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Oltre 240 mila morti per conflitti nel mondo e il 17% della popolazione coinvolta: una crisi senza precedenti 

Things happen” (“le cose succedono”). Così Donald Trump ha liquidato, il 18 novembre 2025, una domanda dei giornalisti sul caso Jamal Khashoggi, durante l’incontro nello Studio Ovale con il principe saudita Mohammed bin Salman. Quest’ultimo è ritenuto responsabile - anche secondo le agenzie d’intelligence statunitensi - dell’omicidio del giornalista del Washington Post, ucciso il 2 ottobre 2018 nel consolato saudita di Istanbul da un commando arrivato da Riad. Ovviamente, le parole del presidente americano hanno riacceso le polemiche sulla gestione politica dell’omicidio Khashoggi e sui rapporti strategici tra Washington e Riyad. Ma oltre le polemiche, colpisce l’approssimazione con cui Trump ha di fatto riabilitato - almeno sul piano verbale - il principe saudita bin Salman: una leggerezza che sembra ripetersi senza sosta in un mondo attraversato ogni giorno da una moltitudine di eventi violenti, in grado di spezzare centinaia di vite innocenti, talvolta scomode. Proprio come quella di Khashoggi. 

Del resto, proprio il 2025, tra conflitti armati, rivolte interne ai vari Paesi e molto altro ancora, non è stato esattamente un anno eccezionale da questo punto di vista. Per capirlo meglio, basti pensare al fatto che da metà novembre 2024 a metà novembre 2025, i conflitti violenti di varia natura registrati in tutto il mondo hanno superato i 200mila eventi, con circa 245.000 morti. Nello stesso periodo, direttamente o indirettamente, i vari conflitti - sempre di varia natura - hanno coinvolto il 17% della popolazione mondiale. In pratica, una persona su sei. 

Numeri impressionanti, ai quali si aggiunge un aumento sensibile, a livello globale, di proteste e rivolte. Ma sono anche numeri che rappresentano un segnale decisamente chiaro: le tensioni non si limitano più ai campi di battaglia, ma dilagano anche nelle strade e nelle piazze delle città di tutto il mondo.

Fatto sta che il dato del 2025 non è soltanto quantitativo, ma anche politico. Il mondo - l’Occidente in modo particolare - sembra attraversare una fase in cui il conflitto è diventato uno strumento ideale per la gestione del potere. Lo dimostra il fatto che in molte aree gli Stati sono tornati a essere protagonisti diretti della violenza, non tanto per difendersi dalle classiche rivoluzioni o insurrezioni, quanto per riaffermare la propria autorità in contesti anche solo potenzialmente instabili.
In Italia, ad esempio, ci sono stati casi in cui le forze di polizia e di pubblica sicurezza sono state protagoniste di conflitti con cittadini durante le manifestazioni. A settembre 2025, durante una serie di dimostrazioni pro-Palestina a Milano, molte persone hanno tentato di forzare i cordoni delle forze dell’ordine nei pressi della Stazione Centrale, con contatti violenti tra manifestanti, polizia e carabinieri.

A livello globale, invece, le forze statali sono state direttamente coinvolte nel 74% degli eventi violenti registrati: il livello più alto mai rilevato negli ultimi anni. Qualcosa di simile accade, con percentuali diverse, in Medio Oriente, in Asia e nell’Africa orientale. Qui lo Stato non arretra. Anzi: combatte, colpisce, bombarda e usa la violenza come linguaggio politico. Va anche detto che in molti casi - anche quando si parla di Medio Oriente - al centro di questi eventi violenti compaiono gli interessi di altre nazioni, soprattutto occidentali, in particolare gli Stati Uniti. 


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L'incontro tra Donald Trump e Mohammed bin Salman

Il paradosso è che i livelli di violenza più elevati emergono tanto nei contesti di iper-controllo statale quanto in quelli di sovranità frammentata, dove apparati statali e para-statali si sovrappongono. Dal Donbass all’Ucraina pre-2022, fino a Gaza e al Myanmar, la violenza massiccia e sistematica è stata in larga parte il prodotto di strutture di potere organizzate, più che del semplice vuoto di Stato. In altre zone come quelle del Messico o del Mali, la violenza assume invece una forma più frammentata, quotidiana e apparentemente fuori controllo. Insomma, cambiano gli attori, ma non l’esito: molti morti e poca sicurezza.


Sempre più armi e meno controlli

Tornando al contesto geopolitico e ai dati drammatici registrati nel 2025, emerge uno scenario globale tutt’altro che rassicurante. Tra i principali indicatori di questa instabilità, soprattutto per l’anno da poco iniziato, spicca l’aumento della spesa militare in quasi ogni area del mondo. Contemporaneamente - e non per caso - sono diminuiti i meccanismi di controllo, con una significativa riduzione della trasparenza.

