colloqui - rivela la posta in gioco: per Teheran lo sblocco degli asset non è un punto di trattativa, è una precondizione. Ghalibaf l’aveva scritto su X il giorno prima: «Due misure mutualmente concordate fra le parti devono ancora essere implementate: il cessate il fuoco in Libano e lo sblocco dei beni iraniani prima dell’avvio dei negoziati. Queste due questioni devono essere soddisfatte prima di iniziare i negoziati». Pechino non siede ufficialmente al tavolo di Islamabad. Eppure, secondo le ricostruzioni concordi di AFP, France24, The Irish Times e dello stesso Donald Trump, la Cina è il vero secondo attore della trattativa. «Nella notte del cessate il fuoco le speranze stavano svanendo, poi è intervenuta la Cina e ha convinto l’Iran ad accettare», ha riferito un alto funzionario pakistano ad AFP. Trump stesso ha confermato il dato: la Cina è stata decisiva nel portare l’Iran al tavolo (42).

Nelle settimane precedenti i colloqui, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha effettuato ventisei telefonate con omologhi dei paesi coinvolti; l’inviato speciale di Pechino per il Medio Oriente ha condotto missioni diplomatiche in tutta la regione; il Ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar è volato a Pechino il 31 marzo per coordinare «i cinque principi» sino-pakistani per la mediazione (cessate il fuoco immediato, ripresa dei colloqui, protezione dei civili, sicurezza marittima, aderenza alla Carta ONU). Una fonte pakistana ad AFP è stata netta: «La Cina è stata richiesta come garante. L’Iran vuole un garante. La Russia, impegnata in Ucraina, non sarebbe stata accettata dall’UE: la Cina era la scelta migliore». L’analista Vali Nasr, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano, ha riassunto la situazione su X: «Pechino è ora la prima linea dello sforzo diplomatico». Resta da vedere se Pechino accetterà di trasformare il proprio ruolo informale di garante in un impegno formale: secondo le stesse fonti pakistane, la Cina «ha le sue considerazioni: non vuole essere trascinata pubblicamente in questo conflitto». È la postura classica della diplomazia cinese: massima incidenza, minima visibilità. Ma il dato strutturale è che, in un’eventuale architettura post-bellica dello Stretto di Hormuz, la firma cinese - esplicita o implicita - sarà necessaria. E con essa, automaticamente, la legittimazione di un sistema di pagamenti che includa lo yuan accanto all’euro e al dollaro. Il cessate il fuoco di due settimane annunciato il 7-8 aprile resta comunque sotto stress. Israele ha proseguito i raid sul Libano contro Hezbollah, sostenendo che il Libano non è incluso nei termini dell’accordo - mentre Teheran sostiene il contrario. Il Premier israeliano Netanyahu ha dichiarato che la campagna militare contro l’Iran «non è ancora finita», anche mentre i colloqui di Islamabad procedono. E proprio dal suo governo, il 9 aprile, è arrivata la dichiarazione forse più rivelatrice dell’intero conflitto: il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato pubblicamente «l’avvio» del progetto del Grande Israele, indicando l’espansione delle frontiere israeliane per inglobare porzioni di Siria, Libano, Cisgiordania e Gaza - con il fiume Litani come «frontiera difendibile» a nord, il Monte Hermon come linea siriana, e il rifiuto esplicito di qualsiasi «divisione della terra» che istituisca uno Stato palestinese (43). 


