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Il magistrato e il giornalista Ranucci alla presentazione del libro “Il ritorno della casta”

Chi vota sì non è mafioso, ma sulla base dell'esperienza e sulla base di questa considerazione, poiché i metodi usati dai riformatori sono stati preceduti e accompagnati da una sistematica denigrazione della magistratura, vi dico che ritengo che i mafiosi voteranno sì”. Sono state queste le parole del sostituto procuratore nazionale antimafia e già consigliere togato al Csm Nino Di Matteo, intervenuto ieri alla presentazione del libro “Il ritorno della casta. Assalto alla giustizia” (ed. Bompiani), scritto dal giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci.
L'evento si è tenuto al Teatro dei Servi di Roma ed è stato moderato dal giornalista Andrea Vianello.





Questa, ha spiegato il magistrato, “è una riforma molto pericolosa. E non lo è per noi magistrati, non lo è nemmeno per noi pubblici ministeri”, ma “per i cittadini”, perché trasformerà il “pubblico ministero in un magistrato che avrà sempre più nel tempo una mentalità diversa rispetto a quella del giudice”: cioè diventerà un accusatore puro, “un avvocato dell'accusa, un avamposto della polizia nel processo” che non “si è formato secondo quei canoni di imparzialità che caratterizzano tutti i magistrati”. Inoltre “i fautori di questa riforma, i fautori del sì, hanno condotto le loro campagne sulla base di vere e proprie mistificazioni. Una è quella che si tratterebbe di una riforma della giustizia. Un'altra, a proposito della separazione delle carriere, è quella per cui i giudici sarebbero appiattiti sulle richieste dei pubblici ministeri”, mentre “le statistiche dimostrano tutt'altro”. E poi, ha continuato Di Matteo, “in tutti i paesi in cui vige la separazione delle carriere, dall'Olanda alla Spagna, dall'Austria al Portogallo, alla Germania, è prevista una forma di controllo da parte del Ministero della Giustizia sulle attività delle procure. E questo costituisce un grave pericolo per lo sbilanciamento di quel sistema di pesi e contrappesi su cui si fonda la nostra Costituzione secondo il principio della separazione dei poteri”. Nel libro, ha spiegato Sigfrido Ranucci, sono state messe insieme “tutte le leggi, tutti gli atteggiamenti, tutti gli scontri che la politica ha avuto dal '92 in poi a oggi”, ricostruendo un disegno di “attacco alla magistratura e al giornalismo”, come ad esempio le leggi che sono state fatte “con il primo governo Berlusconi”. Al tempo accadde un episodio emblematico, cioè quando “lo stesso Berlusconi voleva portare come Ministro della Giustizia” il suo avvocato, Cesare Previti, e "avevano già pianificato dall'epoca la separazione delle carriere, ma come atto diciamo punitivo”. L'obiettivo è chiaro: “La casta vuole evitare che, o dal punto di vista giudiziario o dal punto di vista dell'informazione, emerga la verità di un fatto. Perché questo è quello che dà più fastidio, sia esso che riguardi una trattativa tra lo Stato e la mafia, che riguardi un inquinamento, che riguardi una corruzione. Cioè, non bisogna disturbare il manovratore”.




Ma per realizzare questo è stata necessaria, come ha spiegato il magistrato, “un'offensiva sistematica molto ben organizzata di una parte consistente e trasversale della politica, qualche volta coadiuvata anche da una parte della magistratura” contro un'altra parte della “magistratura, per fortuna consistente, che ha preteso di esercitare il controllo di legalità sull'esercizio del potere a 360 gradi. Questa è stata l'offensiva organizzata, sistematica, di cui questo referendum costituisce un suggello, un momento importante e, come hanno annunciato, non definitivo, perché poi hanno già annunciato, soprattutto nel caso di vittoria del sì, una serie di altre riforme che vanno tutte in una direzione”. Una delle prime è stata, come ha ricordato Ranucci, “la riforma Castelli e poi ripresa da Mastella”, con la quale è stato dato il potere ai procuratori della Repubblica di “avocare a sé delle inchieste delicate, importanti. Questa è stata già una delle prime grandi limitazioni dell'intervento sulla magistratura”. Poi sono venute le grandi riforme come quella Cartabia, in cui si è previsto che il Parlamento può “indicare annualmente alle procure i criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale”, ha detto Di Matteo, cioè dire alle procure quali reati perseguire per prima. “Ancora, sempre con la Cartabia: limitazione della possibilità per un magistrato di spiegare e di diffondere quelle che sono le acquisizioni, le notizie, ovviamente non più coperte dal segreto. Può parlare solo il procuratore capo, può parlare soltanto attraverso la forma della conferenza, del comunicato stampa, quindi in momenti particolari. Per cui delle stragi, dei processi per le stragi, non può parlare o spiegare nulla il magistrato che conduce quelle indagini, ma magari possono parlare, come è giusto che sia, i figli di Riina o di Provenzano. Poi Nordio: abrogazione dell'abuso d'ufficio. Sterilizzazione completa del reato di traffico di influenze, limiti di durata alle intercettazioni, limiti di utilizzabilità delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli in cui erano stati quegli ascolti originariamente autorizzati, ed ancora interrogatorio preventivo rispetto a ogni ipotesi di esecuzione di ordinanze di custodia cautelare in carcere”.




