Il cessate il fuoco bilaterale e i dieci punti di Teheran che parla di una sconfitta umiliante per l’America
Gli ultimi minuti dalla scadenza dell’ultimatum di Donald Trump hanno tenuto tutti col fiato sospeso. “Temo escalation per la follia umana, non abbiamo imparato nulla dall’atomica su Hiroshima”, dichiarava ieri mattina il nostro ministro della Difesa Guido Crosetto, mentre il tycoon che schiumando di violenta sete di sangue vendicativa tuonava sul Social Truth: “Stanotte un'intera civiltà andrà perduta, e non potrà mai più rinascere. Non voglio che ciò accada, ma probabilmente sarà così. Tuttavia, ora che abbiamo assistito a un cambiamento di regime completo e totale, ora che prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicali, forse accadrà qualcosa di rivoluzionalmente meraviglioso, CHI LO SA?”.
Un post che, secondo Agnes Callamard, direttrice di Amnesty International, "potrebbe costituire una minaccia di genocidio", sottolineando che gli avvertimenti “di sterminio e distruzione irreparabile" del presidente degli Stati Uniti violano “sfacciatamente le regole fondamentali del diritto internazionale umanitario, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per oltre 90 milioni di persone".
Non si parla ovviamente solo di attacchi alle centrali elettriche, dalle conseguenze comunque devastanti per la popolazione. Come riportato dal The Guardian, la gravità delle minacce, combinata con la crescente pressione per trovare una soluzione al conflitto, ha sollevato preoccupazioni che una decisione impulsiva potrebbe potenzialmente comportare l'uso di armi nucleari.
Un’opzione Armageddon che rischia di gettare tutto il mondo nella catastrofe.
La stragrande maggioranza degli esperti e dei giornalisti concordava, in ogni caso, sul fatto che gli Stati Uniti avrebbero impiegato munizioni speciali di potenza tattica. Si parlava di un attacco ad un'area desertica o uno o due obiettivi significativi, ad esempio centrali elettriche o bunker sotterranei contenenti missili. Sono stati inoltre presi in considerazione come obiettivi impianti sotterranei legati al programma nucleare dell'Iran. In sostanza, si tratterebbe di una sorta di dimostrazione su larga scala delle capacità militari statunitensi.
Ma c’è chi ventagliava l’ipotesi di un colpo di mano israeliano. "Penso che potrebbe esserci una sorpresa per tutti, come un attacco nucleare tattico da parte di Israele in modo limitato, giusto per permettere a Israele di emergere come potenza nucleare", ha dichiarato Sultan Barakat, professore di politiche pubbliche presso l'Università Hamad Bin Khalifa ad Al Jazeera. 
"Questo si allinea con il linguaggio che Trump ha usato, ovvero che si tratterà di una 'grande sorpresa', di 'distruzione della civiltà', una retorica di questo tipo", ha continuato.
Tutte le opzioni erano sul tavolo, ma avrebbero messo, in ogni caso, Trump di fronte al fatto compiuto di una sconfitta strategica.
Anche nel caso di raid su vasta scala – di tipo convenzionale - la rete elettrica iraniana si estende per oltre un milione di chilometri ed è un sistema vasto e completamente interconnesso. Se si verifica un incidente in qualsiasi punto, esiste la possibilità di compensare la carenza di energia elettrica utilizzando altre linee o sottostazioni.
Al contempo, l’arsenale di cui disporrebbe Teheran sarebbe ancora sterminato: in un’informativa consegnata ad Islamabad vantava ancora 15.000 missili e 45.000 droni. Ebrahim Zolfaghari, portavoce del comando militare congiunto iraniano, ha dichiarato che le forze armate del Paese "faranno alle infrastrutture degli Stati Uniti e dei loro alleati qualcosa che li priverà per anni del petrolio e del gas della regione e li costringerà a ritirarsi dall'area".
Secondo l’agenzia semi‑ufficiale Tasnim News, che cita una fonte militare dei Guardiani della Rivoluzione, in caso di attacco contro le centrali elettriche, tra i bersagli della possibile ritorsione potrebbero essere inseriti gli impianti petroliferi di Saudi Aramco, il terminale di Yanbu in Arabia Saudita e l’oleodotto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti.
Ed ecco che il tycoon, dopo i suoi rantoli radioattivi, ha infine ceduto ad una tregua senza condizioni.
“Sulla base delle conversazioni avute con il Primo Ministro Shehbaz Sharif e il Maresciallo di Campo Asim Munir del Pakistan, nelle quali mi è stato chiesto di sospendere l'invio di forze distruttive in Iran previste per questa sera, e a condizione che la Repubblica Islamica dell'Iran acconsenta all'APERTURA COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA dello Stretto di Hormuz, acconsento a sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l'Iran per un periodo di due settimane. Si tratterà di un CESSATE IL FUOCO bilaterale! Il motivo di questa decisione è che abbiamo già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari e siamo a buon punto con un accordo definitivo riguardante la PACE a lungo termine con l'Iran e la PACE in Medio Oriente. Abbiamo ricevuto una proposta in 10 punti dall'Iran e riteniamo che sia una base praticabile su cui negoziare. Quasi tutti i vari punti di controversia passata sono stati concordati tra gli Stati Uniti e l'Iran, ma un periodo di due settimane consentirà di finalizzare e portare a compimento l'accordo. A nome degli Stati Uniti d'America, in qualità di Presidente, e anche in rappresentanza dei Paesi del Medio Oriente, è un onore vedere questo problema di lunga data vicino alla risoluzione. Grazie per l'attenzione che ci avete dedicato!”, ha scritto Trump sul social Truth.
