Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Trump: ''Ho spento Teheran'', ma Hormuz sigillato spezza rotte energetiche e Mojtaba Khamenei rafforza resistenza iraniana

Poche ore fa è giunta notizia che il Consiglio degli Ayatollah ha scelto Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei, come prossimo leader supremo dell'Iran, secondo quanto riferito dall'agenzia Iran International. Dopo nemmeno quattro giorni ecco che l’Iran ha un nuovo leader supremo spirituale.
Non è bastato decapitare la precedente leadership per stroncare la morale degli iraniani, ora totalmente riuniti nel sostegno alle forze di difesa del Paese per una resistenza attiva che ora è percepita come una questione esistenziale per la nazione, con o senza ayatollah. 
"Combattiamo, moriamo, non accettiamo umiliazioni", intonano i manifestanti iraniani in varie città del Paese. 
Le strade e le piazze colme di folle oceaniche testimoniano di un popolo che non ha intenzione di arrendersi ed è disposto al martirio secondo principi che vanno al di là di un brutale attacco a tradimento nel bel mezzo dei negoziati che ha portato alla morte di Khamenei e della sua famiglia.
Ma Donald Trump si mostra ancora spavaldo agli occhi delle telecamere occidentali e rivendica di aver “distrutto” le capacità militari convenzionali di Teheran dopo quattro giorni di campagna aerea congiunta USA-Israele: “Aviazione, marina, difesa aerea e radar” sarebbero stati messi fuori uso secondo il tycoon americano che nello Studio Ovale, accanto al cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha descritto un Iran militarmente “spento”, insistendo sul fatto che le operazioni “stanno andando bene” e presentando la guerra come una finestra storica per indebolire definitivamente la Repubblica Islamica. 
Parallelamente, il presidente statunitense sta valutando un salto di qualità politico: secondo funzionari USA citati dal Wall Street Journal, la Casa Bianca è aperta a sostenere gruppi armati interni che puntano al rovesciamento del regime, a partire dai contatti con i leader curdi lungo il confine siro-iracheno. L’idea, discussa anche su media conservatori statunitensi, è trasformare queste fazioni in “forze di terra” iraniane con un forte sostegno retorico da Washington, evitando per ora decisioni esplicite su forniture di armi, addestramento o intelligence.


iran attacco usa israele ima 2662545

© Imagoeconomica 


Milizie tra l’altro, che probabilmente sono già state adoperate per radicalizzare violentemente gli scontri di piazza delle scorse settimane. Prova ne fu la soffiata dell'intelligence turca (MİT) all'Iran per fermare un gruppo di militanti PJAK che tentava di infiltrarsi dall'Iraq nel gennaio scorso.
Nel corso dei suoi sproloqui, Trump ha continuato anche a rilanciare sulla paternità dell’attacco di sabato che ha attribuito solo ed esclusivamente alla sua “moralità”.
Il leader statunitense ha affermato di aver lanciato la campagna perché era fermamente convinto che l'Iran avrebbe attaccato per primo, in base all'andamento dei negoziati diplomatici tra Washington e Teheran. "Se non altro, avrei potuto forzare la mano di Israele", è arrivato ad affermare.
Lo ha smentito subito il Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui, proprio i piani israeliani di attaccare l'Iran avrebbero determinato la tempistica degli attacchi statunitensi che hanno dato inizio alla guerra.
Rubio ha affermato che Washington “era consapevole che Israele avrebbe attaccato l'Iran e che Teheran avrebbe reagito contro gli interessi americani nella regione”, quindi le forze statunitensi hanno attaccato in modo “preventivo”.
"Quello che sta sostanzialmente riconoscendo pubblicamente è che gli Stati Uniti sono stati intrappolati dagli israeliani", ha fatto notare Kelly Grieco, ricercatrice senior presso lo Stimson Center, in merito ai commenti di Rubio.
Nel frattempo, il capo dell’AIEA Rafael Grossi, l’organismo di controllo nucleare delle Nazioni Unite, ha nuovamente smentito il casus-belli finora più sbandierato, dichiarando a NBC News che l’agenzia non ha individuato "elementi di un programma sistematico e strutturato per la fabbricazione di armi nucleari" in Iran, pur confermando che il Paese aveva arricchito l'uranio fino al 60% di purezza, un livello ben al di sopra del fabbisogno energetico civile. 


