Trattativa Stato-mafia? In un sistema riformato sotto l’Esecutivo, certi processi non esisterebbero letteralmente
“I promotori di questa legge l'hanno definita una riforma epocale sulla giustizia”. Peccato che, in realtà, questa “non è una riforma della giustizia, che riguarda il funzionamento dei processi”. È, invece, “una legge contro i magistrati, contro l'autonomia e l'indipendenza della magistratura”. E che “non sposta di un centimetro in meglio il principale problema che grava sulle spalle dei cittadini: quello della lentezza dei processi penali e civili”. A spiegarlo senza fronzoli è stato il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, intervenuto a Radio Popolare per avvertire sui rischi che si annidano all'interno della separazione delle carriere in magistratura.
Una riforma, quella promossa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio attraverso il governo Meloni, che non farebbe altro che ignorare, da un lato, i veri problemi della giustizia italiana, appesantita da processi lenti e da una perenne mancanza di risorse, e, dall'altro, aggiungerne degli altri, tra questi anche quello di spostare l'indipendenza della magistratura sotto il controllo dell’Esecutivo.
Una circostanza che, agli occhi di qualsiasi persona, anche profana, appare oggettivamente dannosa per l'intero Paese, e quindi per i cittadini. Ed è proprio per questo che si tenta di camuffarla attraverso espedienti degni di quelle menti raffinatissime che negli anni hanno rappresentato un punto di intersezione tra poteri dello Stato e altre realtà. Una di queste sarebbe senz’altro quella rappresentata dai colletti bianchi, ma non solo.
“Questa riforma - ha proseguito il magistrato - viene spacciata come una garanzia della parità tra le parti nel processo”, l’accusa e la difesa. Peccato che la parità tra le parti “riguarda le regole del dibattimento” e separare le carriere, quella del giudice da quella del pubblico ministero, non impatterebbe su questo aspetto. Oggi, infatti, il magistrato, soggetto alla legge e non al governo, ha il compito di cercare la verità, non di vincere i processi. Con la separazione si “verrebbe a creare un corpo di magistrati che inevitabilmente tenderebbe a perdere la cultura della terzietà”, diventando irrimediabilmente “un accusatore a tutti i costi”.
I precedenti internazionali e l’allarme europeo
Con questa riforma “si attiva una modifica della Costituzione per separare le carriere in un momento in cui il numero dei magistrati che sono transitati da un ruolo all'altro è inferiore all'1% del numero complessivo dei magistrati”. Dunque, modificare la Costituzione per un dato così irrilevante, evidentemente, “nasconde un interesse” ben diverso da quello che si prova a raccontare. Insomma, non è molto logico proporre una modifica costituzionale per “quaranta o quarantadue magistrati che nell'ultimo anno hanno fatto il passaggio da pm a giudice e viceversa”. 
Carlo Nordio © Imagoeconomica
Oltretutto, nei Paesi dove il pubblico ministero è dipendente dal potere esecutivo, ciò ha prodotto una serie di problemi che oggi sono molto discussi. E Di Matteo lo ha spiegato molto chiaramente: “In questi Paesi sono previste forme di controllo dell'operato delle procure da parte dell’Esecutivo, da parte del ministro della Giustizia”. Circostanza che “fatalmente accadrebbe anche in Italia”. E aggiunge: “Già nel 2000 - ha ricordato il sostituto procuratore nazionale antimafia - il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa auspicava che tutti gli Stati adottassero provvedimenti che andassero nella direzione opposta alla separazione. Questo perché si auspicava che fosse consentito negli ordinamenti interni di ciascuno Stato che un magistrato potesse ricoprire, nel corso della sua carriera, le diverse funzioni di pm e giudice”. Ricoprire entrambi i ruoli, infatti, “rappresenta un arricchimento del bagaglio professionale del magistrato, con un apporto significativo al miglioramento della giurisdizione. Non c'è miglior giudice di chi abbia fatto anche il pubblico ministero, che sappia quali sono i meccanismi fisiologici dell'indagine. E non c'è miglior pubblico ministero di chi è stato prima giudice, che ha quindi acquisito quella cultura della prova e della garanzia dell’imputato”.