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Alla data di pubblicazione di questo articolo, solo una manciata di navi ha effettivamente attraversato lo Stretto, e oltre 600 imbarcazioni rimangono bloccate nel Golfo.
Trentaquattro chilometri di acqua. Questo è tutto ciò che separa il mondo che conosciamo da quello che potrebbe emergere. Lo Stretto di Hormuz non è mai stato solo un corridoio energetico: è stato il nodo fisico attorno a cui si è costruita la supremazia del dollaro nel secondo dopoguerra. Il sistema del petrodollaro non è un accordo scritto, non ha una data di scadenza, non ha un ufficio dove si va a disdirlo: è un’architettura di fiducia, di aspettative convergenti, di incentivi allineati. E quella fiducia, quella convergenza, quegli incentivi sono stati incrinati.
La proposta iraniana all’Europa di pagare in euro non è soltanto una mossa tattica di sopravvivenza: è un invito a tradire un sistema che gli europei hanno subito come un vincolo, non scelto come una convenienza. Diana Choyleva, capo economista di Enodo Economics, ha scritto che «il declino del petrodollaro nel Golfo non è una questione di se
accadrà, ma di quando, e quel quando si avvicina più rapidamente di quanto molti credano» (44). Il paradosso di questa guerra sta tutto qui: ha rafforzato il dollaro nel breve periodo, perché le crisi spingono sempre verso il rifugio sicuro. Ma ha simultaneamente demolito le fondamenta su cui quel rifugio era costruito. Ha dimostrato che gli Stati Uniti non possono più garantire la sicurezza del Golfo. Ha accelerato la normalizzazione di pagamenti petroliferi in valute alternative. Ha rivelato che la Cina è il vero garante implicito di qualsiasi futura architettura dello Stretto. E ha posto l’Europa di fronte a una scelta che non aveva ancora voluto fare: continuare a comprare energia in dollari, finanziando il privilegio geopolitico americano, o iniziare a comprare in euro, costruendo una sovranità monetaria che è sempre rimasta sulla carta (45).
Hormuz non è soltanto il luogo dove il petrolio si blocca. È il luogo dove si decide, barile dopo barile, in quale lingua parlerà il prossimo ordine mondiale. Non è un caso che la guerra abbia colpito proprio l’Iran: senza l’Iran non c’è il Corridoio Nord-Sud, non c’è Chabahar, non c’è la cerniera tra Russia, Cina e Asia meridionale, non c’è il pilastro energetico dei BRICS allargati. Senza il blocco BRICS, non si sarebbe colpito l’Iran. Avendo colpito l’Iran, si è confermato che era proprio quello il bersaglio.


(1) Wikipedia, "2026 Strait of Hormuz crisis", aggiornato all'11 aprile 2026. Fino all'inizio della guerra, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% del GNL globale transitava per lo Stretto.

(2) Euronews, «Over 40 countries launch coalition to secure Strait of Hormuz», 2 aprile 2026. Il canale è largo nel punto più stretto appena 34 chilometri, con fondali bassi e rilievi costieri che favoriscono le tattiche missilistiche e con droni delle Guardie rivoluzionarie.

( 3) International Times (IBTimes UK), «Iran Offers Europe a Hormuz Lifeline and the Price Could Be the Dollar», 4 aprile 2026. Il direttore esecutivo dell'IEA Fatih Birol, intervistato da Le Figaro, ha definito la crisi «più grave di quelle del 1973, 1979 e 2002 messe insieme», parlando di «interruzione dell'offerta energetica di magnitudo mai sperimentata».

(4) ECB Staff Macroeconomic Projections for the Euro Area, marzo 2026. Lo scenario avverso considera il 60% dei flussi di  petrolio e GNL interrotto nel secondo trimestre 2026, con un ritorno alla normalità non prima del primo trimestre 2027.

(5) ECFR (European Council on Foreign Relations), «Beyond the Strait of Hormuz: How Europe Can Safeguard Its Energy Future», 9 aprile 2026. I livelli medi di stoccaggio del gas in Europa sono scesi a circa il 30%, ben al di sotto dell'obiettivo del 90% previsto per il 1° novembre.

(6) Eurocomunicazione, "Crisi nello Stretto di Hormuz: l'Europa tra diplomazia e rischi", 5 aprile 2026. Solo 25 navi avevano attraversato lo Stretto nelle 24 ore precedenti al summit del 2 aprile, rispetto a una media di 150 al giorno prima del conflitto. Lloyd's List ha riferito che oltre 600 navi sono rimaste bloccate nella regione del Golfo.

(7) UA.NEWS, «Iran has offered Europe a deal concerning transit through the Strait of Hormuz», aprile 2026. La proposta di  Elias Hazrati, responsabile del Consiglio di informazione governativa iraniano, includerebbe pagamenti in euro o yuan come segnale della fattibilità di un'architettura energetica alternativa al petrodollaro.

