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Il sostituto procuratore alla Dna e Travaglio a Roma contro la Riforma Nordio: “Non è giustizia, è un regolamento di conti contro la magistratura

Io sono perfettamente d’accordo con Nicola Gratteri: assieme alle persone perbene che voteranno sì, lo faranno anche i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi”. Così Nino Di Matteo durante la presentazione romana del libro di Marco TravaglioPerché No. Guida al Referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole, in cui si è ampiamente discusso sulla riforma della giustizia e sul referendum che chiamerà i cittadini alle urne il 22 e 23 marzo. Una difesa esplicita delle parole di Gratteri e, insieme, un atto d’accusa contro un intervento che il sostituto procuratore nazionale antimafia considera non una riforma della giustizia, ma “una riforma contro la magistratura e contro l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Quindi contro i cittadini”.
Ospiti dell’evento anche Virginia Raggi, già sindaca di Roma, che nei saluti introduttivi ha ricordato come questa riforma "non serve a rendere i processi più veloci o più giusti" ma "serve per aiutare la casta, i potenti, i colletti bianchi". A chiudere l’iniziativa è stato Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle.
Dopo un iniziale apprezzamento per il volume scritto da Travaglio, “comprensibile e utile soprattutto per i cittadini”, Di Matteo ha posato subito l’attenzione sul cuore del problema: “Questa riforma è stata fatta riformando la Costituzione quando questa politica continua a non applicarne i principi. Penso all’articolo 3, che impegna la Repubblica a rimuovere ogni ostacolo per i cittadini, o all’articolo 11 che sancisce che l’Italia ripudia la guerra. Ma anche al diritto al lavoro e alla salute. Il problema non è cambiare la Costituzione, ma applicarla”.
La riforma, secondo il magistrato, non può essere letta isolatamente: “È il suggello di un iter più lungo. Va valutata insieme alle riforme precedenti: penso alla Cartabia con l’improcedibilità, che ha introdotto un vulnus al principio di obbligatorietà dell’azione penale; all’abrogazione dell’abuso d’ufficio; ai limiti alle intercettazioni; all’interrogatorio preventivo; al divieto di pubblicazione di notizie non più coperte da segreto. Tutto questo crea uno scudo per i potenti. Una giustizia a due velocità: forte con i deboli, debole con i forti”.





E ancora: “I fautori del Sì mistificano la realtà. Questa non è una riforma sulla giustizia. Non riguarda il funzionamento dei processi, non li velocizza, non incide sulle garanzie di indagati e imputati, non riguarda le aspettative delle persone offese e non riguarda il diritto alla verità. Non c’è nulla sulla condizione delle carceri. È una riforma contro la magistratura. Nel momento in cui noi magistrati non potremo più fare il nostro lavoro senza condizionamenti, il problema sarà dei cittadini”.
Sul tema della separazione delle carriere, Di Matteo ha respinto uno degli argomenti più ricorrenti: “Dicono che i giudici sono troppo appiattiti sulle richieste dei pm. È un fatto smentito dai numeri”. E ha aggiunto un avvertimento: “In tutti i Paesi in cui vige la separazione delle carriere è prevista una forma di controllo del ministro della Giustizia o del governo sull’operato del magistrato. Il pm che non avrà più la cultura del giudice diventerà un accusatore a tutti i costi. Non più un magistrato imparziale alla ricerca della verità, ma un avvocato della polizia. Questo è preoccupante per i cittadini”.
Rievocando la propria esperienza, il magistrato ha sottolineato l’arricchimento professionale garantito dal passaggio tra funzioni: “I migliori giudici con cui mi sono confrontato avevano fatto i pm e i migliori pm avevano fatto i giudici. Nel 2000 il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa invitava a facilitare questa duplice esperienza come garanzia per i cittadini. Noi andiamo nel senso opposto”.
Sul Csm, Di Matteo ha rivendicato la propria autonomia dalle correnti: “Di tutto mi si può accusare tranne di aver fatto parte del sistema delle correnti. Non faccio più nemmeno parte dell’Anm. Ma questa riforma non risolve le degenerazioni dell’autogoverno, le aggrava: sostituisce al correntismo lo strapotere politico, anzi partitico”. Il meccanismo previsto, ha spiegato, prevede un sorteggio “secco” per i magistrati, mentre i membri laici sarebbero individuati con un sorteggio “temperato” su nomi scelti dal Parlamento: “È un meccanismo farlocco”.




