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E’ come il titolo della canzone di Antonello Venditti “Ma che bella giornata di sole”. Ed è un sole meraviglioso quello che ha illuminato il nostro Paese, con la gente che si abbracciava per le strade, dopo l’esito del Referendum. Con la tensione delle ultime settimane sciolta in un grido liberatorio. E poi ancora lo sguardo pulito dei tanti, tantissimi giovani – che hanno fatto la differenza – e che non si sono risparmiati in questa battaglia di civiltà. E di liberazione. Dall’arroganza della premier Meloni, di tutto il suo governo, dei suoi servi, lacchè e quaquaraquà, sostenuti dal peggior giornalismo complice delle loro menzogne. Una liberazione dalla violenza delle parole di Giusy Bartolozzi che hanno sortito l’effetto boomerang di unire trasversalmente intere generazioni. Che non hanno accettato la sua squallida definizione di “plotoni di esecuzione” rivolta alla magistratura. La valanga di No, di Palermo in primis, è arrivata potente da chi ha visto morire uno dopo l’altro magistrati integerrimi – e tante altre vittime innocenti – sotto il plotone di esecuzione di Cosa Nostra affiancato da uno Stato-mafia. E tra chi si è opposto alle dichiarazioni indecenti della Bartolozzi c’era anche chi in quel periodo non era ancora nato. Ma che negli anni successivi aveva respirato forte le testimonianze dei familiari delle vittime di mafia, capaci di andare oltre il loro dolore per tramandare il senso profondo della memoria e dell’impegno antimafia.
Nel 1974, un anno prima di essere assassinato, Pier Paolo Pasolini sosteneva che l'Italia stesse vivendo un genocidio culturale. “A futura memoria”, aveva sottolineato il poeta e scrittore, a mo’ di testimonianza disperata da lasciare ai posteri.
Quel “genocidio culturale” lo abbiamo toccato con mano in questi anni e soprattutto in questi mesi di campagna referendaria attraverso la mole di menzogne costruite ad arte per ingannare un’opinione pubblica già profondamente segnata dal ventennio del berlusconismo. E se “a futura memoria” rimarrà l’infamia delle falsità dei vari Meloni, Nordio, Delmastro, Bartolozzi, Tajani, Mantovano e dei loro sodali, certo è che a futura memoria rimarrà ugualmente l’altra faccia della medaglia. Che si riflette nell’onestà di uomini e donne provenienti da ogni categoria della nostra società, tutti schierati per salvare la democrazia difendendo la Costituzione. Magistrati come Gratteri, Di Matteo, Morosini, Tescaroli, Ardita, e molti altri. Ex magistrati tra cui Gian Carlo Caselli, Antonio Ingroia, Alfredo Morvillo, Luigi De Magistris e Roberto Scarpinato. Che, da senatore dei cinquestelle, assieme ad altri suoi ex colleghi, ha portato avanti questa battaglia con estrema lucidità, pragmatismo e passione civile. 
Ognuno di loro ha pagato un prezzo altissimo: attacchi violenti da parte dei principali promotori del Sì attraverso menzogne spudorate che lambivano minacce più o meno velate, il tutto condito da una grande delegittimazione nei loro confronti. Che tentava di squalificarli davanti ad una parte di società ormai assuefatta alle bugie di questa classe dirigente, esponendoli così ai peggiori rischi. 
Ma nemmeno questo ha fermato l’onda che ha travolto gli esponenti di Governo e i loro sogni di impunità legalizzata firmata P2, di distruzione sistematica della giustizia a discapito di ogni cittadino.
All’evento di chiusura della campagna del No dei cinquestelle l’ex giudice della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, ha citato il De civitate Dei di Sant’Agostino, l’opera scritta tra il 413 e il 426. Ed è la critica che il vescovo romano muoveva all’Impero Romano quella che diventa oggi di estrema attualità. Il teologo ci indicava come quella pace imposta dall’Impero fosse stata costruita attraverso infinite guerre di conquista, come quell’ordine si fondasse sulla violenza e sulla sottomissione dei popoli. “Togli la giustizia”, scriveva Sant’Agostino, “e cosa sono i regni se non grandi bande di briganti?”.
Di contraltare a quelle “bande di briganti”, che con il passare dei secoli hanno mantenuto la loro metodologia cambiando solamente le facce, restano oggi i sorrisi e gli sguardi puliti di tantissimi giovani. Che con infiniti entusiasmo e forza d’animo hanno fatto camminare sulle loro gambe il messaggio di fine anno del 1979 dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. “Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi”. E così è stato. 

Foto © Imagoeconomica 

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