L’audizione dell’ex procuratore della Repubblica di Palermo in Commissione antimafia
La morte del magistrato Paolo Borsellino non c’entra nulla con il dossier ‘mafia-appalti’. Se si vuole scoprire qualcosa di più in merito alla strage di via d’Amelio occorre cercare altrove: la Trattativa Stato-mafia, la pista nera e di cui era venuto a conoscenza lo stesso Borsellino.
È di Trattativa che morì Paolo Borsellino dunque? Cioè si mise di traverso a quella scellerata interlocuzione tra uomini dello Stato e la mafia?
Caselli ha puntato su un dettaglio che vale la pena essere sottolineato: nel libro scritto dagli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, “L’Altra Verità”, si narra degli incontri avvenuti tra i due e don Vito Ciancimino per instaurare, appunto, la Trattativa.
“A pagina 36 di questo libro” si racconta che il primo incontro è datato “fine giugno ’92”; mentre il secondo incontro, sempre in base al libro, verrebbe datato “due settimane dopo”, cioè “circa il 15 luglio, pagina 52”: “De Donno entra nella stanza di Ciancimino, che non alza nemmeno gli occhi dal giornale, si limita con un gesto della mano a indicargli dove accomodarsi. Ciancimino sta leggendo con attenzione un articolo sul Corriere della Sera. Il Capitano De Donno riesce a scorrere il titolo ‘I diari con i segreti di Falcone’”.
Dettaglio non da poco perché, come scoperto da Davide Mattiello, quel giornale porta la data del 21 giugno 1992.
Questo significherebbe che sia la data del primo che del secondo incontro tra i militari e Ciancimino sarebbero state alterate e riportate erroneamente anche in altre sedi; questo significherebbe che i due ex Ros incontrarono segretamente Paolo Borsellino alla Caserma Carini quattro giorni dopo aver incontrato Ciancimino, quindi a fase avanzata del dialogo; questo significherebbe che da lì a poco il magistrato, in lacrime, dirà ai due giovani colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa che un amico lo aveva tradito, questo significherebbe - come emerso al processo Tratattiva - che Liliana Ferraro, ex direttore degli Affari Penali del ministero della Giustizia, incontrò Borsellino (aeroporto di Fiumicino il 28 giugno 1992) solo sette giorni dopo e lo informò dei contatti tra il Ros e Don Vito. "Ci penso io", furono le uniche parole del giudice.
Inquietante è anche ciò che disse lo stesso Borsellino la sera stessa del 25 giugno a Casa Professa: “Io, ora, oltre che un magistrato sono un testimone”.
Testimone di cosa?
Certamente, come puntualizzato da Caselli, la commissione dovrà accertare se correggendo la cronologia degli incontri si potrebbe “avere una ricaduta sul collegamento della strage di via D'Amelio, nel senso di indirizzarla, più che a mafia e appalti, alla cosiddetta trattativa”.
Tutto si gioca sulle date: secondo Giovanni Brusca, la decisione di ordinare l’omicidio di Paolo Borsellino al posto dell’ex politico democristiano Calogero Mannino fu presa tra la strage di Capaci e i primi di luglio. Con le date sbagliate del libro, questo intervallo temporale risulta troppo stretto; con la cronologia corretta (ricavata dall’archivio del Corriere), invece, diventa coerente. Lo stesso Caselli, oltre la Trattativa, ha puntato il dito anche su un’altra zona rimasta in ombra: quella sulla cosiddetta pista nera, di cui ci siamo occupati in altri articoli.

Paolo Borsellino © Shobha
L’ultimo incontro a Casa Professa
Non sussistono “elementi sufficienti per ritenere che Cosa Nostra potesse ravvisarvi un qualche pericolo forte, vivo, concreto, attuale. E quindi è ragionevole escludere il ricollegamento di mafia-appalti all'input di Riina a Brusca perché sospendesse l'attentato contro Mannino per passare urgentemente a quello contro Borsellino. Quale evento abbia determinato questo input non dobbiamo saperlo con certezza, ma ci sono elementi precisi che portano ad ipotizzare che abbia avuto a che fare con l'intervento di Borsellino a Casa Professa. Ripeto, unico evento di rilievo nuovo e inaspettato che si conosca”.
