Il convegno di ANTIMAFIADuemila con Giuseppe Conte. Moderato da Aaron Pettinari e Jamil El Sadi
Dalla Sicilia si serrano i ranghi contro l’affarismo e si levano gli scudi a difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Membri delle opposizioni, familiari di vittime di mafia, giuristi, giornalisti e giovanissimi rappresentanti della società civile si sono confrontati in un convegno nato dall’esigenza di affrontare con chiarezza e responsabilità i recenti fatti legati al cosiddetto Cuffarogate e, più in generale, le dinamiche di malagestione della sanità, degli appalti e dei sistemi di potere che incidono sulla vita pubblica dell’Isola e dell’Italia. Sullo sfondo, il pericolo della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, su cui gli italiani saranno chiamati a votare il prossimo anno. “Politica & Malaffare: l’unica separazione utile ai cittadini”: questo il titolo dell’iniziativa organizzata da ANTIMAFIADuemila, con il contributo del Movimento 5 Stelle al teatro “Al Massimo” di Palermo e moderata da Aaron Pettinari e Jamil El Sadi (capo redattore e redattore della rivista). Ad aprire i lavori i giovanissimi della CGIL, UDU, Attivamente e Our Voice.
"Quello che è intollerabile è che questa maggioranza governativa di cui fanno parte componenti politiche, eredi del mondo del piduismo, dell'alta mafia, cioè di quei mondi che hanno ostacolato in tutti i modi Falcone e Borsellino, che li hanno delegittimati con martellanti campagne di stampa, che li hanno ridotti all'impotenza, pretendono oggi di appropriarsi strumentalmente della memoria di Falcone e di Borsellino, sostenendo che essi erano d'accordo con Silvio Berlusconi, padre spirituale della riforma e della separazione delle carriere. Lo stesso Berlusconi, che sia Falcone che Borsellino, sapevano avere rapporti con i mafiosi. Giù le mani da Falcone e da Borsellino! Lasciateli riposare in pace dopo che li avete tormentati in vita!" ha gridato l'ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore Roberto Scarpinato in conclusione del suo accorato intervento durante il quale ha poi esposto un’analisi approfondita e severa dell’attuale classe dirigente italiana, “una cricca” i cui membri oggi “non avvertono più la necessità di nascondersi”. Basti pensare alla permanenza in politica di “condannati come Dell’Utri e Cuffaro”. Quest’ultimo - ha aggiunto Scarpinato - era “pronto a ricandidarsi di nuovo come governatore”.
L’ex magistrato ha denunciato una “sintonia culturale” tra vertici politici regionali e nazionali, in cui imputati o condannati per mafia e corruzione vengono presentati come “vittime di abusi giudiziari”. Addirittura i magistrati sono appellati come “nemici” - persino “killer” - mentre mafiosi e corrotti vengono descritti come perseguitati dalla giustizia. "La Sicilia è sempre stata e resta tutt'oggi una delle architravi del sistema di potere nazionale. Il blocco sociale che si aggrega intorno al nucleo portante della borghesia mafiosa e paramafiosa continua a avere oggi, come ieri, un peso politico, un potere di negoziazione in grado di condizionare gli equilibri politici nazionali. E questo governo nazionale si regge sui voti di questo blocco sociale. E dobbiamo anche essere consapevoli che tutto quello di cui stiamo parlando non è riducibile a questione morale, non è riducibile a questione giudiziaria. Nel nostro Paese la questione criminale è inestricabilmente connessa alla questione dello Stato e della democrazia perché quote consistenti della classe politica esercitano il potere con modalità criminali che si declinano nella forma della corruzione, del lobbismo, dei segreti matrimoni di interesse con le mafie. La situazione quindi è più grave rispetto al passato", ha detto Scarpinato.
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La posta in gioco del referendum viene descritta dall'ex procuratore generale come una “emergenza democratica”: il “no” significa rifiutare lo smantellamento delle tutele costituzionali e opporsi al tentativo di mettere la magistratura “sotto il tallone della politica”.