Un sistema che tutela i potenti e ostacola le indagini
Resta poi il fatto che l'esito finale di questa riforma, per certi aspetti, sarebbe già riscontrabile nel presente. Basti pensare, ad esempio, all'abrogazione dell'abuso d'ufficio, con tutta una serie di benefici per i soliti appalti cuciti su misura, favoritismi e decisioni arbitrarie che non arrivano allo scambio di mazzette.
Al limite sulle intercettazioni, con tetto di 45 giorni, che oltre a ridurre i tempi per intercettare taglia anche uno dei principali strumenti validi e utili per scoprire i reati meno ‘visibili’, come corruzione, frodi e reati economici complessi. A questo si somma il “bavaglio” sulla pubblicazione delle ordinanze di custodia, che vieta di riportare gli atti per esteso e consente solo brevi riassunti. 
© Imagoeconomica
Oppure l’interrogatorio preventivo, che può generare effetti indesiderati come il rischio di inquinamento delle prove quando l'indagato sa in anticipo che la procura sta per chiedere un arresto, un divieto di dimora o un’interdittiva, fino a intimidire possibili testimoni o fare loro pressioni per scoraggiarli dal rendere dichiarazioni spontanee.
“Chi ha esperienza nelle aule di giustizia e si pone nella prospettiva di un giudizio unitario di tutte queste riforme coglie subito un aspetto - ha sottolineato Nino Di Matteo - ed è quello che si crea una condizione di grave difficoltà per la magistratura inquirente e per quella giudicante nel tentativo di individuare e punire quelli che sono i reati tipici dei colletti bianchi. Si crea uno scudo di protezione per il potere. Una giustizia - ha proseguito - sempre più a due velocità. Giustamente incisiva e rigorosa per quanto riguarda le manifestazioni criminali tipiche degli ultimi della società, mentre sarà sempre più difficile individuare e portare a condanna ipotesi di corruzione, collusione tra il potere politico e organizzazioni criminali, condizionamento di vicende relative a finanziamenti e appalti pubblici da parte di lobby e massonerie varie”.
Ma è tornando alla separazione delle carriere che il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, ha invitato a una riflessione: con la separazione di queste due figure “il pm viene trasformato in una sorta di super poliziotto”. Ciò “rappresenta un fattore di difficoltà estrema nella conduzione di indagini e processi che riguardano l'esercizio del potere in Italia”. Da qui una domanda implicita: un pubblico ministero “che non si sia formato con le caratteristiche che possiede anche un giudice avrebbe avuto la forza di imbastire determinate indagini che hanno riguardato la collusione del potere?”. Del resto, anche in questo caso, gli esempi non mancano. Basti pensare al “G8 di Genova”, oppure al “sequestro di Abu Omar”, rapito in pieno giorno a Milano da agenti della CIA con la collaborazione di uomini dei servizi segreti italiani. Quello sulla “trattativa Stato-mafia” e altri processi che “hanno riguardato collusioni importanti di esponenti politici con Cosa nostra. Basti pensare a ciò che è venuto fuori da quelli che hanno riguardato Giulio Andreotti, Marcello Dell’Utri, il processo che ha riguardato Salvatore Cuffaro. Purtroppo - ha concluso il magistrato - la storia del nostro Paese è una storia in cui il potere, e gli organi che dipendono dall’Esecutivo in modo particolare, hanno spesso contribuito con la loro disponibilità ai crimini sia terroristici che mafiosi”. È anche per questo motivo che un “pubblico ministero che deve temere sempre di più un intralcio da parte della politica difficilmente troverà spazio per poter indagare”. Non è un caso, infatti, che “nei Paesi in cui vige la separazione, questo tipo di processi siano molto più rari, quasi inesistenti. Almeno che non riguardino esponenti politici considerati 'ostili' o che in quel momento non fanno più parte della maggioranza di turno”.
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Foto di copertina © Paolo Bassani
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