In Italia, ad esempio, il governo ha annunciato di aver raggiunto nel 2025 il 2% del PIL destinato alla difesa, ma il documento con cui ha presentato questi dati - il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025/2027 - fornisce spiegazioni solo parziali sui criteri di calcolo e sulle voci incluse, in netto contrasto con le stime precedenti che indicavano una spesa intorno all’1,5%. A sparire - ha spiegato l’Osservatorio Milex - sono anche i dettagli sui dati trasmessi a organismi internazionali e sui costi storici dei programmi d’armamento. Circostanza che ha reso ancora più difficile il controllo pubblico.
Ad ogni modo, sempre secondo il Milex, nei prossimi 15 anni l’Italia investirà oltre 130 miliardi di euro in nuovi sistemi d’arma, più circa 9 miliardi per infrastrutture militari.

E a livello globale? Nemmeno lì le cose vanno meglio. A dircelo è il SIPRI, che - pur non avendo ancora fornito un dato completo per il 2025 - ha certificato che la spesa militare globale ha raggiunto livelli record nell’anno precedente. Nel 2024, infatti, la spesa militare mondiale ha toccato i 2,7 trilioni di dollari, segnando un aumento del 9,4% rispetto al 2023. Sempre secondo il centro di ricerca indipendente sui conflitti armati, i cinque maggiori spendaccioni militari sono stati Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e India. Da soli, rappresentano il 60% del totale globale, con una spesa complessiva di 1.635 miliardi di dollari. In pratica, ci troviamo davanti al tasso di crescita annuale più elevato dalla fine della Guerra Fredda. 


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© Imagoeconomica 


2025: un anno finito male

Basta una rapida panoramica. Dall’America Latina al Medio Oriente, fino a Europa e Stati Uniti, guerre dichiarate e conflitti informali si moltiplicano. Ai combattimenti armati si affiancano disordini e rivolte, spesso diverse tra loro, ma riconducibili a un filo comune: un potere ostinato e violento, determinato a non cedere di fronte alle richieste di libertà e democrazia.

Iniziamo da una delle aree più ricche di risorse naturali e, per questo, più povere: l’Africa.

Tra fine dicembre e i primi giorni di gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno deciso di lanciare un attacco missilistico in Nigeria. Il 25 dicembre, giorno di Natale, gli USA hanno infatti colpito lo Stato di Sokoto con oltre una dozzina di missili, impattando su Warriya, Alkasim e le aree forestali di Kawuri, Malgum e Bauni. Alcuni ordigni sono rimasti inesplosi e sono caduti anche in altre zone.
Secondo il Washington Post - che, va sottolineato, si è basato su dichiarazioni ufficiali statunitensi - il numero delle vittime non è noto. Ad ogni modo, Zio Sam ha fatto sapere, attraverso un comunicato ufficiale, che gli attacchi sono stati diretti contro obiettivi legati all’ISIS, su ordine del presidente degli Stati Uniti e del Segretario alla Difesa, in coordinamento con le autorità nigeriane.

In Somalia, sempre nel dicembre 2025, si è registrata una forte escalation militare contro i gruppi jihadisti. Il 4 dicembre, un raid aereo delle forze internazionali - statunitensi (AFRICOM) e partner occidentali - nel Basso Giuba, nella zona a Sud della Somalia, ha ucciso oltre 65 miliziani di al-Shabaab, in uno degli attacchi più letali dell’anno.
Si tratta di operazioni che si inseriscono in un’offensiva molto più ampia, che ha coinvolto anche il Puntland (regione autonoma della Somalia), dove le forze locali hanno intensificato gli scontri contro lo Stato Islamico Somalo, e il centro-sud del Paese, con nuovi combattimenti contro al-Shabaab (gruppo jihadista armato attivo dalla metà degli anni 2000) che hanno causato numerose vittime, incluse decine di civili.

Nella Repubblica Democratica del Congo, invece, i ribelli dell’M23 - sostenuti dal Ruanda - hanno conquistato Uvira, importante centro economico del Sud Kivu, a pochi chilometri dal luogo in cui l’ambasciatore italiano Luca Attanasio è stato ucciso nel 2021, insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo, in circostanze mai del tutto chiarite.
Tutto questo è avvenuto nonostante un recente accordo di pace mediato dagli Stati Uniti, in un’escalation di violenza che ha ulteriormente aggravato la situazione sia nel Nord che nel Sud Kivu. 