“Credo che tutto quello che sta accadendo sia inaccettabile, perché mina alla base un principio fondamentale del nostro convivere: che la legge è uguale per tutti”, ha commentato il presidente Giuseppe Conte aggiungendo: "Quello che dà più fastidio a chi ha portato in Parlamento questa proposta di riforma costituzionale, ciò che dà più fastidio a chi sta lavorando ormai da qualche anno per modificare il nostro sistema penale, è proprio questo: non si vuole che la legge sia uguale per tutti. Ci sono alcuni che, secondo loro, sono più uguali degli altri. Secondo loro sono i politici, la classe politica, i loro amici, i colletti bianchi complici. Ma soprattutto — penso — il governo lo ha detto chiaramente quando si è lasciato sfuggire, in un barlume di sincerità e autenticità: ha detto 'Ma di che cosa si lamenta l'opposizione? Se domani dovessero andare anche loro al governo, anche loro beneficeranno di questa legge di riforma costituzionale'.
E noi riteniamo che la legge è uguale per tutti, mentre i politici hanno un dovere in più. È proprio su questo". "La nostra è una resistenza, perché abbiamo raggiunto addirittura l’acume quando, nella Commissione parlamentare antimafia, hanno scoperto il volto e hanno gettato sul tavolo una norma per approvarla adesso. L’hanno accantonata, ma è sempre lì: sono pronti a tirarla fuori. Hanno cioè introdotto — questo è l’obiettivo — una norma che genera un'incompatibilità per i componenti della Commissione parlamentare antimafia quando si trovano in conflitto di interessi rispetto alle questioni trattate. Il conflitto di interessi verrebbe deciso e valutato dalla Commissione parlamentare stessa, a maggioranza — semplice maggioranza — e loro hanno una maggioranza, senza nessuna possibilità poi di un’impugnazione o di un giudizio di appello. E quale sarebbe il disegno? Che le persone che vedete qui alle mie spalle, Roberto Scarpinato, Federico Cafiero de Raho, che sono una componente essenziale di questa Commissione parlamentare antimafia — gli abbiamo chiesto di impegnarsi in politica per continuare a svolgere una funzione civile essenziale, quella di accertare quell’intreccio perverso delle strategie di mafia del ’92-’93, che ha coinvolto non solo la mafia, pezzi importanti delle cosche mafiose, ma anche pezzi importanti dello Stato deviati, e le versioni nere — sarebbero in conflitto di interessi, pensate. In conflitto di interessi perché, da magistrati, avrebbero indagato questi fenomeni, avrebbero sconfitto la mafia, lottato contro la mafia, contro il clan dei Casalesi", ha spiegato Giuseppe Conte.
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Un sistema fascista che si crede al di sopra della legge
Di grande peso sono state le parole di Salvatore Borsellino, collegato da Milano, che ha commentato con amarezza la vicenda Cuffaro. “Il clientelismo, il trasformismo, il mercimonio dei voti sono tornati in questa terra”. “Ai funerali di mio fratello la gente, soprattutto i giovani, gridava ‘Paolo, Paolo’. Sembrava una promessa per quella lotta che era stata così bruscamente interrotta. I balconi di Palermo si riempivano di scritte e lenzuola. Mi ero illuso che Palermo, la Sicilia, si fosse finalmente svegliata e che quel sacrificio di sangue avesse rappresentato una svolta, e che il sogno d’amore di mio fratello potesse finalmente realizzarsi. A poco a poco tutto è tornato come prima”, ha ribadito: "Mercimonio di voti, clientelismo, trasformismo, Sono tornati a imperare. Sono tornati a imperare in questa nostra terra. E non hanno un solo colore. Avevo ventisette anni quando ho lasciato la mia terra perché, in una città in cui dominava la mafia — anzi, in una città in cui c’era la mafia al posto dello Stato — non ci poteva essere lavoro per un ingegnere; non potevo credere in un futuro per i miei figli. Oggi, che mi resta ormai poco tempo da vivere, a fronte di quello che sta accadendo nel nostro Paese, degli attentati all’indipendenza della magistratura, dei tentativi di stravolgimento della nostra Costituzione, anche se è ormai difficile continuare a sperare, anche se ormai posso solo sperare che questi giovani riescano dove noi abbiamo fallito, vi giuro: continuerò a combattere fino all’ultimo giorno della mia vita, fino al mio ultimo respiro". Combattere contro "un potere che si sente al di sopra della legge”, ha aggiunto Marta Capaccioni di Our Voice.
