A Roma presentato l’ultimo libro di Saverio Lodato e Luigi Li Gotti con Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato e Giulia Sarti
Un tentativo martellante e occulto di smantellamento degli strumenti democratici che dalla nascita della Repubblica e della Carta Costituzionale una parte politica di questo paese ha portato avanti fino ad oggi. Un filo che si è tradotto in colpi di Stato, stragi, trattative, diritti cancellati e che arriva all’attuale riforma Nordio. E’ su questa traccia che si inserisce il libro “Stragi d’Italia” (ed. Fuori Scena) del giornalista e scrittore Saverio Lodato e dell’avvocato Luigi Li Gotti, presentato al Teatro Garbatella di Roma assieme a Giulia Sarti (già presidente Commissione Giustizia Camera dei deputati), all’ex procuratore generale di Palermo (oggi senatore M5S) Roberto Scarpinato e al sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo. Centrale, durante la serata, il referendum sulla separazione delle carriere su cui milioni di italiani saranno chiamati ad esprimersi a breve il prossimo 22 e 23 marzo. “Una schiforma”, come l’ha definita il direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni, testata che ha organizzato l’evento, “fatta per fermare magistrati come Di Matteo ed altri che indagano o indagheranno sulle stragi in modo da togliere loro l'autonomia che invece oggi, malgrado tutto, ancora hanno”.
Una riforma contro la magistratura e contro la gente
A parlare della riforma Nordio è proprio Nino Di Matteo, ricordando al pubblico numeroso del teatro che “questa costituisce il suggello di una lunga teoria di riforme della giustizia che si sono succedute negli ultimi anni. Non dimentichiamolo, non nasce dall'oggi al domani. È la ciliegina sulla torta, perché è una riforma costituzionale, ma di un lungo iter di riforme alle quali abbiamo assistito negli ultimi anni e che vanno tutte nella stessa direzione”, ha spiegato. “Si parte dalla riforma Cartabia per arrivare a quelle approvate in questa legislatura. Le dobbiamo valutare in un quadro d'insieme per capire che sono figlie della insofferenza del potere politico a qualsiasi forma di controllo di legalità del suo esercizio, per capire che questa riforma è figlia della volontà di alterare l'equilibrio dei poteri disegnati dalla Costituzione in favore del potere esecutivo. La direzione unica, ed è quella della volontà di creare uno scudo di protezione per i potenti, di creare una giustizia a due velocità, di creare una giustizia con le armi, un sistema con le armi spuntate nei confronti delle manifestazioni criminali nei colletti bianchi”. E a manifestare questa volontà sono gli stessi esponenti della maggioranza, ha segnalato Di Matteo. “Per fortuna esce dalla loro bocca quello che è il significato che loro vogliono attribuire e che in realtà ai loro occhi ha la riforma”, ha affermato. “Per fortuna ha parlato il Ministro Nordio quando ha detto alla segretaria del Partito Democratico, ‘non capisco perché ostacolino questa riforma perché un giorno potrebbe servire anche a loro se andasse al governo’. Cioè, lì ha confessato sostanzialmente che il vero scopo della riforma è quello di creare un governo con le mani più libere, di evitare che il controllo di legalità della magistratura possa riguardare anche le modalità di esercizio del potere esecutivo. Per fortuna parlano, come ha parlato il capo di gabinetto Bartolozzi, nel momento in cui ha detto che con queste riforme, votando sì, ci si libererebbe dalla magistratura, dal plotone di esecuzione della magistratura. Per fortuna parla il ministro Tajani quando dice: ‘intanto approviamo questa riforma, poi passiamo a valutarne un'altra, cioè quella di togliere la direzione delle indagini al Pubblico Ministero, e di affidarle direttamente alla Polizia Giudiziaria’.
