Il sostituto procuratore nazionale antimafia ospite dall'Officine delle Culture a Scampia
"Ho ascoltato il Presidente del Consiglio sostenere, in un'occasione pubblica, che se i cittadini sono scontenti dell'andamento della giustizia devono votare 'Sì' al referendum. Io continuo a dire e a ribadire che questa riforma con l'andamento della giustizia e con i problemi della giustizia non c'entra assolutamente nulla. Si tratta di una riforma contro la magistratura".
Non usa giri di parole il Sostituto procuratore nazionale alla Dna Nino Di Matteo parlando del referendum sulla separazione delle carriere. Lo fa a Scampia, all’interno dell’Officina delle Culture Gelsomina Verde, un tempo piazza di spaccio e simbolo del potere camorristico, oggi luogo di rinascita sociale: biblioteca condivisa, doposcuola, laboratori artistici, sportivi e fotografici, case-famiglia, sportelli anticamorra, antiracket e antiviolenza, percorsi lavorativi per detenuti e giovani del territorio. Un presidio sociale nato dal basso, senza il sostegno della politica ma grazie alla comunità, e che ora accoglie un magistrato simbolo della lotta alla criminalità organizzata — proprio nel posto in cui un tempo regnavano le mafie.
A margine di un evento organizzato dall’Associazione Schierarsi, ai microfoni di ANTIMAFIADuemila Di Matteo spiega perché il referendum rappresenti un pericolo. "Non è una riforma della giustizia, non riguarda la lentezza dei processi, le garanzie degli imputati, la certezza della pena. Questa è una riforma della magistratura e contro la magistratura, contro la sua autonomia e indipendenza" afferma. Per il magistrato è necessario guardarsi attorno: nei Paesi dove le carriere tra pubblico ministero e giudice sono separate, il pm dipende dal Governo, dal Ministro della Giustizia, dalla politica. "Sottoporre il pubblico ministero al controllo dell'esecutivo significa, in prospettiva, una lesione dei diritti e delle garanzie dei cittadini — soprattutto delle minoranze e di chi ha idee diverse dal potere di turno".
La domanda è ovvia: “Cosa succederebbe all’Italia?” “Verrebbe meno la possibilità di portare avanti le inchieste che hanno fatto la storia giudiziaria del Paese – dice -. Questa riforma è fatta con spirito di rivalsa verso quella magistratura che ha avuto il coraggio di indagare sui potenti, sulle collusioni tra mafia e politica, sui sistemi corruttivi. Un pm controllato dal Ministero non avrebbe mai la forza di fare quelle inchieste".
E a chi sostiene che i giudici oggi si uniformino alle richieste dell’accusa, il magistrato ribalta con i dati: "Nel 54% dei processi di primo grado le sentenze non coincidono con le richieste dei Pubblici Ministeri. Non esiste nessun appiattimento. È una mistificazione".
Quanto all’importanza di presidi territoriali come quello a Scampia, Di Matteo riflette su ciò che serve davvero per sconfiggere le mafie. "Io sono sempre stato convinto che non basti l'apparato repressivo dello Stato. La guerra che Falcone sognava di vincere si realizzerà solo se nascerà una rivoluzione culturale dal basso, dai cittadini, dai giovani".
L’Officina delle Culture diventa allora esempio concreto di ciò che potrebbe cambiare il Paese: "Qui vedo una parte significativa del popolo che reagisce, che difende la dignità della propria terra. Questo è un segnale di speranza contro la mentalità mafiosa".
Infine, il magistrato si sofferma su un tema che ritorna ciclicamente nella storia italiana: l’assenza di responsabilità politica. Riflettendo sul cosiddetto sistema cuffariano, Di Matteo denuncia un nodo irrisolto: "In Italia sembra non esistere una responsabilità politica che prescinda dal reato. Se non c’è condanna, tutto viene accettato". Una degenerazione che non nasce oggi ma si è aggravata nel tempo: "Perfino dopo sentenze passate in giudicato ci sono esponenti politici che hanno continuato a governare regioni importanti come la Sicilia. Il dramma è che si delega tutto alla magistratura. Ma il dovere della politica dovrebbe essere altro, e molto di più".
A Scampia, tra le mura che un tempo custodivano paura e silenzio, oggi risuona un richiamo alla vigilanza democratica. Di Matteo lancia un allarme che riguarda tutti: la giustizia non è solo procedura — è equilibrio dei poteri, tutela dei diritti, difesa dei più deboli. E senza un pubblico ministero libero dalla politica, quel fragile equilibrio rischia di spezzarsi.
Foto © Jamil El Sadi
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