La destra al governo smetta di strumentalizzarlo: il magistrato è contro la Riforma costituzionale
Ancora una volta Nino Di Matteo finisce nel mirino. Questa volta per effetto delle dichiarazioni del ministro Carlo Nordio, che ha estrapolato alcune frasi del magistrato palermitano piegandole a una lettura funzionale allo scontro politico in chiave referendaria. Per chiarezza, si metta l’anima in pace il governo Meloni, Nino Di Matteo ha esplicitamente dichiarato di sostenere il “No” al Referendum, una posizione che rende ancora più evidente la forzatura nel tentativo di trasformare le sue parole in un attacco alle istituzioni piuttosto che in una critica interna al sistema delle correnti. Ma il dato più significativo non è soltanto l’attacco proveniente dai partiti di maggioranza: è il silenzio – e in alcuni casi la presa di distanza – di una parte della stessa magistratura.
Nelle ultime 24 ore, dopo la strumentalizzazione operata dal Guardasigilli, si è registrata una dura reazione di molti magistrati contro il ministro. Prime pagine, editoriali di fuoco, interventi pubblici e televisivi.
Eppure, in tutto ciò manca un dato essenziale. Nessuno – tra coloro che sono intervenuti – ha preso le difese di Nino Di Matteo. Nessuno ha avuto il coraggio di dire con chiarezza che Di Matteo ha ragione; che le sue parole sono state travisate; e che Nordio lo sta strumentalizzando.
Si contesta l’attacco istituzionale, ma non si entra nel merito delle dichiarazioni da cui la polemica ha preso piede. Si difende in astratto l’autonomia della magistratura, ma si evita di sostenere esplicitamente il collega finito al centro dello scontro. È questa la contraddizione più evidente: si alza il tono contro la politica, ma si resta cauti quando si tratta di difendere il contenuto delle parole di Nino Di Matteo.
© Imagoeconomica
Le dichiarazioni rese durante la trasmissione di Massimo Giletti su La7 – all’epoca Di Matteo era consigliere togato del Csm – sono nette per chi le legga integralmente. Il magistrato ha affermato che privilegiare, nelle scelte di carriera, l’appartenenza a una corrente o a una cordata è “molto simile all’applicazione del metodo mafioso”. E no, Di Matteo non “rinnega le critiche alle correnti”, come ha scritto questa mattina Alessandro Sallusti su La Verità in modo strumentale e dichiarando il falso. Una critica dura quella dell’ex consigliere togato al Csm, ma riferita a una degenerazione interna, non alle istituzioni in quanto tali. È la critica a un metodo fondato sull’appartenenza anziché sul merito.
Di Matteo ha inoltre parlato della necessità di una svolta culturale, di “un cambiamento di mentalità, che la magistratura deve invertire la rotta da sé prima che altri possano approfittare della sua crisi di credibilità per imporre riforme volte a sottoporla al controllo del potere politico”. Ovvero, quello che accadrà se vincerà il “Sì” al referendum. È un ragionamento politico-istituzionale? Sì. È legittimo? Sì. Un magistrato - e prima ancora un cittadino -, ha il diritto (e il dovere) di parlare di etica e indipendenza in questi termini? Assolutamente sì!
Il ministro Nordio ha invece strumentalizzato quelle parole, omettendone il contesto. Ma ciò che rende questa vicenda ancora più paradossale è ciò che accade dopo. O meglio: ciò che non accade. Nessun magistrato – o quasi – che abbia difeso il diritto alla critica interna; nessuna presa di posizione forte a tutela del principio secondo cui denunciare logiche correntizie non significa equiparare lo Stato alla mafia.
A rendere la vicenda ancora più significativa - tra le altre cose - sono state le parole di Giuseppe Cascini, già segretario generale dell’ANM e oggi procuratore aggiunto a Roma, che al Corriere della Sera ha dichiarato di non ricordare l’intervista in cui Di Matteo si espresse in quei termini, ma, “ammesso e non concesso che sia stata pronunciata, questo non la rende meno infelice [...]”. Una frase che colpisce per la sua leggerezza. Non ricordo, ma giudico. Ammesso e non concesso, ma prendo le distanze. Senza nemmeno partire dalla lettura integrale del testo. E quanti hanno fatto lo stesso?
Giuseppe Cascini © Imagoeconomica
Il risultato è un isolamento evidente. Un magistrato che denuncia pratiche correntizie, che rivendica pubblicamente la propria posizione per il No al Referendum e che richiama la magistratura a una riforma etica prima ancora che normativa, viene esposto alla polemica politica e non trova una difesa esplicita sul merito delle sue parole.
E non si tratta di un magistrato qualunque. Nino Di Matteo vive sotto scorta da anni, è stato oggetto di una condanna a morte da parte del vertice di Cosa nostra e di un progetto di attentato con tritolo mai formalmente revocato. È un magistrato che ha pagato un prezzo personale altissimo per il proprio lavoro.
In questo contesto, la questione non è la legittimità del confronto interno né il diritto alla critica. Il nodo è l’assenza di una presa di posizione chiara a tutela del contenuto delle sue dichiarazioni. Perché quando un magistrato sotto minaccia viene esposto senza che se ne difenda pubblicamente il senso delle parole, il segnale che si produce è quello di una solitudine istituzionale.
E allora il punto resta questo. Se davvero, come dice Di Matteo, “quando si tocca il fondo è il momento buono per ripartire", allora "dobbiamo necessariamente trovare la forza, a tutti i costi, di invertire per primi noi la rotta”. E quel “noi”, piaccia o meno, chiama in causa l’intera magistratura.
Rielaborazione grafica di copertina by Paolo Bassani
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