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L’America non cerca un cambio di regime a Teheran. Cerca un Badoglio. Un volto presentabile che firmi la resa incondizionata dell’Iran e la consegni ai fotografi della Casa Bianca, possibilmente con stretta di mano sulla portaerei. Non importa chi sia, purché ubbidisca. La dottrina è antica quanto brutale: mentre i popoli soccombono, si cambiano semplicemente le firme in calce ai trattati. Ma mentre Washington cerca il suo fantoccio persiano (se l’ha trovato lo vedremo prossimamente) Donald Trump sta cambiando il regime americano. E lo sta facendo con una radicalità che nessun analista serio può più minimizzare.

La monarchia terapeutica

Il Congresso è stato ridotto a un organo consultivo. La Corte Suprema viene aggirata o ignorata. Il governo oscilla fra opportunisti navigati come Marco Rubio, che declina la guerra in termini da manuale neocon mascherandola da missione civilizzatrice; lealisti infiammati come Pete Hegseth, che ha trasformato il Pentagono in una sala di preghiera; e figure ambiguamente silenziose come J.D. Vance, la cui lealtà è tanto più sospetta quanto meno dichiarata. Trump si vuole sciolto dalla Costituzione. Risponde, dice, alla propria moralità e al proprio spirito. Siamo davanti a un modello inedito nella storia americana: il presidente-re teocratico, un sovrano che non si limita a invocare Dio come formula retorica – come facevano i suoi predecessori – ma che si presenta come strumento diretto della volontà divina. E poiché siamo in America, paese fondato sulla religione di sé stesso, la rivoluzione trumpiana non ha bisogno di giustificazioni esterne. Si autoproclama in missione celeste. Lo confermano i predicatori evangelici che il 5 marzo hanno imposto le mani su Trump nello Studio Ovale, pregando per il successo della guerra contro l’Iran, in una scena diffusa con orgoglio dall’account ufficiale della Casa Bianca.

Il catechismo da crociata

I numeri parlano da soli. La Military Religious Freedom Foundation – organizzazione fondata dall’ex ufficiale dell’Air Force, Mikey Weinstein – ha ricevuto oltre duecento denunce da più di cinquanta installazioni militari, in ogni ramo delle forze armate, nel giro di cinque giorni dall’inizio delle operazioni contro l’Iran. Le testimonianze sono agghiaccianti.
Un sottufficiale ha messo per iscritto la denuncia. Il suo comandante, durante il rapporto sulla prontezza al combattimento, ha esortato i presenti a non temere gli eventi bellici in corso, presentandoli come parte di un disegno divino. Ha fatto riferimento esplicito all’Apocalisse di Giovanni, all’Armageddon e all’imminente ritorno di Gesù Cristo. Ha concluso dichiarando che Trump è stato “unto da Gesù per accendere in Iran il marchio di fuoco che provocherà l’Armageddon e segnerà il suo ritorno sulla Terra”.
Non si tratta di un caso isolato. Il 6 marzo, trenta deputati democratici hanno scritto all’ispettore generale del Dipartimento della Difesa chiedendo un’indagine formale. La lettera è esplicita: i comandanti militari presentano le operazioni in Iran come il compimento di profezie bibliche, violando le direttive del Dipartimento sulla neutralità religiosa e l’abuso dell’autorità di comando. I parlamentari hanno chiesto di verificare se la retorica escatologica di Hegseth si sia diffusa lungo la catena di comando, contaminando le comunicazioni operative.
E la catena di comando, in effetti, è satura. Il senatore Lindsey Graham ha dichiarato pubblicamente che quella in corso è una “guerra religiosa” destinata a determinare il corso del Medio Oriente “per mille anni”. Lo speaker della Camera Mike Johnson ha definito la fede iraniana una “religione fuorviata”. Rubio ha parlato di “fanatici religiosi lunatici” al potere a Teheran. Hegseth ha liquidato l’Iran come un regime ossessionato da “deliri profetici islamici”. L’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee ha evocato il diritto biblico di Israele a controllare gran parte del Medio Oriente. Lo specchio di Trump non lo ha avvertito dell’ironia letale: denuncia la “teocrazia iraniana” mentre costruisce una teocrazia evangelicale a Washington. E a Teheran, a comandare non sono i teologi imamiti ma i pasdaran – il corpo dei Guardiani della Rivoluzione, un’istituzione militare-industriale molto più pragmatica di quanto la propaganda americana voglia ammettere.