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Vorrei capire quanto sarebbe stato possibile se la Polizia Giudiziaria non avesse avuto l'ombrello protettivo del Pubblico Ministero, portare avanti determinate indagini, come quelle sul G8, quelle sulle collusioni anche mafiose di grossi e importanti funzionari dei servizi o della polizia. Ma più semplicemente l'indagine su Rogoredo”. Questa riforma, ha ribadito il magistrato palermitano, “sarebbe l'ulteriore suggello: ‘Pubblico Ministero, tu fatti l'avvocato dell'accusa, per quanto riguarda le indagini ci pensiamo noi, esecutivo’”. E’ questa la posta in gioco, ha sottolineato Di Matteo. “E loro dedicano questa riforma a Silvio Berlusconi. E fingono di dimenticare che una sentenza definitiva attesta che da imprenditore per almeno 20 anni ha stipulato per il tramite di Marcello Dell'Utri un patto reciprocamente rispettato con le famiglie mafiose più importanti palermitane, che ha comportato anche la dazione di centinaia di milioni delle vecchie lire ogni anno in favore di Cosa Nostra”. Non solo la paternità, indecente della riforma, il magistrato ha denunciato anche l’inefficacia della stessa per ciò che concerne i veri problemi della giustizia in Italia. “Questa è una riforma che non incide minimamente sui veri problemi della giustizia, che sono la lentezza dei processi, sono i problemi legati all'esigenza di certezza della pena, alle garanzie di indagati e imputati, al diritto alla verità delle vittime dei reati e di tutti i cittadini, all'inadeguatezza di un sistema carcerario in cui le nostre strutture carcerarie oltre a essere invivibili per i detenuti, stanno diventando delle vere e proprie agenzie del crimine in cui si realizzano all'interno e vengono pianificate per l'esterno azioni criminali. Non c'è nulla di tutto questo, non c'entra nulla questa riforma con una asserita aspirazione a rendere la giustizia migliore”. Per questo, ha commentato, non si tratta di una riforma della giustizia, “ma di una riforma della magistratura”. “E’ una riforma contro l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, e quindi è una riforma contro i cittadini, che nell'autonomia e nell'indipendenza della magistratura devono trovare lo scudo rispetto a qualsiasi abuso del potere. Ed è il momento - ha concluso - di una vera e propria resistenza costituzionale, della difesa dei principi fondamentali della nostra Carta Costituzionale. Non ci possiamo più sottrarre a questo obbligo di resistere in nome della nostra Costituzione”.
Li Gotti smaschera il governo
A seguire ha preso parola l’autore del libro Luigi Li Gotti, che in un intervento appassionato, ha criticato duramente la riforma della giustizia oggetto del referendum, sostenendo che presenti gravi incoerenze costituzionali e rischi per l’equilibrio dei poteri. Nel suo discorso l’avvocato ha richiamato anche un episodio del 2020, durante la pandemia, quando il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede intervenne per far rientrare in carcere alcuni boss mafiosi che erano stati scarcerati per motivi sanitari. Secondo Li Gotti, in quell’occasione alcune figure della destra - tra cui Giusi Bartolozzi - criticarono duramente la decisione del ministro, sostenendo che i capi mafia dovessero essere curati fuori dal carcere, un episodio che l’avvocato ha citato per evidenziare quelle che considera contraddizioni nelle posizioni di parte della classe politica sul tema della giustizia. Entrando nel merito della riforma, Li Gotti sostiene che l’introduzione della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, prevista dalla modifica dell’articolo 104 della Costituzione, non sia stata accompagnata da un adeguamento dell’articolo 101, che stabilisce che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. A suo giudizio si tratta di un errore grave: “Non è possibile che si siano dimenticati di modificare l’articolo 101", ha affermato, perché così “hanno lasciato non una porta aperta, ma la porta spalancata", dato che il principio della sottoposizione alla legge resterebbe esplicitamente riferito solo ai giudici e non anche ai pubblici ministeri. Questa incongruenza, secondo l’avvocato, potrebbe generare un conflitto tra norme costituzionali e creare ambiguità sul ruolo e sulle garanzie dei PM.