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Luca Attanasio

Dal contesto africano emerge chiaramente non solo la persistente presenza straniera - motivata dagli interessi legati a petrolio, gas e, soprattutto, ai minerali critici come cobalto e litio, fondamentali per la transizione energetica e le tecnologie moderne (smartphone inclusi) - ma anche un netto incremento della guerra di logoramento per il controllo del territorio, accompagnato da una letalità sempre più elevata.
Particolarmente interessante il fatto che, nonostante il numero degli episodi di conflitto sia diminuito del 35% rispetto al 2024, il numero di vittime è invece aumentato dell’11%.

Passiamo ora ai Caraibi e all’America Latina, dove, ancora una volta, invischiati nei conflitti, troviamo gli Stati Uniti.

In Colombia, l’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) ha indetto uno sciopero armato come risposta alle minacce d’intervento statunitense. Ha attaccato le forze statali e imposto un coprifuoco civile che ha coinvolto ben 13 dipartimenti. I ribelli hanno colpito almeno una base dell’esercito e una stazione di polizia, con uno scontro - riferisce l’Associated Press - in cui è rimasto ucciso un autista di ambulanza.
Dal 2024, il governo colombiano ha intensificato la pressione militare contro i gruppi armati: il risultato è stato un aumento del 72% degli scontri tra forze di sicurezza e gruppi ribelli rispetto al 2024, con quasi 890 eventi registrati nel 2025. Ma non è aumentata solo la frequenza: è cresciuta anche l’intensità degli scontri. I gruppi armati, infatti, hanno potenziato le proprie capacità operative, in particolare attraverso l’uso di droni ed esplosivi.

In Messico, la violenza continua a crescere senza tregua, soprattutto nello stato di Sinaloa, che nel 2025 è stato il più violento dell’intero paese, responsabile da solo del 17% della violenza su scala nazionale. A dicembre, gli scontri tra gruppi criminali sono aumentati rispetto al mese precedente, in particolare nel municipio meridionale di Escuinapa, dove le violenze del 17 e 21 dicembre hanno causato almeno sei morti.
L’escalation sarebbe legata al tentativo del Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), uno dei più violenti e in espansione, di entrare in Sinaloa per sostenere i Los Chapitos - figli di El Chapo - contro i Los Mayos, fedeli a El Mayo Zambada. Lo scontro interno ha ulteriormente aggravato la violenza.
Nonostante il dispiegamento dei militari, le violenze non sono affatto diminuite. Anzi, sono proseguite anche a fine dicembre con numerosi attacchi, inclusi raid, e - anche qui - con l’uso di droni. Come se non bastasse, l’impiego di droni da parte delle gang si è affermato come una tattica efficace e sempre più letale, che ha causato decine di morti, segnando un netto aumento delle vittime rispetto all’anno precedente. 


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Nicolás Maduro © Imagoeconomica 

In Venezuela, i sequestri marittimi statunitensi e gli attacchi con droni hanno rappresentato il preludio alla cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Dopo l’attacco militare, i due sono stati trasferiti negli Stati Uniti, dove devono rispondere di accuse legate al traffico di droga e di armi.
Molti sono rimasti sorpresi dall’attacco militare statunitense, anche perché Maduro aveva espresso disponibilità a negoziare un accordo per il contrasto al narcotraffico. Tuttavia, secondo numerosi analisti, l’attacco è stato interpretato come un pretesto per mettere le mani sulle riserve petrolifere venezuelane. A sostegno di questa ipotesi, il fatto che il Venezuela non venga considerato un vero narcostato, ma piuttosto un hub di smistamento della droga proveniente da altri paesi come il Perù.
Non è probabilmente un caso se il 10 dicembre 2025 le forze statunitensi hanno sequestrato, al largo delle coste venezuelane, la petroliera Skipper nell’ambito dell’applicazione delle sanzioni. Si è trattato del primo sequestro di un carico di petrolio venezuelano, segnando un ulteriore giro di vite sulle entrate energetiche di Caracas. Pochi giorni dopo, il 16 dicembre, la Casa Bianca ha annunciato un blocco totale delle esportazioni di petrolio del Venezuela, una misura attuata tramite il sequestro di diverse petroliere nei Caraibi e nell’Atlantico settentrionale.


La situazione negli Stati Uniti

Qui il problema non sono tanto le guerre quanto le proteste e le manifestazioni, spesso degenerate in violenza e, in alcuni casi, con un bilancio di morti e feriti.

