
La rivelazione arriva da un audio circolato tra i miliziani. Dietro il rimpatrio del torturatore anche la tutela degli interessi di Eni e i rapporti con i nostri 007
Nuova inchiesta di Report sul caso Almasri, il torturatore libico ricercato dalla Corte Penale Internazionale, arrestato in Italia all’alba del 19 gennaio e rimpatriato due giorni dopo a bordo di un Falcon 900 in dotazione all’Aise. La trasmissione ha diffuso, in esclusiva, un audio registrato da un membro di un movimento libico vicino alla milizia Rada, guidata da Osama Almasri. La registrazione circolava tra i miliziani quando Almasri si trovava ancora in territorio italiano. Nell’audio l’uomo rassicura i sodali sul sicuro rilascio del loro capo.
A far ascoltare la registrazione all’inviato di Report Luca Chianca è stato Husam El Gomati, attivista libico impegnato contro la corruzione (oggi rifugiato a Stoccolma) e a sua volta vittima di spionaggio tramite il software Graphite della società israeliana Paragon, acquistato dall’intelligence italiana – tema affrontato nella puntata di ieri sera. L’audio è datato 20 gennaio, cioè il giorno precedente all’udienza della Corte d’Appello di Roma che effettivamente scarcererà Almasri per scadenza dei termini, a causa della mancata trasmissione di indicazioni da parte del ministro della Giustizia Carlo Nordio.
“Il ministro è l’unico, per legge, a poter dare seguito all’arresto, ma non rispondeva”, ricorda l’avvocato Luigi Li Gotti, che aveva presentato denuncia alla procura di Roma contro il Guardasigilli, il ministro Matteo Piantedosi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il sottosegretario con delega ai servizi Alfredo Mantovano. Tutti i procedimenti sono stati archiviati dal Tribunale dei Ministri dopo che la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere, anche con voti di franchi tiratori dalle opposizioni.
“Osama sta tornando a casa. Questo il giorno prima. Quando tornerà, ve lo diremo”, dice l’uomo nell’audio. “Non fate niente. Ascoltatemi. Giuro su Dio che va tutto bene, ci stava parlando. Va tutto bene. Questo il 20, eh? Sta solo finendo alcune cose e sta tornando”, traduce El Gomati. Più che una previsione, una certezza. Di fatto, poche ore dopo Almasri è già di ritorno a Tripoli, accolto trionfalmente dai suoi uomini. Un clamoroso smacco del governo italiano nei confronti dei giudici dell’Aja, che avevano richiesto la consegna del capo della milizia Rada, accusato di crimini contro l’umanità: una palese violazione degli obblighi di cooperazione degli Stati con la CPI previsti dallo Statuto di Roma, di cui l’esecutivo dovrà rispondere.
A maggio l’Italia ha inviato all’Aja la documentazione per difendersi dall’accusa di mancata cooperazione. Tra gli allegati figura una lettera del procuratore generale libico indirizzata al ministro degli Esteri Antonio Tajani, in cui si chiede la consegna del torturatore alle autorità libiche per arrestarlo. Tuttavia questa richiesta non era mai stata citata dal governo, né da Piantedosi né da Nordio, nelle loro informative alle Camere. Report ha intercettato entrambi i ministri, che hanno però evitato di rispondere nel merito. Oltretutto potrebbe trattarsi di una lettera dalla natura politica, come ha spiegato Khalil Elhassi, giornalista libico rifugiato a Ginevra per aver denunciato il ruolo e i rapporti delle milizie libiche con il governo e i giudici libici. “Osama Almasri è capo della polizia giudiziaria, cioè il braccio operativo della procura generale libica. Senza dubbio le milizie utilizzano il procuratore generale come un loro strumento”.
L’esecutivo, pressato da richieste di chiarimento, ha scritto all’Aja ribadendo “ferma intenzione di collaborare positivamente con la Corte Penale Internazionale”, precisando però che tale collaborazione avverrà solo nei limiti degli interessi di sicurezza nazionale e della legislazione costituzionale interna. Ma quali sono questi interessi?
I rapporti tra la Rada, i nostri servizi e gli interessi di Eni
“Una persona incriminata di 34 omicidi, torture, mutilazioni, lavori forzati e violenza sessuale su un bambino di 5 anni, lo liberiamo? A chi ci siamo inchinati?”, si chiede Li Gotti, di recente uscito con il libro "Stragi d'Italia. Il caso Almasri e tutto quello che Giorgia Meloni e il governo non vogliono ammettere" (ed. Fuori Scena) scritto con il giornalista e scrittore Saverio Lodato.
Le giustificazioni fornite finora da Nordio e Piantedosi non reggono e risultano contraddittorie. Il primo aveva accusato la Corte Penale Internazionale di aver “pasticciato” la documentazione per la richiesta di consegna, sostenendo che il mandato fosse giuridicamente “nullo” e di fatto ritardando l’invio di istruzioni alla Corte d’Appello di Roma. Il secondo, invece, aveva ravvisato un’urgenza tale da ordinare l’espulsione immediata di Almasri non appena rimesso in libertà.