L’Iran pronto a portare al collasso le rotte energetiche a tempo indeterminato

"Il processo che è iniziato presto si estenderà all'Europa. Il fuoco acceso dagli Stati Uniti e dal regime sionista si estenderà in tutto il mondo", ha detto profeticamente il rappresentante del Ministero degli Affari Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei. Ed effettivamente, assistiamo solo alle prime avvisaglie di questa strategia che, a lungo termine, sarà destinata a portare al collasso l’Occidente collettivo.
Il generale Ebrahim Jabbari del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha avvertito che i continui attacchi tra Stati Uniti e Israele vedranno l'Iran condurre rappresaglie contro "tutti i centri economici" del Medio Oriente e non solo.
"Abbiamo chiuso lo Stretto di Hormuz. Attualmente, il prezzo del petrolio è superiore a 80 dollari e presto raggiungerà i 200 dollari", ha dichiarato, citato dall'agenzia di stampa iraniana ISNA.  
Circa il 20% del consumo giornaliero mondiale di petrolio - 20 milioni di barili - passa attraverso questo stretto corridoio e se il blocco dovesse diventare permanente ciò avrebbe un impatto decisivo sul mercato azionario occidentale, e soprattutto l’economia statunitense.
In risposta Trump ha subito annunciato che "la Marina militare americana inizierà a scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Ormuz", specificando che la misura "entrerà in vigore immediatamente". Ha inoltre dichiarato di aver ordinato alla DFC di "fornire assicurazioni contro i rischi politici e garanzie di sicurezza finanziaria a tutti i trasporti marittimi, in particolare di risorse energetiche, che attraversano il Golfo Persico", aggiungendo che "questo sarà disponibile per tutte le compagnie di navigazione". Il tycoon ha sottolineato che, se necessario, "le forze navali statunitensi cominceranno a operare nel più breve tempo possibile", ribadendo che "gli Stati Uniti garantiranno un libero flusso di energia per il mondo". Ha concluso definendo la potenza economica e militare americana "la più grande del mondo" e promettendo che "ulteriori misure seguiranno"
Difficile stabilire come la marina statunitense possa garantire che nemmeno un drone sia in grado di raggiungere le navi cargo in transito, quando tutti i Paesi Alleati del Golfo stanno sperimentando l’incapacità di fermare le ondate di velivoli che di ora in ora raggiungono ambasciate, porti e basi statunitensi.


