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La requisitoria del procuratore aggiunto Lombardo nel processo d’appello bis ‘Ndrangheta stragista

“Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi di trovare”. E' citando le parole di Eraclito di Efeso che il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, applicato come sostituto procuratore generale, ha scattato la fotografia del processo 'Ndrangheta stragista, giunto ad un nuovo appello dopo che la Corte di Cassazione, nel dicembre 2024, aveva annullato con rinvio la condanna all'ergastolo a carico del boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano, e di Rocco Santo Filippone, 'uomo riservato' della cosca Piromalli, già condannato definitivamente per associazione mafiosa.
Per entrambi i capimafia, accusati di essere stati i mandanti di quegli attentati ed omicidi avvenuti tra il dicembre 1993 e il febbraio 1994, in cui persero la vita anche gli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo (uccisi il 18 gennaio 1994 sull'autostrada Salerno-Reggio, ndr), nei giorni scorsi è stata dunque chiesta alla Corte d'Appello di Reggio Calabria (presieduta da Angelina Bandiera, a latere Katia Asciutto) la conferma della sentenza di primo grado, quando entrambi furono condannati all'ergastolo.
Come ha ricordato Lombardo iniziando la propria requisitoria “la verità non è quasi mai un approdo immediato. Più spesso è un cammino irregolare fatto di deviazioni, di arretramenti, di sentieri che non riusciamo a immaginare fino in fondo, in cui ciò che appare lineare si rivela ingannevole e ciò che è nascosto resiste anche a lungo prima di svelare il suo vero volto”.
Ed è un dato di fatto che, a lungo, la verità sul ruolo della 'Ndrangheta nelle stragi è stata “per anni celata dietro strati molto spessi di menzogne, di reticenze, di costruzioni artificiose. Non siamo di fronte a un foglio bianco ma dinanzi ad una verità processuale che fino a qualche anno fa è stata ricostruita in maniera distorta, falsa, alterata rispetto al vero. E questa è l'abilità della 'Ndrangheta di coprire quelle che sono le pagine più pericolose della sua storia”.
La Suprema Corte, nel dicembre del 2024, pur riconoscendo il coinvolgimento della 'Ndrangheta nella 'strategia stragista' voluta da Cosa nostra, aveva posto in dubbio che Graviano e Filippone fossero stati i mandanti sul versante calabrese dei tre agguati contro gli uomini dell'Arma.
Lo aveva fatto richiamando le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Antonino Lo Giudice e Consolato Villani, asserendo che raffrontando le loro dichiarazioni si sarebbe generato un “corto circuito” nel momento in cui vi sarebbe stato un contrasto sulle “fonti di conoscenza”.


Errori grossolani

Secondo Lombardo, però, nelle motivazioni della sesta sezione della Corte di Cassazione vengono commessi “errori grossolani, scambiando la sentenza di primo grado per la sentenza d'appello; indicando esami dibattimentali in sede di appello che non ci sono mai stati; non richiamando quello che diventa l'argomento decisivo per andare a superare le potenziali criticità”.
Il primo, “da matita blu”, l'aver ripercorso la carriera criminale di Consolato Villani attribuendogli prima la carica di “Evangelista” e solo successivamente quello di “Santista”, quando notoriamente l'attestazione della Santa viene prima del Vangelo. E non può essere banale se si considera che sul piano della conoscenza all'interno della 'Ndrangheta le doti assumono un rilievo fondamentale. Ed è chiaro che le conoscenze di Villani quando ha commesso i delitti negli anni Novanta non sono le stesse del Villani che si confronta con Lo Giudice nel 2014.


appello ndrangheta stragista


Un confronto anch'esso sparito dalle analisi dei giudici della Suprema Corte che invece sostengono che Nino Lo Giudice abbia aggiustato le proprie dichiarazioni nel corso del dibattimento di appello. Peccato, però, che Lo Giudice in appello non è mai stato sentito.
Lombardo ha dunque messo in evidenza come la fonte delle informazioni di Lo Giudice sulle stragi e gli attentati ai carabinieri, come emerge anche nel confronto tra i due collaboratori, sia stato in prima battuta il padre di Consolato Villani, Giuseppe Villani, che era un suo uomo “riservato” che aveva gestito gli affari della famiglia quando Lo Giudice si trovava in carcere nei primi anni Novanta. Un richiamo che fa sin dal 2011, come scritto nel verbale illustrativo.
La motivazione della Cassazione aveva anche dimenticato figure come Giovanni Chilà o Giuseppe Calabrò come “fonti di conoscenza fondamentali per Consolato Villani”, fatto che smentisce la considerazione secondo cui fonte di Villani sarebbe proprio Lo Giudice.
Altrettanto inspiegabile, secondo Lombardo, è poi “lo svilimento degli altri riscontri esterni, definiti minori”, che non sono tali, su fatti di grande rilievo come la presenza di Graviano in Calabria.