Dalla puntata emerge chiaramente che non si è trattato di cortocircuiti burocratici, ma di una chiara volontà politica. Giovanni Donzelli, stretto collaboratore di Giorgia Meloni, nelle settimane calde in cui il caso approdava anche sulla stampa internazionale, ha ammesso che l’espulsione era “nell’interesse nazionale”, poiché in Libia si trovavano lavoratori italiani a rischio di ritorsioni e imprese esposte a possibili danni: il riferimento, evidente, è ENI.
Matteo Renzi, in Senato, aveva accusato il governo di non aver detto la verità sulle ragioni del rilascio: “L’interesse nazionale in quel Paese non è sui migranti - ho fatto il presidente del Consiglio - e si chiama ENI. Se la Meloni avesse voluto difendere l’interesse nazionale sarebbe venuta a dirlo”.
L’arresto di Almasri in Italia ha infatti provocato una reazione a catena che ha messo in forte difficoltà l’esecutivo proprio sul fronte Eni. “Non dobbiamo dimenticare che nel giorno stesso in cui è stato catturato Almasri, la sua milizia Rada ha minacciato di interrompere il gasdotto che collega l’Italia alla Libia”, ha spiegato a Report il giornalista Khalil Elhassi. “Bisogna considerare che per proteggere gli interessi di Eni in Libia, l’azienda deve appoggiarsi alle relazioni con le milizie”. I rapporti con le milizie, in particolare con la Rada, sarebbero gestiti direttamente dall’intelligence italiana, che - accusa El Gomati - starebbe “dando soldi e armi a gruppi accusati di violazioni dei diritti umani”. Secondo l’attivista, il rilascio di Almasri è “legato al rapporto tra la nostra intelligence e la milizia”. “Le milizie lo dicono apertamente: ‘Meloni ce lo riporta grazie al nostro rapporto’. L’hanno ricattata con un tono del tipo ‘non fateci parlare’”.
Il direttore dell’Aise Giovanni Caravelli, il giorno dell’arresto di Almasri (poi arrestato anche dalla procura generale libica per tortura lo scorso 5 novembre), durante una riunione con Mantovano, Piantedosi e Tajani, aveva chiarito che i nostri servizi hanno una collaborazione molto proficua con la Rada e che non risultavano minacce contro cittadini italiani. Ha aggiunto che la milizia lavora con le forze di sicurezza nell’area dello stabilimento Eni di Mellitah.
A testimoniare la storicità di questi rapporti c’è un’e-mail della security di Eni che Report ha mostrato in esclusiva: nel giugno 2015, nella sede di Mellitah, si sarebbe tenuto un incontro di riconciliazione tra milizie di quattro città. “L’incontro, durato circa sette ore, ha coinvolto comandanti armati entrati nel sito mentre i veicoli venivano parcheggiati all’esterno. In varie occasioni le milizie hanno scelto il sito Eni come luogo neutrale”, riferisce una fonte. Eni, però, sostiene di non aver preso parte all’incontro, ricordando che nel 2015 il proprio personale era evacuato a Malta.
È proprio riguardo il sito di Mellitah che Elhassi pubblica sui social un’altra notizia passata in sordina: presunti legami tra la famiglia Almasri ed Eni tramite la società petrolifera Mellitah. “È noto che la società Mellitah ha rapporti con il padre di Almasri attraverso un’azienda di servizi logistici con cui avrebbe un contratto. Me lo confermano fonti interne alla società e alla National Oil Corporation”, afferma Elhassi.
Lo stesso ministro Piantedosi, intercettato da Report, ha ammesso che dietro il rilascio di Almasri c’era anche la tutela degli interessi di Eni. La compagnia italiana, però, nega qualunque rapporto con il boia o con la sua famiglia.
Guarda la puntata di REPORT: raiplay.it/Lombra-delle-spie
ARTICOLI CORRELATI
Nuovo scoop di Report su Almasri, Ranucci: ''Leggete il libro di Lodato e Li Gotti''
Report di Ranucci? Tu che ne dici? Io dico che piace
Di Saverio Lodato
Stragi d'Italia: un libro che fa paura al governo di Giorgia Meloni
''Stragi d'Italia'', il libro di Saverio Lodato e Luigi Li Gotti stasera a ''Otto e Mezzo''
La Cpi smentisce il governo Meloni: ''Almasri era già libero quando è arrivato il mandato libico''
Arrestato Almasri, il governo fascista italiano si dimetta
Di Giorgio Bongiovanni
Li Gotti: ''Il Governo vuole l'oblio sui misteri della Repubblica, non lo consentiremo
Almasri: Nordio e Piantedosi si contraddicono in Parlamento, Meloni assente in aula