Nel 2025 le manifestazioni negli States sono aumentate del 77% rispetto all’anno precedente, raggiungendo il livello più alto dal 2020. Al centro della protesta: quelle anti-Trump, in particolare sul tema migratorio. Circa il 60% di queste ha espresso sostegno ai migranti o opposizione alle politiche dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Le proteste pro-migrazione si sono concentrate soprattutto nelle città coinvolte in grandi operazioni di controllo e deportazione, come Chicago, Portland e Los Angeles, dove è aumentato anche il numero di manifestazioni con intervento diretto delle forze dell’ordine.

Ma ciò che più preoccupa - e purtroppo non sorprende - è il ritorno delle manifestazioni armate.
Sebbene il 97% delle proteste non abbia registrato episodi di violenza né interventi di polizia, in oltre 50 manifestazioni erano presenti armi da fuoco, un dato più che raddoppiato rispetto al 2024. Circa il 17% di queste proteste armate è degenerato in episodi violenti, rendendole oltre cinque volte più inclini alla violenza rispetto a quelle disarmate. Diversi sono stati i casi in cui, durante manifestazioni contro l’ICE, si sono registrati feriti da arma da fuoco. Più recentemente, anche morti.


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Scontri e tensioni varie non sono mancate nemmeno nell’area dell’Asia-Pacifico, con instabilità diffusa e nuove escalation.

Nel dicembre 2025, l’area Asia-Pacifico ha registrato un aumento delle tensioni politiche e militari, culminato a inizio gennaio 2026 in una fase di forte instabilità regionale.

In Bangladesh, l’uccisione del leader studentesco Sharif Osman Hadi ha scatenato rivolte su scala nazionale: dal 5 agosto 2024 si contano oltre 150 attacchi contro la minoranza indù, con almeno 5 morti nel solo 2025.

Sul fronte militare, il conflitto tra Thailandia e Cambogia (7–27 dicembre) è stato il più grave dell’anno: tre settimane di combattimenti con aviazione, artiglieria e droni, decine di vittime e ampi sfollamenti civili, prima di un cessate il fuoco considerato fragile.

In Myanmar, pur con un calo del 17% degli scontri nel 2025 rispetto al 2024, il conflitto si è spostato: –37% di combattimenti nella regione di Sagaing, mentre il sud (Ayeyarwady e Kayin) è diventato il nuovo epicentro della guerra.

In Pakistan, la provincia di Khyber Pakhtunkhwa ha vissuto una forte escalation tecnologica: quasi 100 attacchi con droni nel 2025, un record, con almeno 27 militanti uccisi in sei raid nel solo dicembre.

Nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan, la Cina ha aumentato la pressione militare e navale: oltre 20 incidenti con le Filippine nel 2025, e il 29 dicembre ha lanciato le esercitazioni “Justice Mission 2025”, le più imponenti attorno a Taiwan dal 2022, con fuoco vivo fino a 24 miglia nautiche dalla costa.


Europa: tra caos politico e proteste

Nel vecchio continente il caos sembra ormai strutturale. Solo a dicembre 2025 si sono registrate oltre 1.100 proteste di agricoltori, più della metà in Grecia e circa un terzo in Francia. I motivi? Irregolarità nella distribuzione dei sussidi UE, aumento dei costi di produzione, concorrenza sleale.
In Grecia, i blocchi di porti, aeroporti, autostrade e valichi hanno avuto pesanti ricadute sul turismo natalizio: in alcune zone le prenotazioni sono crollate del 50%.
In Francia e Belgio, le proteste sono sfociate in violenze, con scontri con la polizia e incendi nel quartiere europeo di Bruxelles.

Sul piano politico, il caso più eclatante è quello della Bulgaria: la bozza di bilancio 2026, che prevedeva un aumento dell’imposta sul reddito, ha scatenato quasi 100 proteste in oltre 30 città e portato alle dimissioni del governo l’11 dicembre.


Ucraina-Russia: il conflitto si espande su nuovi fronti

A fine 2025, il conflitto ha subito un’evoluzione significativa. Per la prima volta, Kiev ha esteso gli attacchi con droni alle infrastrutture petrolifere e del gas russe nel Mar Caspio, colpendo piattaforme offshore e navi militari e logistiche. Almeno un impianto ha dovuto sospendere le attività.
Parallelamente, gli attacchi nel Mar Nero hanno costretto Mosca a modificare le rotte commerciali con molte navi che evitano ormai l’attraversamento diretto del bacino.

La risposta russa sembra che si sia concentrata soprattutto sulla regione di Odessa, colpita da bombardamenti sistematici su infrastrutture energetiche e portuali. A metà dicembre, oltre un milione di persone è rimasto senza elettricità, acqua o riscaldamento per giorni. Il 19 dicembre, un missile balistico con munizioni a grappolo ha colpito il porto di Pivdennyi, causando 8 morti civili e circa 30 feriti, in gran parte camionisti. 