“Un sistema di potere nato durante il regime e che ha continuato a condizionare sotto banco il nostro Paese dalla fine della Seconda guerra mondiale fino a oggi”. La riforma della separazione delle carriere, secondo la giovane attivista, rientrerebbe in questa logica: “Si tratta di una riforma pericolosa, che creerà un sistema giustizia fortemente diseguale e classista. Sarà il passo decisivo verso l'accentramento di tutti i poteri nelle mani del governo e la sottoposizione del pubblico ministero al potere esecutivo per sopprimere definitivamente ogni forma di controllo esterno sull'operato della politica. Ecco, io vi chiedo, se venissimo fermati in mezzo al corteo, portati in questura e poi a processo, ci sentiremmo più tutelati, con il pubblico ministero indipendente oppure con un pubblico ministero che risponda alle direttive politiche del Ministero della Giustizia e quindi del Governo. Ci sentiremmo più tutelati ad avere un pubblico ministero che cerca le prove solo per incolparci o un pubblico ministero che cerca le prove anche a nostro favore. Queste sono le domande concrete che dobbiamo porci perché questa è la grande posta in gioco con questa riforma che ci riguarda tutti". “Il sistema clientelare stritola la nostra terra da decenni”, ha ricordato Andrea La Torre di Attivamente. “Abbiamo una classe dirigente predatoria che mangia giorno dopo giorno il futuro della nostra regione e il nostro futuro. Diceva Goethe: in Sicilia la chiave di tutte, d'altronde sono passate dalle trame più oscure della nostra storia e lo sappiamo benissimo. Quando il ministro della giustizia, Carlo Nordio, dice che non conosce il piano della loggia massonica P2, io non penso dica la verità. Non credo che un ex magistrato con una carriera pluridecennale alle spalle non possa davvero non conoscere il piano di una loggia massonica che ha attaccato la Costituzione che lui stesso dovrebbe difendere. Temo però che ci sia una verità di fondo di cui lui stesso si fa interprete".
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Anche Olga Giutta, della CGL Giovani Palermo e Francesco Amante, Università di Palermo hanno dato il loro contributo per quanto riguarda l'antimafia sociale: "L'antimafia sociale e la giudiziaria non sono alternative l'una all'altra, sono piuttosto complementari - ha detto Olfa - E proprio perché sono così interconnesse è necessario che la magistratura resti un potere autonomo dalla politica, e questo lo dobbiamo ribadire fortemente perché, troppo spesso, purtroppo, la politica ha dimostrato di non essere in grado di evitare connessioni con questo sistema mafioso e clientelare"."Io, da studente universitario - ha ribadito Amante - pongo la mia speranza, perché oggi serve che le università, così come tutti i luoghi del sapere, debbano fare enormi passi avanti per combattere il fenomeno mafioso. Per noi le università, dalla governance alla componente studentesca, devono schierarsi apertamente contro le pratiche clientelari portate avanti nel pubblico impiego, perché il lavoro svolto nelle aule e nei laboratori non deve essere vano. Ciò che noi impariamo, ciò che noi apprendiamo all'interno delle aule, non deve essere vano".
No alla separazione delle carriere
Secondo Alfredo Morvillo ex magistrato e genero di Giovanni Falcone, “la separazione delle carriere fa parte di un capitolo più ampio di questa linea governativa ed è volta a indurre nei cittadini una grande sfiducia nei giudici. Gli attacchi ormai sono di carattere generale: prima hanno attaccato i pm, poi i tribunali, poi le Corti d’appello, poi la Cassazione e infine la Corte dei Conti”. Ora, per dare legittimità storica alla riforma, “si sono inventati anche i riferimenti a Giovanni Falcone”, ha ricordato Morvillo, sottolineando che il giudice aveva a cuore soprattutto l’indipendenza del pubblico ministero - indipendenza che, come ricordato dai successivi relatori, verrebbe meno con questa legge. "Io non amo far parlare i morti perché teoricamente potrei dire: parlando quotidianamente con Giovanni Falcone, so benissimo che lui era contrario alla separazione". Dello stesso parere anche Emilio Miceli, presidente del Centro Studi Pio La Torre: “La separazione delle carriere è uno dei momenti attraverso cui il governo ritiene di semplificare ancora di più la nostra democrazia e ridurre i poteri che abbiamo costruito con fatica dai tempi della caduta del fascismo, così da prendere pieno potere”, ha dichiarato Miceli. “Tutto questo succede in un Paese che dal 1947 a oggi non ha mai visto interrompere la stagione delle stragi. Noi siamo l'unico Paese d'Europa che non ha mai visto finire la stagione delle stragi. Perché in un modo o nell'altro, con una organizzazione piuttosto che un'altra, questo Paese è sempre sotto pressione. La seconda cosa è che questo è l'unico Paese d'Europa, forse del mondo, che ha tre mafie globali che hanno un peso. Nel nord del nostro paese noi stiamo peggio di alcuni anni perché un pezzo dell'economia nazionale è nelle mani delle organizzazioni criminali; e di fronte a tutto questo il Governo decide di scendere in campo direttamente contro la magistratura. Io credo che questa sia la cosa più inquietante che sta accadendo adesso".