trump ima 2664090

Donald Trump © Imagoeconomica 


Ed è proprio sulle regioni vicine che si potrebbero sperimentare le conseguenze più gravi della guerra dell’energia. Pensiamo solo al tallone energetico di Israele che ha appena chiuso il giacimento di Karish a causa delle crescenti tensioni. Un attacco completo a Leviathan e Tamar metterebbe a rischio il 40–60% della produzione elettrica israeliana. 
I Paesi del golfo stanno già vivendo l’apocalisse dal punto energetico e finanziario. In Qatar, la compagnia statale Qatar Energy ha annunciato la sospensione della produzione di alcuni prodotti finiti, tra cui urea, polimeri, metanolo, alluminio e altri derivati industriali, dopo aver già fermato la produzione di GNL e dei prodotti associati in seguito ad attacchi contro le infrastrutture di Ras Laffan e Mesaieed. 
Dubai perde circa 1 milione di dollari ogni minuto di fermo all'aeroporto, considerando solo la compagnia di bandiera Emirates, il transito, gli hotel, lo shopping ei taxi, riporta NDTV World.   
È in questo contesto – secondo quanto riportato da Bloomberg – che Emirati Arabi Uniti e Qatar stanno attivamente cercando di convincere gli USA a fermare i bombardamenti sull'Iran e passare a una soluzione diplomatica. 
Questo senza contare degli attacchi di ritorsione iraniani con droni contro i data center di Amazon, sempre negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. I servizi cloud di Amazon Web Services sono rimasti inattivi, con danni strutturali e interruzioni dell’alimentazione elettrica, colpendo anche istituti finanziari che dipendono dai loro server. Un episodio che ha minato la percezione del Golfo come hub stabile e conveniente per l’espansione dell’intelligenza artificiale, su cui le Big Tech statunitensi avevano fortemente puntato grazie a incentivi governativi, energia a basso costo e fondi sovrani pronti a investire. 
Gli Emirati, considerati finora un porto sicuro per l’innovazione, sono diventati improvvisamente vulnerabili di fronte a un nuovo livello di conflitto digitale e fisico. E siamo solo al quarto giorno di guerra.
Al contempo, l'Asia centrale, priva di sbocchi sul mare, rischia l'isolamento verso sud a causa anche dell'escalation dei conflitti in Afghanistan-Pakistan, che minaccia di bloccare rotte vitali come la Nord-Sud e il porto di Chabahar. Questo sposterebbe i flussi commerciali verso il TMTT/Middle Corridor, sostenuto dall'Occidente via Kazakistan, Caspio, Caucaso e Turchia, rendendo i paesi centro-asiatici più dipendenti da regole, capitali e controlli euro-atlantici con rischi di sanzioni secondarie su merci verso Russia e Iran. Tuttavia è ben chiaro che un conflitto prolungato nel Golfo gonfierà in breve tempo i prezzi del petrolio, favorendo esportatori come Kazakistan e Turkmenistan, ma nel medio termine ridurrà la domanda globale di materie prime, alzando i costi logistici e assicurativi. 

L’operazione iraniana nelle ultime ore

Teheran continua la sua campagna di attacchi di droni contro tutte le infrastrutture militari e gli asset americani nella regione. Secondo la nuova dichiarazione n. 17 del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), le perdite complessive del nemico sono salite a oltre 680 tra morti e feriti, mentre è stata lanciata la sedicesima ondata di attacchi con missili e droni, scandita dallo slogan “Ya Ali ibn Abi Talib”. 
Uno dei colpi più pesanti viene rivendicato contro il dispositivo statunitense in Kuwait: la base dei Marines a Camp Arifjan, importante hub logistico per le operazioni USA nella regione, è stata presa di mira con dieci droni. Anche la battaglia nei cieli si intensifica: le forze di difesa aerea dell’IRGC hanno l’abbattimento di un drone da ricognizione israeliano Hermes sopra Khorramabad, mentre un secondo velivolo, un Hermes‑900, sarebbe stato neutralizzato intatto grazie ai sistemi di guerra elettronica, sottolineando la crescente capacità iraniana di contrastare piattaforme avanzate senza necessariamente distruggerle. 