Quanto alla giurisdizione disciplinare, Di Matteo ha contestato la narrazione di un Csm “lassista”: “Negli ultimi anni centinaia di procedimenti disciplinari sono stati celebrati e il 47% si è concluso con una condanna. Le sanzioni vanno dalla radiazione alla sospensione dello stipendio. Sfido chiunque a dire quante altre amministrazioni possano vantare un numero così elevato di sanzioni disciplinari. Eppure, si parla di giustizia domestica”. E sull’Alta Corte prevista dalla riforma ha ironizzato: “Separano giudici e pm in due Csm e poi li rimettono insieme per giudicarli disciplinarmente”.
Dietro tutto questo, secondo Di Matteo, c’è “una volontà di rivalsa”. Un “regolamento di conti” maturato anche dopo lo scandalo Palamara. “Bisogna evitare in futuro che la magistratura disturbi il potere. È una tappa: vogliono mettere in discussione il fatto che il pm debba coordinare le indagini e affidarle alla polizia. Mi chiedo: in questo modo ci sarebbero state le indagini sul G8 di Genova? Sulla trattativa Stato-mafia? Su Andreotti e Dell’Utri? Vogliono spezzare il legame tra pm e polizia giudiziaria perché hanno paura che, finché dipende funzionalmente dal pm, possa resistere alle pressioni gerarchiche”.
Marco Travaglio ha inserito la riforma in un contesto politico più ampio: “La Meloni e i suoi non nascondono che vogliono ristabilire il primato della politica e che la magistratura non deve ostacolare il percorso del governo. Ma negli Stati di diritto non esiste il primato della politica: esiste il primato della legge, fatta rispettare dai magistrati”. Ha parlato di una tendenza alla “verticalizzazione” del sistema istituzionale, in contrasto con l’orizzontalità disegnata dalla Costituzione repubblicana, e ha definito la riforma “berlusconiana”, con un padre nobile identificato in Licio Gelli. Come ricordato anche dal presidente Conte: "Gelli ha rivendicato il copyright. Nel piano di rinascita democratica della P2 c'è scritto separazione delle carriere. Un piano sofisticatissimo".




Sul paragone calcistico tra pm, avvocato e giudice, Travaglio ha replicato con durezza: “Come si possono mettere sullo stesso piano uno che viene premiato se dice la verità e uno che viene punito se la nasconde? L’appiattimento dei giudici sulle richieste dei pm è smentito dai dati; la giustizia domestica del Csm è smentita dai dati; i passaggi tra carriere sono lo 0,4%. Non esistono ragioni per il Sì, quindi le inventano”.
La riforma è totalmente inutile – ha aggiunto –. Il giorno dopo l’eventuale vittoria del Sì i magistrati saranno negli stessi uffici, con lo stesso stipendio, sotto lo stesso ministero. I danneggiati saremo noi cittadini. Non facciamo la campagna per il No per i magistrati, ma per noi”.
Ed è qui che Di Matteo è tornato sugli attacchi al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri: “Quando i mafiosi, quelli che ragionano, vedono che una parte politica va contro la magistratura, hanno già deciso per chi votare. È già successo nel 1987 con il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. La mafia ha bisogno che la magistratura sia delegittimata agli occhi del popolo”. “Quindi – ha concluso – ci saranno persone perbene che voteranno Sì, ma anche mafiosi e criminali. Questo voto dirà da che parte stiamo: dalla parte del diritto e dell’equilibrio dei poteri, o dalla parte di chi vuole che prevalga la ragione del più forte”.

Foto di copertina © Imagoeconomica

Fotogallery © Luca Staiano

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