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Li Gotti critica inoltre l’istituzione della nuova Alta Corte disciplinare per i magistrati, prevista dalla riforma, ritenendo che la sua composizione e soprattutto il sistema delle impugnazioni non siano definiti in modo chiaro. Con tono ironico osserva che il testo sembra non chiarire chi debba giudicare in appello le decisioni della stessa Corte: “E’ come se io aprissi la porta per fare l’impugnazione e dentro non ci fosse nessuno: si sono dimenticati di scrivere gli altri giudici”. Anche l’introduzione del sorteggio per la scelta di alcuni membri degli organi disciplinari viene fortemente contestata: secondo Li Gotti, la Costituzione dovrebbe prevedere meccanismi di selezione basati sull’elezione e sulla responsabilità istituzionale, non sulla casualità. “Oggi si parla di elezione, di eletti”, afferma, “qui invece diventano sorteggiati”, un sistema che a suo avviso rischia di abbassare il livello di autorevolezza delle istituzioni. Un altro punto centrale della critica riguarda la separazione delle carriere, che comporterebbe concorsi distinti sin dall’ingresso in magistratura. Attualmente, ha ricordato Li Gotti, esiste un unico concorso e una formazione comune che permette ai magistrati di condividere la stessa cultura della giurisdizione; con la riforma, invece, chi entra in magistratura dovrebbe scegliere fin dall’inizio se diventare giudice o pubblico ministero. Questo, secondo l’avvocato, creerebbe percorsi professionali e culturali completamente separati e rischierebbe di trasformare il PM in una figura sempre più simile a un “avvocato dell’accusa”, perdendo quella visione imparziale che deriva dalla formazione comune con i giudici. L’avvocato esprime inoltre preoccupazione per il rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria. Pur ricordando che carabinieri, polizia e guardia di finanza dipendono già dai rispettivi ministeri e quindi dall’esecutivo, teme che ulteriori modifiche possano aumentare l’influenza del potere politico sulle indagini. Infine contesta l’argomento politico secondo cui la riforma renderebbe la giustizia più efficiente. A questo proposito critica le dichiarazioni del governo guidato da Giorgia Meloni, sostenendo che “dire che questa riforma renderà la giustizia più efficiente non c’entra niente con il funzionamento reale dei tribunali”. Secondo Li Gotti, infatti, la rapidità e l’efficacia dei processi dipendono soprattutto da fattori strutturali - come il numero di magistrati, il personale amministrativo e le risorse disponibili - e non dalla separazione delle carriere. Per questo, ha concluso, la riforma rischia di produrre “un disastro nel sistema” senza risolvere i veri problemi della giustizia italiana.
Gli eredi del fascismo ostili alla Costituzione
Quindi è stato il turno del senatore Scarpinato il quale ha affermato senza mezzi termini che “da quando si è insediato il governo Meloni, siamo usciti fuori dalla fisiologia della dialettica del conflitto politico, precipitando giorno dopo giorno in una involuzione autoritaria dell'esercizio del potere”. Questo, ha aggiunto, “è un tempo di violenza, di prepotenza, di mafiosizzazione dell'esercizio del potere” ricordando che “le forze politiche che oggi sono al potere, sono eredi di forze politiche che mai hanno accettato e condiviso la Costituzione del 1948, sono eredi di forze politiche che questa Costituzione l'hanno sempre vissuta come un corpo estraneo imposto dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale e dai protagonisti della lotta della Resistenza al fascismo”.
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Non solo. “Sono eredi di forze politiche che sin dall'inizio della storia repubblicana hanno fatto di tutto e di più per svuotare questa Costituzione, per sabotarla, per ridurla a un libro dei sogni, e che in alcune fasi critiche hanno tentato di sovvertirla in modo violento, contribuendo in vari modi alla strategia della tensione, a progetti di colpi di Stato, a omicidi politici chirurgici, a stragi eseguite da neofascisti e dai mafiosi, coperti da apparati di potere statali che li hanno protetto e hanno depistato in vari modi le indagini per impedire che si accertasse la verità”. L’ex magistrato ha ricordato che la storia della Prima Repubblica è stata tenuta a battesimo da una strage politico-mafiosa, quella del 1° maggio del 