petroliera dep 61312869


Sul fronte bahreinita, l’alba è stata segnata da un massiccio attacco contro la base aerea di Sheikh Isa, infrastruttura strategica che ospita reparti statunitensi e della Royal Bahraini Air Force. Un “gran numero” di droni e missili ha colpito dieci obiettivi di comando e logistica, tra cui il centro di controllo del traffico aereo, i depositi di carburante per gli aerei e le residenze di alti comandanti militari USA, rendendo - secondo la narrazione iraniana - l’intera infrastruttura sostanzialmente inoperativa. 
La campagna iraniana non si limita alle installazioni militari convenzionali. Nel Kurdistan iracheno, unità terrestri dell’IRGC hanno lanciato 30 droni contro le postazioni di gruppi separatisti qualificati da Teheran come “terroristici”, accusati di pianificare operazioni di infiltrazione oltreconfine. Gli attacchi, presentati come misure preventive per garantire la sicurezza interna, confermano la volontà di Tehran di chiudere ogni varco sul proprio perimetro occidentale mentre si confronta direttamente con Stati Uniti e Israele su più fronti.
Sul versante della guerra tecnologica, l’Iran dichiara anche un attacco di precisione contro il secondo radar del sistema antimissile THAAD schierato in Asia occidentale, che sarebbe stato reso inutilizzabile. Il giorno precedente un altro radar THAAD, situato ad Al‑Ruwais negli Emirati Arabi Uniti, era stato già annientato. Con la progressiva degradazione di questi sensori avanzati, Teheran punta a indebolire la rete di difesa antimissile americana e alleata nell’area, aumentando la vulnerabilità di basi e infrastrutture chiave.
Le operazioni iraniane si estendono inoltre al dominio marittimo. Nelle prime ore del mattino, le forze navali di Teheran hanno lanciato un’ondata di attacchi con droni e missili terra‑terra contro obiettivi militari israeliani all’interno di Israele, nonché contro navi e basi statunitensi, inclusa la base di Al‑Udeid in Qatar, già cuore del dispositivo aereo USA nel Golfo. Contemporaneamente, l’IRGC rivendica colpi contro il quartier generale del Comando Generale e il Ministero della Guerra in una località indicata come “Hakim”, oltre che contro infrastrutture a “Bnei Brak” e obiettivi a “Petah Tikva” e nella Galilea occidentale, intensificando così la pressione diretta sul territorio israeliano. 

Devastato il Palazzo del Golestan: quasi 800 vittime nei bombardamenti su Teheran

Dall’altra parte della barricata, nella notte la capitale iraniana è stata teatro di una nuova ondata di attacchi aerei congiunti da parte di Stati Uniti e Israele. Tra gli obiettivi colpiti anche il Palazzo del Golestan, uno dei più celebri tesori dell’arte persiana e patrimonio mondiale dell’UNESCO, gravemente danneggiato secondo quanto riferito dal governo di Teheran. Le autorità iraniane hanno denunciato la distruzione di secoli di opere d’arte e decorazioni, definendo l’operazione “Epic Fury” una “spietata dimostrazione di disprezzo per la storia e per l’umanità”.
Le forze israelo-statunitensi proseguono i bombardamenti sulla capitale e su altre città del Paese. Tra i bersagli figurano la sede della radiotelevisione statale e, secondo fonti israeliane, l’edificio dell’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale incaricato della selezione del leader supremo. Da Teheran è giunta la conferma che nell’edificio non si trovava alcun funzionario al momento dell’attacco.
Il bilancio delle vittime, riportato da Al Jazeera, è salito a 787 morti. Il portavoce del Ministero della Salute iraniano ha dichiarato che la maggior parte delle vittime sono civili e che i feriti superano quota 5.000. Nove ospedali sono stati colpiti, mentre numerose scuole ed edifici residenziali sono stati distrutti o danneggiati. “Abbiamo visto scene orribili - ha raccontato un funzionario sanitario - persone ferite, malati evacuati in condizioni disperate e ospedali trasformati in rovine". 
Fonti della regione parlano inoltre dell’impiego, per la prima volta in un teatro operativo di questa portata, di nuovi sistemi missilistici statunitensi. Sarebbe stata utilizzata una versione aggiornata del missile da crociera Tomahawk, caratterizzata da un’ala a freccia inversa per ridurre la firma radar, insieme al missile tattico PrSM (Precision Strike Missile), presentato come l’equivalente occidentale dell’Iskander russo. Quest’ultimo avrebbe una gittata di circa 500 chilometri e una testata di circa 90 chilogrammi. 

In foto di copertina: danni al Palazzo Golestan a Teheran dopo un bombardamento © Imagoeconomica 

ARTICOLI CORRELATI

Trump pronto ad intensificare la guerra con l'Iran che può spezzare l'impero americano

Missili sulla USS Abraham Lincoln. Tre soldati Usa uccisi dai missili iraniani

Morto Khamenei. Iran: colpiremo con un'arma che il mondo non ha mai visto

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos