Colpiti vertici e infrastrutture, Teheran risponde con missili sulle basi USA nel Golfo e minaccia una risposta ''schiacciante''
È stato varcato il rubicone dell’escalation.
“Abbiamo iniziato una massiccia operazione militare in Iran, distruggeremo la minaccia del brutale regime iraniano. Le azioni dell’Iran costituiscono una minaccia diretta per gli Usa, le truppe americane e le basi militari all’estero”, ha dichiarato Donald Trump questa mattina in un discorso solenne.
All’alba di sabato, forze statunitensi e israeliane hanno lanciato una campagna coordinata di raid contro l’Iran, colpendo Teheran e centri nevralgici come Qom, Isfahan, Kermanshah, Lorestan, Tabriz, Karaj.
Nella capitale, gli attacchi hanno preso di mira obiettivi ad alto valore strategico: il Ministero dell’Intelligence, il Ministero della Difesa, l’Organizzazione per l’energia atomica iraniana e il complesso militare di Parchin, oltre ad aree centrali come University Street e Jomhouri, con l’intento di degradare le capacità di comando, sicurezza interna e programma nucleare.
Fonti statunitensi descrivono un’operazione di più giorni, concepita per smantellare l’apparato di sicurezza iraniano, con alcuni analisti che non escludono una “strategia di decapitazione” mirata ai vertici, inclusa la guida suprema Ali Khamenei, attraverso colpi su siti dove potrebbe eventualmente nascondersi.
In un messaggio video, Donald Trump ha parlato di “importanti operazioni di combattimento”, spiegando che l’obiettivo statunitense è eliminare “minacce imminenti” del regime iraniano, distruggere missili e industria missilistica, annientare la marina iraniana e impedire definitivamente a Teheran di ottenere un’arma nucleare.
L’offensiva arriva mentre erano in corso a Ginevra delicati colloqui sul nucleare iraniano mediati dall’Oman, che alcuni mediatori descrivevano come vicini a una bozza d’intesa di principio, ma che vengono ora bruscamente interrotti dalla scelta militare.
L’Iran ha reagito chiudendo lo spazio aereo “fino a nuovo avviso”, mettendo in stato di allerta ospedali e ambulanze e segnalando gravi disservizi nella telefonia mobile a Teheran, con il rischio di blocchi internet generalizzati.
Parallelamente, agenzie di stampa come IRNA risultano bersaglio di pesanti cyberattacchi, con siti inaccessibili e un evidente tentativo di paralizzare la comunicazione ufficiale del regime e la sua capacità di controllo narrativo interno.
Secondo media iraniani, il presidente Masoud Pezeshkian è vivo e incolume, mentre non ci sono conferme su eventuali vittime tra i vertici politico‑militari, benché si registrino feriti in aree sensibili come il distretto di Pasteur – dove si trova il palazzo presidenziale – e in almeno un grande aeroporto.
Un funzionario iraniano ha subito dichiarato a Reuters che Teheran stava preparando una rappresaglia “schiacciante”, promettendo contrattacchi devastanti; il capo della Commissione sicurezza nazionale del parlamento, Ebrahim Azizi, avverte che Stati Uniti e Israele hanno imboccato “un cammino la cui fine non è più sotto il loro controllo”, segnando una retorica di guerra esistenziale.
La risposta dell’Iran
Teheran ha iniziato a dare concretezza alla minacciata rappresaglia colpendo direttamente infrastrutture militari statunitensi nel Golfo Persico, segnale di un conflitto che esce rapidamente dalla dimensione “sul territorio iraniano” per diventare regionale.
Missili balistici hanno colpito la base americana di Al‑Udeid in Qatar, struttura chiave per il comando di CENTCOM: il Ministero della Difesa del Qatar sostiene di aver intercettato tre missili, mentre altri avrebbero raggiunto l’obiettivo, richiamando dinamiche già viste in attacchi precedenti contro la stessa base.
Un ulteriore barrage di vettori ha preso di mira anche infrastrutture americane in Bahrein, dove sono schierate unità navali e logistiche centrali per la presenza USA nel Golfo, ampliando il raggio della risposta iraniana oltre il singolo teatro qatarino.