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Mike Huckabee © Imagoeconomica
 

La nazionalizzazione di Gesù Cristo

Assistiamo a qualcosa che non ha precedenti nella storia americana recente: la nazionalizzazione esplicita del cristianesimo evangelico come dottrina di Stato e fondamento dell’azione militare. George W. Bush scivolò sulla parola “crociata” nel 2001 e la Casa Bianca si affrettò a correggerlo. Oggi la crociata è il programma ufficiale. Hegseth ha istituzionalizzato le sessioni di preghiera mensili al Pentagono. Ha invitato al suo interno Doug Wilson, un pastore che si è fatto notare per le posizioni contro il diritto di voto delle donne e a favore di una teocrazia cristiana dichiarata. Ha partecipato personalmente a studi biblici settimanali alla Casa Bianca, guidati da un predicatore convinto che Dio imponga all’America il sostegno incondizionato a Israele. La convergenza escatologica con l’ultradestra israeliana è perfetta. Netanyahu invoca Amalek – la stirpe biblica che Dio ordina di annientare, ogni uomo, donna, bambino e animale – per giustificare le operazioni militari in Iran, esattamente come ha fatto con Gaza. Trump è il braccio armato della profezia. Insieme formano l’alleanza da Dio benedetta. Ma con una contraddizione che lo specchio non mostra: molti fra gli evangelici americani che sostengono Israele con fervore apocalittico sono antisemiti convinti. Il sionismo cristiano non nasce dall’amore per gli ebrei, ma dalla necessità teologica del ritorno degli ebrei in Terra Santa come precondizione per l’Armageddon e la seconda venuta di Cristo. Dopo di che, nella visione evangelica, gli ebrei che non si convertiranno saranno dannati. Un dettaglio che Netanyahu conosce perfettamente e sceglie di ignorare.

Due sionismi, due Messia, un solo Grande Israele

Per comprendere l’architettura profonda dell’alleanza Washington-Gerusalemme è necessario smontare un equivoco fondamentale: i sionisti cristiani non sono cristiani nel senso storico del termine. Sono una cosa nuova, un ibrido teologico-politico che ha piegato il cristianesimo evangelico americano a una funzione geopolitica precisa. E la loro alleanza con il sionismo religioso israeliano è costruita su un malinteso consapevole — una convergenza tattica fra due escatologie che si escludono a vicenda. Il sionismo cristiano nasce da una lettura letterale dell’Apocalisse di Giovanni, del profeta Ezechiele e della Genesi. La sequenza profetica è rigida: gli ebrei devono tornare in Terra Santa, ricostituire lo Stato di Israele nei confini biblici massimi — dal Nilo all’Eufrate, il Grande Israele della promessa abramitica — e ricostruire il Terzo Tempio sul Monte del Tempio, dove oggi sorge la Spianata delle Moschee con la Cupola della Roccia. Solo allora si compirà la battaglia di Armageddon e Cristo tornerà sulla Terra per la seconda volta. Gli evangelici attendono dunque il secondo Cristo — il ritorno glorioso del Messia già venuto e crocifisso duemila anni fa. Israele è lo strumento necessario della profezia, non il fine. Gli ebrei sono le comparse indispensabili di un dramma cristiano. Ed è qui che si apre l’abisso teologico. Per l’ebraismo, Gesù di Nazareth non è il Messia. Non lo è mai stato. Il Messia ebraico non è ancora arrivato — è atteso per la prima volta. L’ultradestra religiosa israeliana — quella di Smotrich e Ben Gvir, dei coloni e dei rabbini messianisti che oggi condizionano il governo Netanyahu — condivide con gli evangelici americani l’ossessione per il Grande Israele e per il Terzo Tempio. Ma per ragioni opposte: la ricostruzione del Tempio e il ripristino dei confini biblici sono le precondizioni per l’arrivo del primo Messia, quello che il cristianesimo pretende di aver già identificato e che l’ebraismo rifiuta da venti secoli.
Le due traiettorie convergono su un punto — il Grande Israele, la distruzione della Moschea di Al-Aqsa, la guerra come compimento profetico — e divergono su tutto il resto. Per i sionisti cristiani, il finale prevede la conversione degli ebrei o la loro dannazione eterna. Per i sionisti religiosi israeliani, quel finale semplicemente non esiste: il Cristo degli evangelici è un falso profeta.
Netanyahu lo sa. Lo sanno tutti i vertici israeliani che accettano con pragmatismo cinico il sostegno dei sessanta-settanta milioni di evangelici americani, il loro peso elettorale, i miliardi di dollari in aiuti militari, i voti blindati al Congresso. La resa dei conti teologica è rinviata alla fine dei tempi — e nel frattempo si incassano basi, armi e copertura diplomatica. È il più grande equivoco strategico della storia moderna delle religioni: un’alleanza fra due messianismi che, se portati alla loro conclusione logica, si annienterebbero a vicenda. C’è poi un terzo fantasma: il sionismo laico originario, quello di Herzl, di Ben-Gurion, del kibbutz e della bonifica del deserto. Un progetto nazionalista e coloniale, non religioso. Herzl non pregava per il Terzo Tempio — voleva uno Stato-rifugio per gli ebrei perseguitati d’Europa, e valutò persino l’Uganda come alternativa alla Palestina. Quel sionismo è stato progressivamente divorato dall’ascesa dell’ultradestra religiosa che oggi detta la linea del governo israeliano. Smotrich e Ben Gvir non sono gli eredi di Herzl: sono la sua negazione. Per loro il Grande Israele non è negoziabile perché non è una questione politica — è una questione divina. Ed è questa convergenza escatologica — due messianismi incompatibili uniti dall’urgenza della guerra — a rendere l’attuale crisi qualitativamente diversa da ogni precedente conflitto mediorientale. Non siamo di fronte a un calcolo geopolitico classico, per quanto cinico. Siamo di fronte a due teologie che usano la geopolitica come strumento profetico. E quando la profezia guida la strategia, il compromesso diventa eresia. Proclamare “Dio è con noi” rivela il grado di assimilazione fra vertici americani e israeliani. In guerra per Nostro Signore contro il Diavolo — che si chiami Amalek nella Bibbia ebraica o l’Anticristo nell’Apocalisse cristiana. Due nomi per lo stesso nemico: l’Iran, i persiani, il mondo islamico. E dietro di loro, per chi sa leggere la mappa, chiunque si opponga al Grande Israele e all’egemonia americana che lo garantisce.