(8) Reuters, citato in CBS News, «A Strait of Hormuz 'toll' would pose major economic and geopolitical risks, experts say», 10 aprile 2026, e in CFR, op. cit. Reuters ha riferito che, in vista di un accordo di pace di lungo termine, Teheran intende imporre un pedaggio per garantire il passaggio sicuro delle navi, con tariffe «pari a circa 1 dollaro per barile» secondo quanto dichiarato da Hamid Hosseini, portavoce del sindacato delle esportazioni energetiche iraniane, al Financial Times. La proposta è esplicitamente rivolta anche ai paesi dell'Unione Europea, con la possibilità di pagamento in euro o yuan come alternativa al dollaro. Macron ha dichiarato che la Francia è tra «almeno quindici paesi di Asia, Europa e Medio Oriente che stanno lavorando con l'Iran per riaprire lo Stretto».

(9) Bloomberg, «Strait of Hormuz: Ships Paying Iran Yuan and Crypto Tolls for Safe Passage», 1° aprile 2026. Almeno una  nave cisterna di proprietà pakistana ha ottenuto il transito dopo che il Pakistan ha siglato un accordo bilaterale per 20 unità. Lloyd's List Intelligence parla di un «toll booth de facto» imposto dall'IRGC, con almeno due navi che hanno pagato in yuan cinese.

(10) Il Messaggero, «Hormuz, il 'pizzo' in mare chiesto dall'Iran, un affare da 100 miliardi all'anno», 10 aprile 2026. Il pedaggio da 1 dollaro per barile equivale a circa 2 milioni di dollari per una grande petroliera da 2 milioni di barili. JP Morgan Chase stima il giro d'affari tra i 70 e i 90 miliardi di dollari l'anno.

(11) ANSA, «Dall'uranio alle sanzioni, le 10 richieste iraniane», 8 aprile 2026. L'Iran ha firmato ma non ratificato la 11 Convenzione di Montego Bay (UNCLOS, 1982), sostenendo che si applichi il più restrittivo regime del «passaggio inoffensivo» anziché quello del passaggio in transito per gli stretti internazionali. Su 172 paesi che hanno ratificato la
Convenzione, né Iran né Stati Uniti compaiono.

(12) Philippe Delebecque, professore di diritto marittimo alla Sorbona di Parigi, citato da PBS News "Iran's proposal to collect tolls in the Strait of Hormuz violates trade norms», 9 aprile 2026. Delebecque ricorda che la libertà di navigazione «è sempre stata riconosciuta, anche specificamente negli stretti», e mette in guardia dal rischio che Hormuz, Gibilterra, Malacca o Taiwan possano diventare oggetto della stessa logica: «la fine di una società internazionale».

(13) Il Post, «Se le navi europee cominciano a passare per Hormuz, l'Italia che fa?», 3 aprile 2026. La CMA CGM Kribi,  battente bandiera maltese ma di proprietà francese, è stata la prima nave di un'azienda navale occidentale a transitare per Hormuz dopo 36 giorni di blocco.

(14) Il Manifesto, «Tutti per Hormuz, l'Europa reagisce all'impatto atlantico», 3 aprile 2026. Meloni, a sorpresa, ha visitato Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti il 3-4 aprile per «rafforzare le relazioni» nella regione, con la questione energetica come obiettivo primario. Geopolitical Monitor, «Sunset over Bitter Lake: Iran War and the Petrodollar», marzo 2026.

(15) Il sistema petrodollarista risale all'accordo del 1974 tra Henry Kissinger e l'Arabia Saudita, in base al quale Riad si impegnava a prezzare il petrolio in
dollari e a reinvestire i surplus in titoli del Tesoro americano. Fortune, «Dollar dominance is reinforced by the global oil trade, but the Iran war could give rise to the 'petroyuan'», 28 marzo 2026.

(16) Deutsche Bank, in una nota ai clienti, ha avvertito che il conflitto potrebbe essere ricordato come «il catalizzatore chiave dell'erosione del petrodollaro e l'inizio del petroyuan».

(17) Bloomberg Opinion, «The Iran War Just Broke the Petrodollar», 6 aprile 2026. L'articolo descrive come il «circolo virtuoso» che vedeva l'America garantire la stabilità del Golfo in cambio del riciclo dei petrodollari nei Treasury sia ora formalmente interrotto.