In parallelo, i missili iraniani hanno colpito la base aerea di Al Dhafra (Al‑Jafra) negli Emirati Arabi Uniti, 30 chilometri a sud di Abu Dhabi, dove coesistono assetti delle forze aeree emiratine e contingenti statunitensi, inclusi caccia, velivoli da ricognizione, droni, aerei da rifornimento e il 380th Expeditionary Air Wing dell’US Air Force.
La base di Al Dhafra, dotata di due piste asfaltate da 3661 metri (13L/31R e 13R/31L) e situata a 23 metri sul livello del mare, è da anni nodo logistico e operativo cruciale per la proiezione di potenza aerea USA nel teatro mediorientale, con presenza americana consolidata dagli inizi degli anni ’90 e ufficialmente riconosciuta nel 2017. Nel 2019 vi fu schierato anche il primo F‑35 Lightning II in Medio Oriente, simbolo della centralità della base per le operazioni di attacco di precisione e deterrenza avanzata, e proprio per questo obiettivo prioritario per una strategia iraniana volta a dimostrare vulnerabilità e costi della presenza americana nella regione.
Israele ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, chiudendo lo spazio aereo, facendo suonare le sirene in tutto il Paese e ordinando il passaggio dal regime di “piena attività” a quello di “attività essenziale”.
La chiusura delle scuole, il divieto di assembramenti, il blocco di molti luoghi di lavoro non critici e l’ordine di restare vicino ai rifugi indicano che lo Stato ebraico si aspetta un possibile attacco missilistico o di droni dall’Iran o dai suoi alleati, e prepara la popolazione a una fase prolungata di minaccia diretta.
Nella regione, anche l’Iraq ha chiuso lo spazio aereo per ragioni di sicurezza, mentre le ambasciate USA in Qatar e Bahrein hanno ordinato il “shelter in place” per personale e cittadini, raccomandando scorte di cibo, acqua e medicinali in vista di ulteriori sviluppi. 
Portaerei USS Abraham Lincoln ABE CVN-72 © Imagoeconomica
Il bluff delle trattative che mascherano il progetto imperiale sionista
Stanno passando in sordina, intanto, gli ultimi risultati dei negoziati che avevano prodotto progressi sostanziali per la questione nucleare iraniana.
Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Al Busaid, ieri, a seguito di un incontro tra il suo massimo diplomatico e il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance aveva segnalato importanti punti raggiunti che avrebbero aperto la strada ad una storica intesa.
“L’Iran rinuncerebbe al materiale arricchito. Non sarà in grado di accumulare quel materiale che gli permetterebbe di costruire una bomba. Non ci sarà alcuna accumulazione. Ci sarà zero accumulazione, zero immagazzinamento e piena verifica. Questo è anche un risultato altrettanto importante, credo: una verifica piena e comprensiva da parte dell’AIEA. Gli attuali stock che ancora esistono – penso che ora ci sia un accordo sul fatto che saranno diluiti al livello più basso possibile, a un livello neutro, naturale, e convertiti in combustibile. E quel combustibile sarà irreversibile.
E penso che su questo abbiamo un accordo, dal mio punto di vista”, ha dichiarato Al Busaid, mentre tutti i suoi omologhi hanno subito orecchie da mercante.
Trump ha subito detto di non essere soddisfatto dell’esito degli accordi di Ginevra.
È stato chiaro fin da subito che il dossier atomico fosse stato solo un pretesto per ottenere una resa incondizionata della leadership iraniana e una sua futura defenestrazione. Prova ne è anche la clausola della riduzione dell’arsenale missilistico di Teheran, che per la Repubblica islamica rappresenta una linea rossa invalicabile. Solo questa condizione concederà agli Stati Uniti il potere di controllare i flussi petroliferi verso la Cina che riceve il 50–55% delle importazioni di greggio totali dal golfo Persico. Ma è Tel Aviv a giocare un ruolo di primo piano, con il suo progetto del grande Israele, che avrà la strada spianata con un Iran indebolito e balcanizzato.
È iniziata un’apocalisse nel medio oriente che probabilmente avrà ripercussioni nel mondo intero.
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