Tabulati ed intercettazioni per il boss di Brancaccio

E' documentale che grazie ai tabulati telefonici Giuseppe Graviano, nel dicembre del '93 in epoca immediatamente successiva al primo duplice tentato omicidio contro i carabinieri, si trovasse in Calabria. “Un tabulato telefonico che oggettivizza la presenza di un soggetto in un territorio non collegato tradizionalmente a quel soggetto non è un riscontro minore, il riscontro è enorme - ha aggiunto Lombardo - Graviano in quel periodo era latitante. Noi abbiamo un dato eccezionale perché l'utenza utilizzata da Graviano non ha agganciato la Calabria e basta, che poteva essere in qualsiasi posto, ma la sfortuna sua ha voluto che quella utenza abbia registrato dei contatti telefonici, a distanza di pochi minuti, che hanno agganciato prima la macro cella Calabria e poi la macro cella Sicilia. Quindi significa che erano queste le zone in cui si trovava”. Non solo. “Ci sono anche le intercettazioni di Graviano con Umberto Adinolfi in cui fa riferimento alla Calabria, non Casteldaccia, come lui sostiene. E lo fa nel passaggio in cui dice di essere sfuggito ad un posto di blocco”.
Successivamente il sostituto Pg ha evidenziato tutti gli elementi per cui Rocco Santo Filippone, definitivamente condannato per mafia dalla stessa sesta sezione penale, sia da considerare colpevole del reato ascritto. Ed in questo senso assume valore il dato per cui Filippone ha importanti rapporti con i Piromalli ed i Mancuso, ovvero con le famiglie centrali nell'adesione della 'Ndrangheta alla strategia stragista. Figure richiamate anche da altri pentiti come Nino Fiume.


Intercettazione Hybris

Sull'adesione della 'Ndrangheta alle stragi elemento importante è quello emerso con le intercettazioni dell'operazione Hybris, che aveva colpito le cosche di Gioia Tauro Piromalli-Molè, e che erano state acquisite agli atti del processo d'appello. 


filippone graviano

Rocco Santo Filippone e Giuseppe Graviano


Una conversazione tra Francesco Adornato (soggetto non indagato), considerato dagli inquirenti come un "navigato esponente della ‘Ndrangheta” ed uno degli indagati, Giuseppe Ferraro. Una conversazione, registrata il 17 gennaio 2021, in cui si fanno chiarissimi riferimenti alla riunione in cui le cosche calabresi avrebbero deciso di aderire alla strategia di attacco allo Stato, presso il resort "Sayonara" di Nicotera.
In particolare si riferiva che al summit il boss di Rosarno Nino Pesce, detto “Testuni”, rappresentò il mammasantissima Pino Piromalli detto “Facciazza”.
“Questo signor Pesce che lo chiamano ‘Testuni’ - si sente nell’audio dell’intercettazione - si è messo avanti e ha sostenuto che bisogna attuare le stragi di Stato”. Chi votò contro le stragi sarebbe stato il boss di Limbadi Luigi Mancuso: “Pino (Piromalli, ndr) ha sempre un’attenuante perché nella commissione che hanno deciso di mettersi a fianco dei siciliani… e compagnia bella non c’era… C’era Luigi Mancuso… ma là Luigi…ha pestato i piedi… Luigi… in questa commissione al Sayonara gli dice che lui non è d’accordo… perché gli dice Luigi… noi dobbiamo trattare con questi personaggi, gli ha detto, non dobbiamo andare a sparare… per quale motivo”.
Alla fine però, le perplessità di Mancuso sulla campagna delle stragi, così come aveva spiegato il pg Lombardo, non attecchirono e passò la linea di Piromalli e Pesce.


Le parole di Piromalli

Un'ulteriore prova, acquisita durante questo dibattimento, è l'intercettazione di Pino Piromalli nell'ambito dell'operazione Restauro. “Piromalli commentando questo processo non nega i rapporti con i siciliani e dei fratelli Graviano dice che sono dei 'bravi figghioli'. E fa riferimento ai fatti del processo aggiungendo che loro hanno preso il posto di Riina quando c'erano “tutte queste cose ca..”. 
“Questo materiale – ha detto Lombardo – non è certamente un dato neutro. Perché un soggetto al vertice della Commissione di 'Ndrangheta, lui in persona, conferma tutto l'impianto accusatorio che ovviamente diventa rilevante in relazione a quei profili che collegano i fratelli Graviano alla Commissione di 'Ndrangheta presieduta da Pino Piromalli in relazione agli omicidi di cui parliamo in questa sede”.
Sui rapporti tra i Graviano e le famiglie di 'Ndrangheta non ci sono dunque solo le dichiarazioni di Villani o Lo Giudice, ma anche di altri collaboratori di giustizia come Spatuzza, D'Urso, Albanese. Tutti elementi che la Suprema Corte non ha analizzato e che ora dovranno essere considerati dalla Corte d'assise d'appello.
Quindi Lombardo, proseguendo nella requisitoria, è tornato ad analizzare il confronto tra Nino Lo Giudice e Consolato Villani, mettendo in evidenza come l'unico elemento di discordanza tra i due riguarda la presenza di Giuseppe De Stefano, in rappresentanza di tutte le famiglie di Reggio Calabria, alle riunioni in cui si decise la campagna stragista.
La requisitoria si è conclusa evidenziando che “non stiamo parlando di una vicenda banale e non stiamo parlando di una vicenda ricostruita sulle dichiarazioni di Lo Giudice e Villani” e che “la verità non teme il tempo” a differenza della bugia.
Il processo è stato dunque rinviato al prossimo sedici aprile, dove ad intervenire saranno le parti civili ed a seguire i difensori.

Foto di copertina © Emanuele Di Stefano 

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