(18) Fortune Saudita ha posto fine all'impegno esclusivo al prezzo del petrolio in dollari, senza siglare un nuovo accordo formale con Washington, segnalando la disponibilità ad accettare yuan, euro, yen e rupie indiane.

(19) House of Saud Analysis, «Iran Hormuz Blockade Threatens the Petrodollar System», marzo 2026. La Cina assorbe oggi  circa l'80-90% delle esportazioni petrolifere iraniane, in massima parte regolate in yuan per aggirare le sanzioni americane.

(20) China-US Focus, Lucio Blanco Pitlo III, «Alliance Rift and De-dollarization as Derivatives of the U.S.-Israel vs Iran War», 20 aprile 2026. L'analista ricorda che India, nel 2023, ha effettuato la prima transazione di greggio in rupie con gli Emirati, e la Cina il primo pagamento transfrontaliero di petrolio in yuan digitale.

(21) Banca dei Regolamenti Internazionali, dati citati in House of Saud Analysis, op. cit. Tra il giugno 2024 e il febbraio 2026, la quota del commercio petrolifero globale regolata in dollari è diminuita di 3-5 punti percentuali. La quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali era già scesa dal 70% degli anni Novanta al 56,9% del 2025.

(22) Modern Diplomacy, «War in Iran Tests the Petrodollar as China's Yuan Gains Ground», 4 aprile 2026. L'Arabia Saudita ha aderito all'iniziativa mBridge, un sistema di valute digitali delle banche centrali guidato dalla Cina, che si pone come infrastruttura alternativa al sistema SWIFT.

(23) The Week (India), «With Iran conflict occupying centrality, India is eyeing a diplomatic quandary at BRICS», 16 marzo 2026. L'INSTC è un corridoio multimodale di 7.200 chilometri che collega India, Iran, Russia e Asia Centrale; l'Iran è entrato a pieno titolo nei BRICS nel 2024. I dieci membri del blocco rappresentano oggi il 54,6% della popolazione mondiale e il 42,2% del PIL globale a parità di potere d'acquisto.

(24) Global Research / Activist Post, Uriel Araujo, "End of the Dollar? Iran War Pushing BRICS and Global South towards Dollarization», 5 aprile 2026. Il sistema BRICS Pay, basato su valute locali e potenzialmente su clearing in CBDC interoperabili (proposta della Reserve Bank of India), potrebbe diventare operativo nel corso del 2026. Il commercio Russia-Cina è già regolato per oltre il 90% in valute non-dollaro.

(25) «The Price of Silence: How India's Grand Ambitions Got Lost in the Gulf», ddgeopolitics.substack.com, aprile 2026. L'analisi documenta lo spostamento della quota indiana del greggio russo dal 40% a meno del 15% nei primi mesi del 2026, e il ridisegno di Chabahar con sostegno cinese. Sottolinea come l'attacco a Iran abbia colpito il «cuore» dell'INSTC e dei corridoi BRICS+ alternativi alla rotta IMEC sponsorizzata da Washington.

(26) Al Jazeera, «What is Iran's Strait of Hormuz protocol and will other nations accept it?», 9 aprile 2026. Il 7 aprile 2026, 11 dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno votato a favore di una risoluzione promossa da Bahrein (e sostenuta da Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Kuwait e Giordania) per la riapertura «con tutti i mezzi necessari» dello Stretto. Russia e Cina hanno posto il veto, definendo la risoluzione di parte e contestandone l'omissione degli attacchi iniziali
contro l'Iran.

(27) Modern Diplomacy, op. cit. Il Dollaro Index (DXY) ha registrato un'impennata fino ai massimi del 2026 nelle prime settimane di conflitto, testando la resistenza a quota 99,50, mentre il prezzo del gas in Europa saliva del 39% contro il solo 3,5% del mercato statunitense.

(28) Mallika Sachdeva, strategist di Deutsche Bank, citata in Modern Diplomacy, op. cit. e in Fortune, op. cit. La Sachdeva ha scritto che il conflitto «mette alla prova il sistema sicurezza-per-prezzi del petrolio che ha mantenuto il prezzo del greggio in dollari dagli anni Settanta» e potrebbe «mettere in luce ulteriori linee di faglia, minacciando il ruolo protettivo degli Stati Uniti sulle infrastrutture del Golfo».

