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Nel 1980 era agente della Mobile sotto Contrada: per i pm di Palermo fece sparire il guanto trovato nella 127 dei killer 

A carico di Filippo Piritore, ex funzionario della Squadra mobile di Palermo (all’epoca guidata da Bruno Contrada), accusato di aver depistato le indagini sull’omicidio Mattarella, le prove sarebbero più che evidenti per andare direttamente a dibattimento, saltando l’udienza preliminare. È questa la valutazione dei magistrati di Palermo Francesca Dessì e Antonio Carchietti, che hanno chiesto per l’indagato il giudizio immediato. A darne notizia è La Repubblica.
Piritore, attualmente agli arresti domiciliari, era stato arrestato a ottobre perché ritenuto dalla Procura il principale responsabile della scomparsa del guanto ritrovato nell’auto utilizzata dai killer: un reperto fondamentale per risalire all’identità degli assassini del presidente della Regione Siciliana, ancora ignoti dopo 46 anni.
Per il delitto erano stati assolti definitivamente i terroristi neri Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini e, l’anno scorso, la Procura guidata da Maurizio de Lucia ha iscritto nel registro degli indagati due boss mafiosi di altissimo profilo, Nino Madonia e Giuseppe Lucchese, come esecutori materiali. Terroristi o mafiosi: questi gli ambienti da cui proverrebbero i sicari. Oppure entrambi, come ipotizzava Giovanni Falcone all’epoca, coinvolti in una convergenza di interessi.
Di certo, l’analisi del guanto in pelle da parte dei forensi avrebbe potuto dipanare i dubbi su chi fosse effettivamente presente nella Fiat 127 usata dai killer per l’agguato di via Libertà, la mattina del 6 gennaio 1980. Il referto, preziosissimo, però, sparì nel nulla.
Ai pm che lo hanno sentito come testimone nel settembre 2024, Piritore ha raccontato - mentendo, secondo la Procura di Palermo - di aver inizialmente affidato il guanto all’agente della Polizia scientifica Giuseppe Di Natale (dattiloscopista e, all’epoca dei fatti, anche in malattia), il quale avrebbe dovuto consegnarlo a Pietro Grasso, allora sostituto procuratore titolare delle indagini sull’omicidio.
Il magistrato, sempre secondo il racconto di Piritore, avrebbe poi disposto di far restituire il reperto al Gabinetto regionale di Polizia scientifica. Piritore, a quel punto, lo avrebbe consegnato, con relativa attestazione, a un altro componente della Polizia scientifica di Palermo, Lauricella, per lo svolgimento degli accertamenti tecnici. L’indagato ha inoltre sostenuto che la Squadra mobile fosse in possesso di un’annotazione da cui risultava la consegna.
Secondo l’accusa, però, quella raccontata dall’ex funzionario sarebbe una storia inverosimile e illogica, dalla quale emergerebbe che una prova decisiva - tanto che della sua esistenza fu informato anche l’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni - sarebbe stata sballottata per giorni senza motivo da un ufficio all’altro. Le dichiarazioni dell’ex funzionario, inoltre, cozzerebbero con le testimonianze dei protagonisti della vicenda, come Piero Grasso e l’agente Di Natale, che hanno entrambi negato quanto affermato da Piritore. “Qualcuno mi avrà detto di procedere in quel modo, forse i miei dirigenti dell’epoca”, ha dichiarato Piritore davanti al gip che aveva disposto il suo arresto per depistaggio. Secondo i pm, l’indagato, mentendo, starebbe proteggendo qualcuno.
Il Tribunale del Riesame di Palermo, che a fine dicembre ha negato la revoca dei domiciliari, è stato chiaro: “È necessario impedire a Piritore di usufruire di quel reticolo di contatti che lo stato di quiescenza non ha potuto cancellare istantaneamente - ha scritto il collegio presieduto da Antonella Pappalardo - e nei quali deve ritenersi ancora inserito, al fine di compromettere la genuina acquisizione degli elementi probatori e porre in essere attività finalizzate a depistare il corso delle indagini o a condizionare l’accertamento della verità processuale”.  

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