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L’intervista del sostituto procuratore nazionale antimafia a Klaus Davi

Il pm Nino Di Matteo, sostituto procuratore presso la Direzione investigativa antimafia, ha lanciato un duro monito contro il progetto di riforma della giustizia in discussione, definendolo un intervento che favorisce direttamente gli interessi della criminalità organizzata e protegge i centri di potere consolidati. Intervistato da Klaus Davi nel talk KlausCondicio, disponibile su YouTube, il magistrato ha spiegato che ogni misura in grado di ridurre l’indipendenza della magistratura o di screditarla agli occhi dell’opinione pubblica rappresenta un vantaggio strategico per la mafia. Ha precisato: “qualsiasi riforma”, come questa, che mira a comprimere l’autonomia e l’indipendenza, arrivando anche alla delegittimazione vera e propria della magistratura, sono “manna che cade dal cielo per i mafiosi” e fanno “piacere alla criminalità organizzata. Soprattutto oggi che la criminalità organizzata, più di ieri, si muove attraverso altri sistemi, preferisce corrompere piuttosto che intimidire”. 

Di Matteo ha poi criticato duramente la narrazione secondo cui l’intervento normativo servirebbe a impedire errori giudiziari gravi come quelli dei casi Tortora o Garlasco, definendola una “mistificazione” e una “falsificazione” destinata a incrementare il discredito verso le toghe. “La mafia ha sempre avuto interesse che la magistratura non goda della fiducia dei cittadini perbene e che sia controllabile dalla politica”, ha dichiarato testualmente il magistrato. Il pm ha ricordato che storicamente la mafia ha sempre considerato un pericolo il magistrato capace di agire in piena autonomia, con indipendenza e con gli strumenti investigativi necessari: “La mafia ha avuto sempre interesse che la magistratura non godesse dell’appoggio dei cittadini. Il magistrato autonomo, indipendente e con strumenti adatti per poter indagare è sempre stato visto come un pericolo”. 

Infatti, come ha ricordato Di Matteo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che questa riforma sarebbe soltanto l’inizio di una serie di provvedimenti che toglierebbero “al pubblico ministero il ruolo di coordinatore delle indagini e quindi il coordinamento della polizia giudiziaria”. Cioè il pubblico ministero diverrebbe un “notaio” della polizia, cioè un “soggetto” che, sulla scorta delle indagini che gli vengono fornite, dovrà decidere “se fare o meno il processo”. Questo costituirebbe un passo indietro per le “garanzie di tutti i cittadini”. Il pm “finirebbe per perdere quella cultura della giurisdizione che fino ad ora ha accumulato dai giudici prima che le carriere fossero separate”. Di conseguenza non sarebbe più colui che “è ora”, cioè colui che deve “cercare la verità”, ma si trasformerebbe nell’“avvocato dell’accusa”. 

Il contesto attuale, secondo Di Matteo, è segnato quindi da un peggioramento del clima intorno alla giustizia: “Il clima intorno alla giustizia si sta facendo pesante”, caratterizzato da “un clima di rivalsa nei confronti della magistratura” che “ha perso in parte la sua credibilità”. Una porzione rilevante del “potere politico, economico e imprenditoriale, in alcuni casi anche mafioso”, starebbe perseguendo “rivalsa e vendette”, con l’obiettivo preciso di “evitare che in futuro i magistrati possano continuare a fare inchieste e celebrare i processi che riguardano anche il potere così come è stato nel ’91-’92” (riferendosi a Tangentopoli e alle indagini successive sui legami tra mafia e politica). Pur ammettendo che “anche la magistratura ha le sue colpe”, Di Matteo ha sottolineato che questo non cambia la sostanza: “Ciò non toglie che la riforma che stanno portando avanti vuole limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”. L’esito finale, a suo giudizio, sarebbe “creare uno scudo per i potenti”, non limitato ai soli politici, bensì esteso a “tutto il sistema di potere che si è consolidato in Italia”.

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