L'ultima casella di questo mosaico sarebbe quella indicata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: togliere “Al Pubblico Ministero la conduzione, il coordinamento, la guida delle indagini per affidarla alla Polizia Giudiziaria. Questo, capite bene, comporterebbe nuovamente la possibilità assolutamente concreta che la polizia che conduce le indagini venga condizionata dalle strutture gerarchiche nelle quali è inquadrata”. “Gelli sarebbe contento (di questa riforma ndr)”, ha aggiunto Ranucci: “L’ha detto il figlio, e non solo il figlio, e chi lo nega nega l'evidenza, perché è così”. La Costituzione non viene riformata, ma tradita in tutti i suoi aspetti: “La Costituzione - ha denunciato Di Matteo - viene quotidianamente tradita, le sue previsioni più importanti vengono eluse o calpestate. Penso all'articolo 3, soprattutto nella parte precettiva del secondo comma: la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli all'eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. Penso all'articolo 11 della Costituzione: l'Italia ripudia la guerra. Invece l'Italia, il nostro governo è stato, a mio avviso, complice di un genocidio nei confronti dei palestinesi. E oggi, se ho letto bene le cronache, in maniera, a mio avviso, molto onesta e corretta, il Ministro Crosetto ha parlato di un'aggressione, riferendosi all'aggressione di Israele e Stati Uniti nei confronti dell'Iran, completamente al di fuori del diritto internazionale. Quindi, se l'Italia volesse effettivamente applicare la Costituzione, ripudiare la guerra, dovrebbe trarne delle conseguenze che non possono essere quelle di un contributo a chi ha agito fuori dalle regole del diritto internazionale”.



 

Sul Csm e l'istituzione dell'Alta Corte

Coloro che spingono per l'approvazione della separazione delle carriere sostengono che servirà per spezzare il dominio delle correnti al Csm. “In 30 anni - ha specificato Di Matteo - non ho mai partecipato nemmeno ad una riunione di un gruppo associativo anche a livello locale. E però forse proprio per questo, diciamo, per il fatto che io sono fuori da questo sistema, magari la mia posizione sulla necessità di votare no dà fastidio a molti, così come quella di Gratteri, perché siamo stati magistrati fuori da questo sistema”. Ma con questa riforma “le cose cambieranno in peggio” per diversi motivi: non solo i danni dello “strapotere delle correnti non saranno” risolti da questo “meccanismo del sorteggio”, ma si aggiungerà lo “strapotere della politica all'interno del Consiglio Superiore della Magistratura” attraverso un “sorteggio farlocco”: “I magistrati verranno individuati attraverso un sorteggio secco che li riguarda tutti”, mentre la “politica invece continuerà comunque, anche attraverso il sorteggio dei prescelti”, ad “avere una possibilità di controllo sull'autogoverno”. “Il meccanismo del sorteggio temperato sarebbe stato sufficiente per spezzare questo meccanismo”, ha detto Di Matteo. Per quanto riguarda l'istituzione dell'Alta Corte, che dovrebbe avere la potestà dell'azione disciplinare, il magistrato ha evidenziato un paradosso: “Tutta la riforma è fatta per separare le carriere di giudici e pubblici ministeri e poi nell'Alta Corte confluiscono giudici e pubblici ministeri che devono giudicare giudici e pubblici ministeri”. “E poi la cosa veramente più preoccupante: i magistrati diventerebbero, in caso di approvazione della riforma, l'unica categoria di cittadini che nel caso di condanna disciplinarenon “potrebbe mai ricorrere innanzi alla Corte di Cassazione, come avviene per ora alle sezioni unite civili della Corte di Cassazione, nemmeno per violazione di legge. Cioè l'Alta Corte con questa componente politica forte, condanna i magistrati, e se il magistrato ricorre o lamenta una violazione di legge sarà la stessa Alta Corte” a “decidere sulla impugnazione”; e questo avrà “una funzione di ulteriore intimidazione nei confronti dei magistrati”.

Foto © Luca Staiano

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