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Il malaffare endemico
L’ex magistrato e attuale deputato Federico Cafiero de Raho ha sottolineato i pericoli della riforma, spiegando che essa mina i principi costituzionali che configurano un potere giudiziario “unito, cioè un unico ordine”. “Sarà il cittadino - ha aggiunto - a risentire gli effetti di questa riforma”, poiché “la tutela dei magistrati passerà a un altro organo” e “senza un Consiglio capace di difendere l’ordine, il PM diventerà vulnerabile agli attacchi del governo”. Infatti "per mantenere un equilibrio fra i poteri, e quindi salda la democrazia e fermi i principi della Costituzione, occorre che l'ordine giudiziario non venga indebolito da una separazione delle carriere, cosa invece che oggi stanno creando attraverso una propaganda fraudolenta perché determina nel cittadino la certezza che questa riforma voglia migliorare la giustizia. Questa riforma non migliora la giustizia. Questa riforma ha un unico effetto, che è quello di impedire che il magistrato possa continuare a tutelare il cittadino. Sarà il cittadino a risentire gli effetti di questa riforma. Vi domandate perché? Perché nel momento stesso in cui la magistratura viene separata in due magistrature, con due Consigli Superiori della Magistratura che perdono il potere disciplinare — quindi perdono la loro caratterizzazione più importante, vale a dire la tutela dei magistrati, poiché essa passerà a un altro organo — finiranno per non poter esercitare neanche l’autotutela, ma soltanto l’autogoverno.
Quindi solo l’organizzazione, solo il modo in cui i giudici dovranno esprimere il loro potere andrà avanti secondo le regole del Consiglio, ma per quanto riguarda invece la disciplina sarà un organo diverso, un organo che avrà ben sei membri in rappresentanza della politica e nove in rappresentanza della magistratura, solo di legittimità, e di questi nove tre saranno della Procura Generale della Cassazione, che è lo stesso organo che esercita la disciplina. Pensate: un giudice che abbia al proprio interno tre rappresentanti del Pubblico Ministero che appartengono allo stesso ufficio che esercita l’azione disciplinare. Ma che cosa è questa? Questa è una disciplina che significa esclusivamente orientare i comportamenti dei magistrati", ha spiegato de Raho.
E poi la battuta sarcastica di Giuseppe Antoci, europarlamentare: "Non sfuggo dalla separazione delle carriere, perché vi do una notizia: io sono a favore della separazione delle carriere. Noi siamo assolutamente per la separazione delle carriere, ma per separare le carriere dei politici dai mafiosi, dei politici dai corrotti, dei politici dagli affaristi. Ecco, quelle dobbiamo separare, le carriere. Le altre andiamo a votare “no” e, soprattutto, con quel “no” diamo dignità a un Paese che, in questa terra e in questi luoghi, per quei nomi e per quella dignità ha lasciato la vita di tanti servitori dello Stato".
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Libertà di stampa e regressione politica
Di Cuffaro, ritenuto dai pm di Palermo il dominus di un comitato d’affari che pilotava appalti e concorsi pubblici, ha parlato anche Ismaele La Vardera. Il giornalista e politico denunciò il “sistema Cuffaro” sin dai tempi dell’inchiesta per favoreggiamento a Cosa nostra (per la quale l’ex presidente di Regione fu condannato a 5 anni). “Cuffaro è tornato in politica e ha di fatto messo gli uomini peggiori nei posti migliori. Perché la lottizzazione cuffariana era quella di cercare, nell’arco costituzionale, di convincere tutti e coinvolgere tutti a questa festa dell’amicizia”, ha spiegato. "Noi dobbiamo avere il coraggio di dire che è possibile creare un’alternativa, altrimenti passa il messaggio devastante che bisogna scappare da questa terra. Io questa sera sono stato arricchito nel sentire testimonianze straordinarie di Peppe, del dottore Cafiero de Raho, che ricordo quando intervistai per Le Iene in un servizio. Permettetemi questa parentesi, perché è una storia incredibile quella che accadde con il servizio in cui coinvolsi il dottore de Raho. Noi dobbiamo stare con gli occhi sgranati, perché tenteranno in tutti i modi di far passare coloro i quali sono dalla parte giusta della storia come nemici", ha continuato.