(29) Al Jazeera, «In Strait of Hormuz, Iran and China take aim at US dollar hegemony», 8 aprile 2026. Alicia Garcia-Herrero, capo economista per l'Asia-Pacifico di Natixis, ha precisato che l'uso dello yuan allo stretto «aggiunge pressione incrementale e normalizza le alternative nei flussi energetici», senza costituire da solo una de-dollarizzazione strutturale. Circa l'80% delle transazioni petrolifere mondiali è ancora regolato in dollari (JP Morgan Chase, 2023).

(30) Geopolitical Monitor, op. cit. Il dollaro rappresenta ancora il 56% delle riserve valutarie mondiali e l'89% di tutte le transazioni sui mercati valutari globali.

(31) U.S. Treasury, dati di marzo 2026, citati in Bloomberg Opinion, op. cit. Il debito pubblico federale americano ha superato i 39 trilioni di dollari nel marzo 2026, e gli interessi sul debito sono ormai la voce in più rapida crescita del bilancio federale.

(32) Hosuk Lee-Makiyama, direttore del Centro europeo per l'economia internazionale di Bruxelles (ECIPE), citato da Al Jazeera, «In Strait of Hormuz, Iran and China take aim at US dollar hegemony», 8 aprile 2026.

(33) Adnkronos, «Iran, 4 opzioni su tavolo di Trump per Hormuz: la proposta (bocciata) dell'Italia», aprile 2026. Tajani ha presentato la proposta italiana di corridoio umanitario alla videoconferenza del 2 aprile organizzata dalla Gran Bretagna e partecipata da circa quaranta paesi.

(34) ADN24, «Uranio e Stretto di Hormuz: la sfida dell'Iran. L'Europa trema per il Patto di Stabilità», 9 aprile 2026. Il vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis ha escluso una «fase di grave crisi» per il Patto di Stabilità, ma i mercati scontano già la possibilità di un'inflazione a due cifre in caso di blocco prolungato.

(35) Affarinternazionali.it (IAI), «L'Europa deve rilanciare sulla diplomazia con l'Iran», 7 aprile 2026. Lo IAI propone tra l'altro «un sistema di pedaggio temporaneo e condiviso regionalmente i cui proventi rifinanzierebbero le riparazioni delle infrastrutture energetiche».

(36) Bruegel, nota citata da PBS News, op. cit. Il think tank di Bruxelles ha calcolato che un pedaggio da 2 milioni di dollari su una petroliera da 2 milioni di barili equivale a 1 dollaro per barile, un costo che «ricade non sui consumatori globali ma soprattutto sugli Stati del Golfo che forniscono il petrolio».

(37) CNN / CBS News, "Live updates: Us and Iran hold direct peace talks in Pakistan", 11 aprile 2026. L'11 aprile 2026 il Vice Presidente JD Vance, l'inviato speciale Steve Witkoff e il genero del Presidente Jared Kushner sono giunti a Islamabad per i primi colloqui diretti USA-Iran dalla Rivoluzione del 1979. La delegazione iraniana di 71 membri è guidata dal Presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e dal Ministro degli Esteri Abbas Araghchi. I colloqui sono mediati dal Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif.

(38) Al Jazeera, «US-Iran ceasefire deal: What are the terms, and what's next?», 8 aprile 2026. Il 7 aprile sera Stati Uniti e Iran hanno annunciato un cessate il fuoco di due settimane, mediato dal Pakistan, con apertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto come precondizione formale americana e impegno a negoziare a Islamabad a partire dal 10 aprile.

(39) Council on Foreign Relations, «As a Strait of Hormuz Standoff Grows, Will Trump's Fragile Iran Ceasefire Hold?», 9 aprile 2026. Il piano in 10 punti presentato da Teheran include: cessazione di tutti gli attacchi statunitensi e israeliani, garanzie di sicurezza, riparazioni di guerra «da finanziare con i pedaggi delle navi che attraversano lo Stretto», riconoscimento internazionale della sovranità iraniana su Hormuz, sblocco di tutti gli asset iraniani all'estero, ratifica di tutto in una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza ONU. Diverse versioni del piano in farsi e in inglese contengono formulazioni differenti.