1947 di Portella della Ginestra, e “non a caso si è conclusa nel sangue con le stragi politico-mafiose del 1992 e del 1993”, tutte poi caratterizzate da depistaggi e “dalla soppressione degli esecutori materiali che si erano rivelati inaffidabili e che rischiavano di fare il nome dei mandanti politici”. Da quelle bombe, ha aggiunto, è “nato un nuovo ordine politico nel quale stiamo vivendo oggi”. “Un potere assassino che si riproduce nel tempo arriva sino ai nostri giorni. Le stragi non sono storie del passato, non sono vicende di un passato ormai lontano archiviato alla storia. Le stragi sono ancora tra noi. E proprio perché i segreti che si celano dietro le stragi del '92 e '93 sono attuali, e proprio perché dietro i mandanti eccellenti di quelle stragi, dietro i depistaggi che hanno impedito di accertare certa verità. Si celano segreti scottanti che, se fossero rivelati, potrebbero scuotere dalle fondamenta il sistema di potere attuale. Intorno a questi segreti è in corso una lotta politica dietro le quinte. L'attualità, la rilevanza di questi segreti spiega l'ostilità del mondo del potere nei confronti dei magistrati che non si sono limitati a fare le indagini sulle stragi nei confronti della mafia militare, del Totò Riina, di Bernardo Provenzano, di Matteo Messina Denaro, ma che hanno tentato di indagare anche sui livelli superiori degli esecutori. E tutti in un modo o in un altro sono stati penalizzati. Chi ha subito procedimenti disciplinari, chi è stato estromesso dalle indagini, chi è stato emarginato all'interno del proprio ufficio. Tutti sono stati oggetto di campagne di delegittimazione mediatica da parte di media vicini agli ambienti del potere. I segreti scottanti che si celano dietro le stragi del '92 e '93 spiegano anche perché la maggioranza di governo ha praticamente sequestrato la Commissione Parlamentare Antimafia di questa legislatura, che ha vietato in modo radicale qualsiasi possibile indagine conoscitiva sui mandanti delle stragi. Sui depistaggi, sulla partecipazione di soggetti esterni alle stragi del '92 e del '93”. Del resto lo stesso libro “Stragi d’Italia” presenta un appendice in cui si fa riferimento a una memoria di 57 pagine che Scarpinato aveva depositato in Commissione Parlamentare Antimafia sui buchi neri delle stragi del '92 e del '93, specificando chi doveva essere sentito, indicando i documenti, alcuni dei quali inediti, che si dovevano acquisire. “Il risultato è stato che nessun test è stato sentito, nessun documento è stato acquisito, e da quel momento è iniziata una guerra personale della maggioranza di questa commissione nei confronti miei è di Federico Cafiero de Raho”. Attacchi, dunque, verso chi cerca la verità che siano parlamentari o magistrati. “Ecco perché il 22 e il 23 marzo dovremmo decidere in quale paese vogliamo vivere. Perché purtroppo l'Italia non è un paese normale, è il paese delle stragi, è il paese dove personaggi che sono stati portati al vertice dello Stato dopo essere stati condannati perché collusi con la mafia vengono considerati vittime della giustizia e portati in palma di mano. È il paese della corruzione, è il paese di una mala politica che vive di voto di scambio, di clientele, di conflitti di interesse, di abuso di potere. Il voto di una politica ridotta a cinghia di trasmissione di interessi di potenti lobby bancarie, dell'industria delle armi, di comitati di affari, di gruppi di pressione tutti impegnati nel salto alla diligenza del denaro pubblico, nella corsa all'oro della privatizzazione a fini di profitto di servizi della sanità, dei trasporti, della scuola. In un paese così non possiamo permetterci di fare un salto nel vuoto cambiando questa Costituzione, una Costituzione che ha garantito alla magistratura italiana di essere uno dei pochi anticorpi che ha funzionato contro l'alleanza micidiale tra potere e crimine, e contro la diffusione molecolare di questi mali: le mafie dei colletti bianchi, la corruzione, la mala politica”. Scarpinato ha concluso invitando i presenti a votare No. “Un No che è come una bandiera sotto la quale tutti gli italiani che si riconoscono in questa Costituzione, in questa democrazia, devono riunirsi per non consegnare questo paese ai nemici delle democrazie, alla mafia militare, alla mafia dei colletti bianchi, ai corrotti, alla malapolitica. Tutti insieme per salvare questo nostro povero paese”.