Spazio anche ai giornalisti: in videocollegamento è intervenuto Walter Molino di Report. “L'informazione svolge una funzione fondamentale dentro la democrazia. E anche se continuiamo a vedere cose spaventose, non abbiamo nessuna intenzione di arretrare”. "Io penso semplicemente che ci stiamo un po’ abituando, ci vorrebbero fare abituare a vivere cose davvero spaventose. Pochissimi sanno — perché se ne parla pochissimo — che dall’8 agosto scorso è in vigore in Europa il Media Freedom Act, che è un regolamento europeo che rafforza le garanzie di indipendenza e pluralismo dell’informazione in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. L’Italia, non vi sorprenderete, è l’unico Paese che non ha ancora recepito questo regolamento, non ha applicato le disposizioni necessarie e così in Italia si può continuare, diciamo impunemente, come sapete, a spiare i giornalisti con software stranieri che dovrebbero essere in possesso soltanto del governo. In Italia, caso unico in Europa, un partito politico della maggioranza di governo querela un programma televisivo del servizio pubblico. Non esiste, come sappiamo, una legge seria contro le querele temerarie; la tutela delle fonti e la protezione del segreto professionale. Ci stiamo abituando a cose spaventose, perché quando un ordigno scoppia davanti casa di un giornalista arriva la solidarietà a trecentosessanta gradi da parte di tutto l’arco costituzionale, ma il giorno dopo ricomincia tutto da capo, come prima: querele, minacce. Mai, credo, come in questo momento della nostra storia recente, è valsa la vecchia strategia del “colpirne uno per educarne cento”.
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A fine convegno sono intervenuti, parlando di difesa della Costituzione, Armando Sorrentino (vicepresidente vicario ANPI Palermo) e Claudio Riolo, docente di Scienze Politiche all’Università di Palermo, che hanno denunciato l’attacco sistematico alla Carta, diretto verso una “demolizione a pezzi”. "Non è separazione delle carriere - ha detto Sorrentino - è separazione della magistratura: cominciamo a chiamare le cose con il loro nome. Ma la magistratura penale, la magistratura civile, amministrativa e, da un’altra parte, quella contabile non ci sono nel discorso, ed è sbagliato: è un limite, questo. Perché, se facciamo una statistica, quanti cittadini e cittadine italiane hanno rapporti con il processo penale? Un’infima minoranza. Quanti hanno rapporti col processo civile? Ma quasi tutti. E sono di fronte a tempi biblici per la decisione. E la colpa non è dei magistrati; ci sarà qualcuno colpevole anche lì. Non va difesa la magistratura nel suo corpo — cioè va difesa come istituzione — ma ci sono dei problemi che ci rinfacceranno tutti man mano.
E allora bisogna prevenire e dire: sì, ci sono delle cose che vanno aggiustate. Ma se c’è una malattia — faccio una metafora — se c’è una ferita alla gamba, che faccio? Amputo la gamba e non la curo? E allora cerchiamo di curare lì dove si deve intervenire, ma il corpo della magistratura è un corpo sano". "La nostra Costituzione - ha aggiunto Riolo - non è stata mai attuata pienamente. E allora la Costituzione va considerata anche come un progetto, un programma. All’interno della Costituzione c’è un modello di democrazia progressiva che noi possiamo progressivamente — e dobbiamo progressivamente — batterci per attuarla. Questa Costituzione è sempre stata indigesta, fin dall’inizio, a parti del sistema di potere presente in Italia, tant’è che, naturalmente, abbiamo avuto — come sapete — tutta la strategia della tensione, abbiamo avuto i golpe, abbiamo avuto le stragi, i tentativi di golpe. Oggi, con la riforma specifica di cui ci occupiamo — che, si è detto, non è una riforma della giustizia, è una riforma della magistratura — si vuole appunto specificamente sottomettere la magistratura a governare senza nessun controllo, senza nessun limite".
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Foto © Paolo Bassani
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