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Il Pentagono sconsigliava, Trump attaccava

Intanto emergono i frammenti di un’altra verità. I media americani diffondono stralci del rapporto con cui il Pentagono aveva sconsigliato l’attacco all’Iran. L’intelligence militare aveva valutato i rischi di un’escalation incontrollabile, le vulnerabilità logistiche nello Stretto di Hormuz, l’inadeguatezza di una campagna aerea senza obiettivi strategici definiti. Trump ha ignorato tutto. Gli Stati Uniti vivono il cambio di stagione all’insegna del principio di contraddizione: il sì annuncia il no e viceversa. La non-strategia a stelle e strisce ha avuto i suoi anni di fulgore quando la strapotenza poteva permettersi di sbagliare tutto prima di azzeccare la mossa giusta. Ma quel tempo è scaduto. Non si può dominare il mondo guardandosi allo specchio senza affacciarsi alla finestra. E se ti credi inviato del Supremo non puoi fare altrimenti, perché cadresti in terrene tentazioni.

I fantasmi di Epstein: il cadavere nell’armadio della Casa Bianca

Ed è qui che entra in scena il fantasma più scomodo dell’America trumpiana: Jeffrey Epstein.
Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato oltre tre milioni di pagine di documenti, duemila video e centottantamila immagini nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act, firmato dallo stesso Trump nel novembre 2025. Il totale dei documenti rilasciati ammonta a circa tre milioni e mezzo di pagine. Il nome di Trump compare oltre tremila volte.
La Casa Bianca ha proclamato che i file lo “assolvono”. La realtà è più complicata.
Il 6 marzo – proprio mentre le bombe americane cadevano sull’Iran – il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato sedici pagine aggiuntive che erano state “erroneamente classificate come duplicati”. Si trattava di tre memorandum dell’FBI risalenti al 2019, contenenti le trascrizioni di interviste con una donna che accusava sia Epstein sia Trump di abusi sessuali subiti quando aveva tra i tredici e i quindici anni. Secondo i suoi racconti, Epstein la portò in un edificio a New York o nel New Jersey, dove la presentò a Trump. Le accuse sono dettagliate e gravi, sebbene rimangano non corroborate. Il quarto colloquio con l’FBI fu più breve: la donna chiese agli agenti quale fosse il senso di parlare, visto che il termine di prescrizione era probabilmente scaduto.
L’aspetto politicamente esplosivo non è solo il contenuto delle accuse, ma la dinamica del loro occultamento e rilascio. Un’indagine di NPR ha scoperto che decine di documenti risultavano mancanti dal database pubblico. Il deputato democratico Robert Garcia ha accusato il Dipartimento di Giustizia di proteggere illegalmente il presidente. Ancora oggi, almeno trentasette pagine restano introvabili. Gli avvocati delle vittime hanno denunciato errori di redazione massicci: almeno quarantatré nomi completi di vittime sono stati esposti, comprese oltre due dozzine di minorenni al momento degli abusi. Il Wall Street Journal ha documentato indirizzi di casa visibili nelle ricerche per parole chiave. Il rilascio del 30 gennaio è stato definito dagli avvocati delle vittime come “la più grave violazione della privacy delle vittime in un singolo giorno nella storia degli Stati Uniti”.
La portata internazionale è significativa. Le conseguenze politiche dei file hanno già prodotto indagini penali in tre casi: l’ex primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland, incriminato per corruzione aggravata; il principe Andrew; e il politico britannico Peter Mandelson, i cui scambi di email con Epstein suggeriscono la condivisione di informazioni sensibili del governo britannico. Esperti delle Nazioni Unite hanno definito i file come “prove credibili di abuso sistematico su larga scala, tratta e sfruttamento di donne e ragazze” che potrebbero configurare schiavitù sessuale, sparizione forzata, tortura e femminicidio.


