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In un'intervista al Fatto, l’avvocato mette in guardia sulla riforma: “Con il Sì il pm diventerà avvocato della polizia

"Sono stupito dall’incapacità del ministro Nordio di cogliere il vero soggetto della frase di Gratteri". Luigi Li Gotti non usa mezzi termini per replicare alle polemiche esplose dopo le dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri in merito al prossimo referendum. Intervistato da Il Fatto Quotidiano, l’avvocato – che in carriera ha assistito collaboratori di giustizia come BuscettaMutoloMannoia e Brusca – respinge l’interpretazione secondo cui il magistrato avrebbe bollato indistintamente come ’ndranghetisti o massoni deviati tutti i sostenitori del Sì al referendum. "Non ha detto che chi vota Sì è ’ndranghetista – chiarisce -. Ha detto che determinate categorie voteranno Sì". Un riferimento, aggiunge, circoscritto a una realtà territoriale precisa: la Calabria.

Secondo Li Gotti, anche lui calabrese, per comprendere il senso delle affermazioni di Gratteri occorre guardare ai fatti emersi in anni di inchieste giudiziarie. In Calabria – sottolinea – si concentra il più alto numero di logge massoniche in Italia, oltre duecento secondo le stime, e in più occasioni le indagini hanno documentato intrecci tra ambienti massonici deviati e criminalità organizzata. Non si tratta di suggestioni, ma di episodi confluiti negli atti processuali: affiliazioni avvenute negli stessi luoghi per magistrati corrotti e ’ndranghetisti, con figure apicali poi condannate.

Alla luce di questo contesto, l’avvocato sostiene che non vi sia nulla di sorprendente nell’ipotesi che certi ambienti si orientino verso il Sì. La sua convinzione nasce, dice, dalla conoscenza diretta del territorio dove è nato e dall’esperienza maturata nei processi con imputati legati alla ’ndrangheta. Il termine “massomafia”, coniato da Gratteri, non sarebbe uno slogan polemico ma la definizione di una realtà che in Calabria avrebbe trovato riscontri concreti.


stragi ditalia

Li Gotti, da poco uscito in libreria con “Stragi d’Italia” scritto a quattro mani assieme a Saverio Lodato, richiama il caso di un esponente calabrese definito “valore aggiunto” alle Regionali dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il cui nome – osserva – compare negli atti giudiziari: Giancarlo Pittelli. E sottolinea come proprio quell’area sia schierata per il Sì, invitando a interrogarsi sul significato effettivo di quell’espressione.

Quanto al merito del referendum, l’avvocato annuncia che voterà convintamente No “perché separazione delle carriere vuol dire separare i concorsi, proprio come ha chiesto il forzista Enrico Costa in un ordine del giorno votato dalla maggioranza. Il futuro pm sarà quindi l’avvocato della polizia, ossia sottoposto al potere esecutivo”.

A rendere ancora più aspro il clima è intervenuto il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha evocato l’ipotesi di test psicoattitudinali anche a fine carriera. Per Li Gotti si tratta di un’uscita "ad personam", offensiva e delegittimante nei confronti di un magistrato che da decenni vive sotto minaccia mafiosa. Il Guardasigilli, ricorda l’avvocato, dispone di poteri ispettivi e disciplinari che si esercitano attraverso procedure precise e l’attività dei suoi ispettori, non tramite dichiarazioni pubbliche che rischiano di apparire come giudizi anticipati. In caso contrario, avverte, si incrina l’equilibrio delicato tra politica e magistratura.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Foto © Paolo Bassani

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