(40) CNN, op. cit. Fonti pakistane hanno riferito che il tono complessivo dei colloqui rimane positivo, ma persiste uno stallo sul controllo dello Stretto di Hormuz. Una fonte vicina alla delegazione iraniana ha definito «inaccettabili» le richieste americane sullo Stretto. Tasnim ha riferito quattro «condizioni non negoziabili» di Teheran: piena sovranità su Hormuz, riparazioni di guerra integrali, sblocco incondizionato degli asset bloccati, cessate il fuoco duraturo in tutta l'Asia occidentale.

(41) Reuters Exclusive, "Iranian source says US has agreed to unfreeze Iranian funds, Washington denies it", 11 aprile 2026. CBS News e White House, smentita dell'11 aprile 2026. Una fonte iraniana di alto livello ha riferito a Reuters che gli Stati Uniti avrebbero accettato di sbloccare asset iraniani congelati in Qatar e in altre banche estere, qualificando la mossa come «direttamente collegata alla garanzia del passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz». Una seconda fonte ha quantificato l'importo in 6 miliardi di dollari, originariamente provenienti dalle vendite iraniane di greggio alla Corea del Sud, congelati nel 2018, sbloccati nel 2023 in occasione dello scambio di prigionieri mediato dal Qatar e ricongelati dopo il 7 ottobre 2023. Un funzionario senior della Casa Bianca ha smentito la notizia entro un'ora definendola «non vera»; un secondo ha dichiarato a CBS News: «Gli Stati Uniti non hanno acconsentito a sbloccare alcun asset iraniano». Gli asset iraniani globalmente congelati superano i 100 miliardi di dollari, distribuiti tra Cina (~20 mld), Iraq (6 mld), Qatar (6 mld), Stati Uniti (2 mld), Lussemburgo (1,6 mld), Giappone (1,5 mld), secondo Euronews del 9 aprile 2026.

(42) AFP / France24, «In Pakistan's mediation to end Mideast war, China may hold the key», 10 aprile 2026; The Irish Times, «China played a quiet but crucial role in the US-Iran ceasefire», 10 aprile 2026. Trump stesso ha dichiarato all'AFP che la Cina ha avuto un ruolo decisivo nel portare l'Iran al tavolo. Un funzionario pakistano: «Nella notte del cessate il fuoco le speranze stavano svanendo, poi è intervenuta la Cina e ha convinto l'Iran ad accettare». Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha effettuato 26  telefonate con omologhi dell'area; l'inviato di Pechino per il Medio Oriente ha svolto missioni nella regione. Una fonte pakistana ad AFP: «La Cina è stata richiesta come garante. L'Iran vuole un garante. La Russia, impegnata in Ucraina, non sarebbe stata accettata dall'UE: la Cina era la scelta migliore».

(43) Novara Media / Times of Islamabad / Al Jazeera / Reuters, 9-10 aprile 2026. Il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, figura di spicco della coalizione Netanyahu, ha dichiarato in un'intervista radiofonica: "Ci sarà una componente politica che completerà l'esito a Gaza, una che espande i nostri confini. Ci sarà una componente politica in Libano che estenderà i nostri confini al fiume Litani entro linee difendibili. Ci sarà anche una dimensione politica in Siria, al Monte Hermon e almeno nella zona cuscinetto". Le dichiarazioni, interpretate come annuncio ufficiale dell'avvio del progetto "Grande Israele", sono arrivate mentre Israele bombardava il Libano durante il cessate il fuoco USA-Iran.

(44) Diana Choyleva, capo economista di Enodo Economics, citata da Washington Today, «Iran Challenges Petrodollar with Hormuz Oil Payments in Yuan», 3 aprile 2026.

(45) Laleh Khalili, professoressa di relazioni internazionali, SOAS, Londra, intervistata da Democracy Now!, 19 marzo 2026. Khalili definisce l'iniziativa iraniana sullo yuan «un tentativo di influenzare la costruzione di un mondo post-guerra in cui esiste un sistema finanziario multipolare».  

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