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Sul terreno, Mosca ha conquistato 33 insediamenti nel solo dicembre, oltre la metà nella regione di Donetsk. Nel frattempo, l’Unione europea - pur alle prese con rilevanti problemi interni - ha approvato un prestito da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina per il biennio 2026–2027.

Passiamo ora al Medio Oriente, dove la fine del 2025 ha segnato il consolidamento del controllo israeliano su Gaza, con una guerra che ha prodotto violenze di massa e che molti osservatori e organizzazioni internazionali definiscono come un genocidio ai danni del popolo palestinese.

Nel solo mese di dicembre sono stati registrati oltre 320 attacchi israeliani, tra bombardamenti, raid aerei e con droni - un numero in lieve aumento rispetto a novembre.
Le operazioni si sono concentrate nella cosiddetta “Zona Gialla”, sotto diretto controllo israeliano, dove l’obiettivo principale è il consolidamento territoriale. Le demolizioni di abitazioni civili sono proseguite senza sosta, con attacchi su aree densamente abitate come Bani Suhaila, a Khan Younis.
Le forze israeliane hanno impiegato carri armati e droni, colpendo soprattutto lungo una linea di demarcazione fluida e in continua espansione verso ovest, anche dopo il cessate il fuoco. Civili, inclusi bambini che raccoglievano legna, sono stati uccisi in queste aree. E non è un caso che proprio a dicembre 2025 siano stati documentati nuovi avanzamenti israeliani, inclusi ingressi nel quartiere al-Tuffah di Gaza City.

In Iran, il 2025 si è chiuso con una nuova ondata di proteste su scala nazionale. Le manifestazioni iniziate contro la crisi economica si sono rapidamente trasformate in un movimento antigovernativo. Fonti di monitoraggio riportano che le forze di sicurezza avrebbero ucciso diverse migliaia di persone, e che gli arresti di massa abbiano superato le decine di migliaia. Tuttavia, a causa dei blackout di rete e di comunicazione, non è possibile verificare in modo indipendente l’entità della repressione.
Secondo alcune organizzazioni per i diritti umani, sono stati confermati finora quasi 550 morti, tra cui circa 50 appartenenti alle stesse forze di sicurezza.
A rendere il contesto ancora più instabile, le minacce del presidente Donald Trump di un possibile intervento militare anche in Iran.

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Come è iniziato il 2026 e come potrebbe proseguire

Anche se per il momento i dati sono incompleti, è già possibile constatare che il 2026 si apre esattamente dove il 2025 si è chiuso: con un livello di violenza strutturale già normalizzato. Non c’è una rottura, non c’è discontinuità. C’è semmai un consolidamento. I dati di fine 2025 funzionano infatti come una soglia: superata quella, il nuovo anno eredita conflitti, attori, strumenti e logiche senza alcun tipo di reset politico o diplomatico. 

Difatti, tre elementi sembrano destinati a caratterizzare il 2026.

Il primo è la centralità dello Stato che in diversi Paesi appare come attore violento, sia nei conflitti internazionali sia nella gestione dell’ordine interno. Droni, bombardamenti mirati, repressione delle proteste e uso della forza come linguaggio politico non sono più l’eccezione, ma la prassi. 

Il secondo è l’aumento dell’intensità, più che del numero, degli eventi violenti. Meno episodi in alcune aree, ma che spesso sono più letali. Una tendenza già evidente nel 2025 e che nei primi giorni del 2026 trova conferma in Africa, in America Latina e nei vari teatri di guerra attivi. 

Il terzo è la progressiva erosione dei meccanismi di controllo e trasparenza, soprattutto sul piano militare ed economico. Più spesa per la difesa, meno accountability, con sempre meno intenzioni di dover rendere conto delle proprie decisioni e azioni ai cittadini e organismi di controllo. Un mix che riduce lo spazio per il dissenso e rende più opaca la gestione del potere. 

Insomma, se non interverranno cambiamenti significativi - politici, diplomatici o sociali - il 2026 rischia di non essere un anno di crisi, ma, nella migliore delle ipotesi, un anno di ulteriore normalizzazione della violenza e degli effetti disumani delle guerre e dei conflitti che ormai attraversano il mondo. Una violenza che non fa più notizia perché attesa, prevista, messa a bilancio. Perché, alla fine, come direbbe Trump, “Things happen” (“le cose succedono”).

Elaborazione di copertina by Paolo Bassani. Realizzata con supporto IA

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