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Quella Costituzione tradita per il ritorno all’autocrazia
Che il 22 e il 23 marzo saranno una data storica, determinante per l’Italia del domani, ne è convinto anche Saverio Lodato. “Tra qualche giorno, 80 anni dopo, gli italiani sono chiamati ad esprimersi sul referendum. Monarchia-repubblica per la seconda volta”, ha detto l’autore del libro. “Sono chiamati a votare per un referendum sulla Repubblica italiana o sull'autocrazia, che comunque è parente della monarchia di 80 anni fa. La domanda - ha affermato il giornalista - è se gli italiani si ricordano ancora di questa Costituzione che noi abbiamo avuto in questi 80 anni. Questa è la partita in gioco. all'indomani del voto di quel referendum, noi capiremo se l'Italia per i prossimi 30 anni sarà definitivamente fascista o non lo sarà più”. Questo referendum, ha detto poi Salvatore Borsellino in un’intervista rilasciata ad ANTIMAFIADuemila e proiettata a teatro, “è contro un attacco determinato alla Costituzione per scardinarne quelli che sono i principi fondamentali dell'equilibrio e dell'indipendenza dei poteri. E se dovesse passare il Sì, questo sarà il primo passo per passare poi a un premierato, eccetera”. Il fratello del giudice Paolo Borsellino ha raccontato di essersi esposto contro questa riforma “perché non tollero che si possano utilizzare già le parole di Giovanni Falcone enucleandole al contesto in cui sono state pronunciate e non tenendo conto che si trattava di altro”. Falcone, ha ricordato, “parlava di separazione delle funzioni, non di separazione della carriera e soprattutto non parlava di scissione del CSM e ancora di più dell'istituzione di un’Alta Corte che sarebbe sotto il controllo della politica”. Stesso discorso vale “per quanto riguarda mio fratello, io ho tirato fuori da un libro in cui sono riportati tutti i suoi discorsi, un chiaro appello all'indipendenza della magistratura, già fatto anni fa, quindi non potrebbe in questa occasione che ripetere questo appello. Mio fratello su quella Costituzione ha giurato, per quella Costituzione ha sacrificato la vita, e quindi questa istituzione non può essere toccata. Sarebbe un ulteriore uccidere un'altra volta mio fratello”.
Berlusconi e Gelli: “Genitore 1” e “Genitore 2” della riforma
Della riforma ha poi parlato l’ex parlamentare Giulia Sarti, secondo la quale la riforma si inserisce in un progetto politico più ampio che affonda le sue radici in precedenti tentativi di modifica dell’assetto costituzionale. Con una formula provocatoria, Sarti afferma che “ormai abbiamo capito bene chi sono i veri padri di questa riforma: ‘Genitore uno’ Licio Gelli, ‘Genitore due ‘Silvio Berlusconi’, richiamando così sia il progetto politico attribuito alla loggia P2 sia alcune riforme promosse durante i governi guidati dall’ex leader di Forza Italia". Ricordando quegli anni, Sarti ha osservato che i tentativi di modificare gli equilibri istituzionali erano “alla luce del sole”, citando come esempio il Lodo Schifani e il Lodo Alfano, entrambi poi dichiarati incostituzionali dalla Corte costituzionale. A suo avviso, dopo quei fallimenti la strategia sarebbe cambiata: "Hanno capito che il modo migliore per arrivare ai loro obiettivi è usare una sorta di manovra a tenaglia”. Secondo Sarti questa strategia si svilupperebbe su più fronti: da un lato il controllo o l’influenza sugli organi di informazione, dall’altro una progressiva delegittimazione della magistratura e la riduzione degli strumenti a disposizione dei magistrati, come dimostrerebbero - secondo l’ex parlamentare - l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, la riduzione della durata delle intercettazioni e alcune modifiche al ruolo della Corte dei Conti. Uno degli aspetti che Sarti considera più critici della riforma riguarda l’istituzione della nuova Alta Corte disciplinare per i magistrati. A suo giudizio il problema principale è il sistema delle impugnazioni: “Qualsiasi cittadino di questo Paese può fare appello e poi ricorrere in Cassazione; qui invece i magistrati sanzionati dall’Alta Corte non potranno andare in Cassazione ma dovranno rivolgersi di nuovo alla stessa Corte, con un’altra composizione”. Un meccanismo che, secondo l’ex parlamentare, rischierebbe di esercitare una pressione sulla magistratura: “Questa si chiama intimidazione”. Sarti conclude sottolineando l’importanza della partecipazione democratica e del voto: “La Costituzione non si difende da sola, ha bisogno delle nostre azioni quotidiane”, invitando quindi i cittadini a esprimersi nel referendum “con un sonoro No”.
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Foto © Paolo Bassani
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