All’evento della Fondazione Gianni Minà, il sostituto procuratore alla DNA denuncia gli attacchi ai principi costituzionali
“Non possiamo più permetterci di assistere inermi al fatto che, sempre con evidenza maggiore, la nostra Costituzione venga quotidianamente elusa, tradita, calpestata”. È da qui che prende forma l’intervento del sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, parole che racchiudono il senso più profondo della sua partecipazione all’incontro “Solidarietà, utopia necessaria”, tenutosi questa mattina all’interno della Casa della solidarietà nel quartiere San Lorenzo. Promosso dalla Rete dei Numeri Pari - al cui interno vi sono varie realtà tra cui la Fondazione Gianni Minà -, l’evento tiene insieme memoria, impegno civile e riflessione sul presente, nel segno di un giornalismo libero e coraggioso come quello di Gianni Minà.
Di Matteo spiega di aver aderito “subito, con grande piacere ed emozione” all’invito ricevuto dalla Fondazione, perché ricordare Gianni Minà significa richiamare alla memoria “non solo un grande giornalista, ma prima ancora un uomo coraggioso e libero”. Ed è proprio nel solco di questa libertà che il magistrato sceglie di intervenire portando “un punto di vista particolare, quello del giurista”, per riflettere sul tema della solidarietà come valore fondante della convivenza umana. Una solidarietà che, sottolinea, viene sistematicamente negata da quei fenomeni criminali che fondano il proprio potere “sull’uso della violenza, della prepotenza e dell’aspirazione al dominio”, ovvero mafie, corruzione e sistemi di privilegio che continuano a condizionare profondamente il Paese.
“La solidarietà non dovrebbe essere un’utopia, non dovrebbe essere un sogno irrealizzabile - dice -. Dovrebbe essere la linea fondante della nostra vita pubblica, perché insieme alla dignità della persona, alla libertà, al ripudio della guerra, la solidarietà costituisce l’asse portante della nostra Costituzione”. Una Costituzione che oggi appare sempre più fragile di fronte a un sistema di potere nel quale “sulla forza delle regole e sul rispetto del diritto sembra prevalere la legge spietata del più forte”.
In questo scenario, la Carta costituzionale diventa, aggiunge Di Matteo, “il baluardo sul quale dobbiamo trovare la forza di fondare la nostra resistenza, ma anche la nostra reazione civile e pacifica”. Un testo che non è un documento astratto, ma un corpo vivo: “Il fresco profumo della solidarietà pervade la nostra Costituzione, ce n’è traccia in ognuno dei 139 articoli che la compongono”. Solidarietà che si intreccia con eguaglianza, libertà, dignità, giustizia, diritto alla salute, equilibrio tra i poteri dello Stato e indipendenza della magistratura “a garanzia di tutti i cittadini, delle minoranze politiche, dei più deboli”, aggiunge.
Parole che oggi rischiano di apparire “vuote, concetti astratti, patrimonio di illusi e ingenui idealisti”, ma che invece, rappresentano “i capisaldi sui quali dobbiamo tornare a impegnarci tutti, ognuno con il proprio ruolo”. L’arma da impugnare in questa battaglia è una sola: “La nostra Costituzione”, ribadisce con forza.
Il magistrato richiama alcuni articoli emblematici. Tra questi l’articolo 2, che parla di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale; l’articolo 3, che non si limita a proclamare l’eguaglianza formale, ma affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: “Un contenuto programmatico che di fatto è spesso trascurato e dimenticato”. Poi l’articolo 11, il ripudio della guerra, che Di Matteo collega alle violazioni attuali: “In questo periodo abbiamo assistito a una violazione continua e costante di questo principio costituzionale”. E denuncia senza ambiguità la responsabilità dell’Italia nell’esportazione di armi e nel sostegno a guerre, massacri e “all’ignobile genocidio del popolo palestinese”.
Cita poi l’articolo 32, il diritto alla salute, svuotato dalla realtà quotidiana: “Assistiamo ogni giorno al fenomeno di cittadini che rinunciano a curarsi”, perché la sanità pubblica non riesce più a garantire cure tempestive ed efficaci. Infine, l’articolo 41, che subordina l’iniziativa economica all’utilità sociale e alla dignità umana: “Quando ascoltiamo ogni giorno le notizie sugli infortuni sul lavoro e sulla mortificazione della dignità del lavoratore, dobbiamo avere la consapevolezza che ci stiamo rassegnando a una vera e propria violazione della Costituzione”.
Da qui l’allarme più netto: “Mentre tanti agiscono per cambiare la Costituzione, noi dobbiamo fare di tutto perché la Costituzione sia semplicemente applicata”. In questo scenario rientrano le riforme Cartabia e Nordio, e anche il referendum sulla giustizia che chiamerà i cittadini alle urne il prossimo 22 e 23 marzo. Tutti interventi volti a “limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Non possiamo più permetterci di assistere inermi al fatto che la nostra Costituzione venga quotidianamente tradita e calpestata”, ribadisce il magistrato.
“Oggi ho l’onore di vivere questa esperienza all’interno di un bene confiscato alla criminalità organizzata”. Da qui il passaggio alla riflessione sulla mafia, sulla sua storia e sulla sua capacità di sopravvivere grazie ai rapporti con il potere politico e imprenditoriale. Un Paese, ricorda, che ha conosciuto stragi, omicidi eccellenti, 38 magistrati uccisi, giornalisti, sacerdoti, ufficiali delle forze dell’ordine eliminati. “Tutto questo non è avvenuto perché la mafia fosse così forte da piegare lo Stato, ma perché ha sempre avuto la capacità di creare rapporti con il potere”.
La mafia come “potere nel potere”, capace di trasformarsi. Oggi, avverte Di Matteo, non fa meno paura solo perché spara di meno. “Ha adottato una strategia diversa, più silente”, preferendo “penetrare l’economia, l’imprenditoria, la grande finanza”, attraverso la corruzione. Per questo mafia e colletti bianchi sono “due facce della stessa medaglia criminale”. Mentre esistono strumenti incisivi contro la mafia militare, “non c’è stata la stessa volontà di combattere il fenomeno corruttivo”, con il risultato di un sistema che garantisce di fatto “una sorta di impunità” ai potenti.
“Si va nella direzione di una giustizia a due velocità - continua - severa con gli ultimi della società, ma con le armi spuntate nei confronti dei delinquenti col colletto bianco”. Un percorso che, per Di Matteo, è coerente con l’obiettivo di “creare uno scudo di protezione per i potenti”. Una prospettiva “particolarmente dolorosa” per chi ha giurato sulla Costituzione e ha visto cadere magistrati come Falcone e Borsellino.
Il richiamo finale è proprio a Giovanni Falcone e alla sua celebre frase sulla mafia come fenomeno umano destinato ad avere una fine. Un sogno non ancora realizzato, che potrà concretizzarsi solo a due condizioni: “Che la politica metta davvero la lotta a mafia e corruzione al primo punto di ogni agenda” e che dal basso, soprattutto dai giovani, parta una rivoluzione culturale contro la mentalità della raccomandazione, del favore, dell’appartenenza e della rassegnazione. “Solo allora - conclude Di Matteo - potremo sperare che il sogno di Falcone venga un giorno a compimento”.
Foto © Luca Staiano
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