Poco dopo, il cessate il fuoco è stato approvato anche dalla nuova Guida Suprema Ayatollah Mojtaba Khamenei e anche lo Stretto di Hormuz è stato riaperto, come annunciato dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi. 
Mojtaba Khamenei
Secondo il New York Times, l’Iran avrebbe presentato, tramite il Pakistan, una proposta articolata in dieci punti per porre fine alla guerra. Il piano prevede la cessazione di tutti gli attacchi, la revoca completa delle sanzioni, l’interruzione delle operazioni israeliane — inclusa la resistenza di Hezbollah — il sostegno alla ricostruzione, la garanzia della sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz e impegni concreti per prevenire futuri attacchi. In cambio, Teheran si dichiarerebbe disponibile a riaprire Hormuz, introducendo una tassa di circa 2 milioni di dollari per nave.
L'America, in sostanza, ha accettato di iniziare i negoziati a Islamabad venerdì, sulla base del piano in 10 punti di Teheran.
La CNN ha riferito poi che anche Tel Aviv ha accettato il cessate il fuoco, citando un funzionario anonimo della Casa Bianca, in un servizio ripreso anche dall'emittente pubblica israeliana Kannada.
Per l’America assoggettata alle fabbriche di armi e al progetto messianico del grande Israele, certamente questo passo indietro rappresenta una sconfitta senza precedenti da cui difficilmente uscirà indenne, ma almeno il mondo può tirare ancora per un po' un sospiro di sollievo.
L’insuccesso dell’operazione militare ad Isfahan
Fattore determinante che ha portato il presidente americano a questa decisione è senza dubbio la consapevolezza che nemmeno un’operazione di terra sarà in grado di cambiare le carte in tavola.
Basti pensare al disastro dell’operazione di Isfahan che, secondo la ricostruzione di Press TV, è stata una grande sconfitta strategica per Stati Uniti e Israele, in realtà nata, come missione segreta decisa alla Casa Bianca con l’obiettivo reale di infiltrarsi e colpire un sito nucleare iraniano, e non di salvare un pilota di F‑15 abbattuto come sostenuto inizialmente da Washington. Dopo giorni di intensa ricognizione – durante i quali sarebbero già andati perduti alcuni velivoli, tra cui almeno un A‑10 e due Black Hawk – gli USA avrebbero scelto come punto d’atterraggio una pista abbandonata vicinissima a un impianto nucleare, convinti che la difesa aerea iraniana non fosse in grado di contrastare l’operazione, senza rendersi conto che le forze iraniane erano in stato di massima allerta e pronte a tendergli un’imboscata. 
Nella notte dell’azione, il primo C‑130, carico di decine di commando delle forze speciali, sarebbe atterrato sulla pista sterrata deviando leggermente dal tracciato, mentre l’esercito iraniano, l’IRGC, le forze di polizia (Faraja) e le unità popolari locali ne osservavano i movimenti senza reagire subito, per far entrare il nemico più a fondo nella trappola. Poco dopo sarebbe arrivato un secondo C‑130 con veicoli speciali, elicotteri MH‑6 Little Bird e altro equipaggiamento, che le forze iraniane avrebbero colpito in avvicinamento, costringendolo a un atterraggio di emergenza; nell’area sarebbero poi giunti anche due Black Hawk, trasformando l’intera forza d’infiltrazione in un bersaglio concentrato. A quel punto, secondo Press TV, aerei, elicotteri e commando sbarcati dal primo velivolo sarebbero stati presi sotto un fuoco intenso e coordinato, con gli americani intrappolati sulla pista e impossibilitati a far decollare i Little Bird, alcuni dei quali distrutti a terra o dentro il secondo C‑130.
Resisi conto del fallimento, i vertici a Washington avrebbero trasformato la missione principale in un’operazione di salvataggio d’emergenza, inviando rapidamente aerei più piccoli per evacuare i sopravvissuti sotto il fuoco iraniano, in condizioni tanto caotiche che diversi soldati avrebbero abbandonato equipaggiamenti e persino il documento d’identità di un ufficiale statunitense, ritrovato poi dalla parte iraniana. Dopo l’evacuazione, i caccia USA avrebbero creato una “linea di fuoco” di 5 km attorno alla pista per tenere lontane le forze iraniane e bombardato pesantemente i due C‑130 e il materiale rimasto per impedirne la cattura, aggravando tuttavia la percezione di una disfatta costosa in uomini e mezzi.
A questo punto è diventato evidente che anche un’operazione sull’isola di Kharg – attraverso i cui terminali transita fino all'85–90% di tutte le esportazioni marittime di petrolio dell'Iran – diventerebbe un completo suicidio.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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