Le parole del magistrato “soprattutto nella parte finale del suo intervento a Casa Professa, sono parole di un uomo incupito, addolorato per la scomparsa dell'amico, ma niente affatto disposto ad arrendersi, che non si rassegna, ma vuol continuare la battaglia. Quindi un discorso che evocava una bomba pronta ad esplodere, che non poteva non preoccupare chi aveva le polveri bagnate, come i mafiosi e i loro complici. Polveri bagnate nel senso di essere pronti ad ogni evenienza e non farsi cogliere impreparati. Nel caso di specie, essere pronti significa rendersi necessario sbarazzarsi di un testimone pericoloso”. "Sono assolutamente convinto che la chiave di lettura", dietro alla strage di via d'Amelio, "sia il discorso di Casa Professa. Più ci penso, più me ne convinco. Mi sembra di tutta evidenza che fosse una 'bomba'. Loro stessi dicono: 'Chi gliel'ha fatto fare di dire quelle cose'. Quelle cose erano una bomba, per i mafiosi che ascoltavano, pronta a scoppiare e la dovevano disinnescare. Ecco l'accelerazione, l'ordine di Riina a Brusca di non uccidere Mannino e di passare a Borsellino. A me sembra molto evidente".
Oltretutto: “È strano, peraltro, che il rapporto mafia-appalti non figuri tra i documenti repertati dopo la morte di Paolo Borsellino” ha detto Caselli che nell’udienza dello scorso luglio aveva specificato che né Brusca né Salvatore Cancemi fecero riferimento all’inchiesta mafia-appalti come movente della strage: “Anticipo che Brusca motiva parlando di notizie e valutazioni di Riina, Cancemi parlando di nuove alleanze. Nessuno dei due parla di mafia-appalti, quindi di nuovo, se ci si ferma a questi dati, che però sono dati importanti, un collegamento difficilmente proponibile, se non del tutto improponibile".

Chiara Colosimo © Imagoeconomica
Una risposta, ha proseguito Caselli, “potrebbe venire dal pentito Salvatore Cancemi, che si legge nelle sentenze ha dichiarato, per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi, come Borsellino, avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa Nostra. E ancora, dice Cancemi, ‘Riina era stato accompagnato per la manina nell'organizzazione della strage’. E infine, ‘lui aveva rassicurato agli altri boss della cupola che la strage di Borsellino sarebbe stata alla lunga un bene per tutta Cosa nostra; e nel contesto Cancemi fa anche i nomi di Berlusconi e Dell'Utri, indicandoli come soggetti da appoggiare ora e nel futuro".
Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino
Caselli ha rimarcato il fatto che negli ultimi giorni il magistrato ucciso in via d’Amelio “aveva fretta di trovare la chiave di lettura di Capaci”.
“Diego Cavaliero, molto amico di Paolo Borsellino, lo incontra in un convegno di Magistratura Indipendente, a Giovinazzo, nel giugno del 1992 e poi ancora il 12 luglio 1992 a Salerno per il battesimo del figlio di cui Paolo Borsellino è il padrino, e dice che il giudice appariva diverso dal solito, aveva perso l'abituale giovialità, era assente, dice che non c'era più Falcone come parafulmine, aveva fretta di trovare la chiave sulla strage di Capaci, avrebbe voluto una giornata di 48 ore. Non si parla di mafia-appalti”.
Senza contare che il 15 luglio 1992, a casa di Paolo Borsellino, solo quattro giorni prima della strage di via d’Amelio, il magistrato riferì “alla moglie Agnese di avere scoperto che era in atto una trattativa tra mafia e pezzi infedeli dello Stato. Qualcuno aveva detto a Borsellino che Subranni, capo del Ros, era colluso con Cosa Nostra e addirittura punciuto. Subranni reagì accusando la moglie di Paolo Borsellino di essere affetta da Alzheimer. Paolo Borsellino pretendeva che le finestre di casa restassero chiuse, di modo che dall'esterno non si potesse vedere dentro. Temeva che qualcuno lo spiasse da Castello Utveggio, che aveva fama di essere sede dei servizi” ha ricordato Caselli.
La stessa moglie di Borsellino, Agnese, di “mafia-appalti non parla mai”. Eppure il marito “le confidava anche i segreti più delicati e scabrosi, come il fatto di aver appreso che il generale Subranni era punciuto”.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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