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La guerra come diversivo?

Il tempismo è tutto, in politica. Il deputato repubblicano Thomas Massie – lo stesso che aveva spinto per l’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act – ha scritto su X il giorno dopo l’inizio dei bombardamenti sull’Iran: “Bombardare un paese dall’altra parte del globo non farà sparire i file di Epstein.” La coincidenza temporale è difficile da ignorare. I file più imbarazzanti per Trump – quelli con le accuse di abuso su minore – sono stati pubblicati esattamente mentre l’attenzione mediatica mondiale era concentrata sull’Iran. Un giornalista del The Hill ha definito i file Epstein “l’albatros politico appeso al collo di Trump”, paragonandoli alla controversia sulle email di Hillary Clinton per il potenziale distruttivo sulla credibilità del presidente. Ma l’America è il paese che ha elevato la distrazione di massa a forma d’arte governativa. E una guerra – soprattutto una guerra santa – è il diversivo perfetto. Se Dio ti ha scelto come profeta armato, chi oserebbe chiederti conto dei tuoi rapporti con un pedofilo morto in circostanze mai chiarite?

Profeti senza vocazione al martirio

E tuttavia, quale che sia l’esito bellico della crociata, resta un dato fondamentale: le biografie dei due condottieri – Trump e Netanyahu – escludono la vocazione al martirio, almeno al martirio proprio. Entrambi hanno costruito carriere sull’arte del rilancio e della ritirata mascherata da vittoria. Il linguaggio è escatologico, ma gli uomini che lo pronunciano sono profondamente terreni: un costruttore di casinò e un politico sotto processo. Nessuno dei due ha il profilo del martire — semmai quello del venditore che alza il prezzo sapendo di dover chiudere l’affare. Non stupirebbe vederli virare d’improvviso dalla guerra fine-del-mondo al prosaico pragmatismo. Al compromesso con la realtà che potrebbe spingerli a una tregua sporca mascherata da vittoria totale e definitiva, come già dopo la campagna di Gaza. Dopotutto, il Grande Israele dal Nilo all’Eufrate resta un’utopia anche per i più fanatici fra i coloni: trasformare la profezia in linea di confine richiederebbe la conquista militare di mezzo Medio Oriente. E nemmeno i sessanta milioni di evangelici americani basterebbero a guarnire quel fronte. Ma il problema dei messianismi strumentali è che a volte lo strumento sfugge di mano. Quando hai detto ai tuoi comandanti che la guerra è il piano divino di Dio, non puoi fermarti senza ammettere che Dio ha cambiato idea. Quando hai convinto settanta milioni di evangelici che l’Armageddon è in corso, non puoi annunciare un cessate il fuoco senza sembrare un falso profeta. E quando hai fondato un’alleanza su due escatologie incompatibili, il primo a raggiungere il compromesso tradirà l’altro — e il proprio Dio.
Se la spirale escatologica dovesse continuare fino alle sue conseguenze logiche, allora gli apocalittici avranno avuto ragione. Postuma.
Nel frattempo, i file di Epstein giacciono sul tavolo come il cadavere al banchetto. La guerra in Iran rimbomba come il tuono che dovrebbe coprirne l’odore. E l’America, prigioniera del suo specchio, non si accorge che la finestra è aperta. E che il mondo la guarda.

Elaborazione grafica di copertina by Paolo Bassani. Realizzata con supporto IA

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