Secondo il sostituto procuratore della Dna, con la riforma non sarebbero mai nati i più importanti processi al Potere in Italia
“Noi magistrati abbiamo il dovere di far capire ai cittadini qual è il pericolo della separazione delle carriere con la sottoposizione del pubblico ministero all'esecutivo”. È il monito lanciato dal sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, dal Teatro del Popolo di Colle Val d’Elsa, dove ieri sera è stata inaugurata la seconda edizione di “Abbiccì della legalità”. Un progetto, ha spiegato il sindaco Piero Pili, “volutamente legato ad un progetto di lettura della nostra biblioteca” e quindi rivolto ai ragazzi del comune in provincia di Siena.
Nel corso della serata, dopo aver fatto un’attenta disamina sulla storia delle stragi e dei delitti di mafia, Di Matteo ha rivolto una domanda al pubblico: “Se un giovane manifestante, come è capitato agli attivisti di Our Voice e a tanti altri, durante una manifestazione protestasse e venisse fermato dalle forze di polizia; portato quindi davanti al pubblico ministero che deve decidere se confermare l'arresto o rilasciarlo; quel giovane - che magari è di sinistra mentre c'è un governo di destra o viceversa - sarebbe più tranquillo nell'essere giudicato da un pubblico ministero autonomo e indipendente o da un pubblico ministero che dipende dall'esecutivo di turno?”.
“L’autonomia e l'indipendenza totale anche del pubblico ministero non è una prerogativa della casta dei magistrati o della casta dei pubblici ministeri - aggiunge -. È una garanzia per i diritti e le libertà individuali di ciascun cittadino, soprattutto di quei cittadini che in quel momento appartengono a una minoranza rispetto al potere costituito”.
"Una dietro l'altra si sono succedute, e si stanno succedendo, leggi che creano uno scudo di protezione per i potenti - spiega il magistrato -. Nel momento in cui viene abrogato l'abuso d'ufficio, viene cambiato e sterilizzato il reato di traffico di influenze, si limitano le intercettazioni, si limita la possibilità per la stampa di pubblicare notizie non più coperte dal segreto istruttorio, si arriva alla separazione delle carriere... tutto questo ha un unico fine: rendere il servizio giustizia a due velocità, magari efficace e rigoroso per le manifestazioni criminali degli ultimi della società e con le armi spuntate nei confronti della criminalità dei colletti bianchi". "E questo è frutto di un potere, non solo politico - aggiunge Di Matteo -, che non sopporta che il controllo di legalità della magistratura si estenda a 360 gradi anche nei confronti di come viene esercitato il potere". E i magistrati non solo hanno il diritto di parlare, "ma anche il dovere di dire quanto questa riforma costituzionale rappresenta un pericolo per i cittadini - spiega -, perché dove vige la separazione delle carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici, gli uffici del pm sono sotto il diretto controllo del ministero della giustizia". Ciò significa che i pubblici ministeri "vengono in qualche modo controllati dal potere esecutivo". "Mi chiedo: un pubblico ministero controllato dal potere esecutivo, un pubblico ministero a cui le linee di priorità nell'esercizio e l'azione penale vengano dettate dalla politica, dal ministro della giustizia, come potrebbe mai fare un'indagine che riguardi casi in cui il potere è stato esercitato patologicamente? - conclude - Ci sarebbe stato, con un pubblico ministero sottoposto all'esecutivo, un'indagine sui fatti del G8? Sui fatti della caserma Diaz? Sulla trattativa Stato-mafia? Sul rapimento di Abu Omar? E su tutti i grandi processi politici che hanno riguardato, per esempio, Dell'Utri, Cuffaro, Cosentino, D'Alì? Ecco perché vi dico che la separazione delle carriere è pericolosa".
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