L’intervista del sostituto procuratore nazionale antimafia a 'Il Fatto Quotidiano'
Le attuali riforme della giustizia hanno come scopo unico "quello di garantire spazi sempre più ampi di impunità alla politica e più in generale di creare un vero e proprio scudo di protezione per i potenti. Tutto in un’ottica di rivalsa contro la magistratura".
Così il sostituto procuratore nazionale antimafia e già consigliere togato del Csm Nino Di Matteo in un’intervista rilasciata a 'Il Fatto Quotidiano'.
Il magistrato è tornato a parlare di quelle cosiddette riforme che, poco per volta, stanno cambiando il volto della giustizia e che porteranno, inevitabilmente, all'assoggettamento della magistratura al potere governativo.
"C’è un disegno unico nelle riforme che sono state approvate negli ultimi anni - ha spiegato il pubblico ministero - A partire dalla legge Cartabia e via via fino alla riforma costituzionale approvata. Improcedibilità che fa svanire i processi in Appello e Cassazione (Cartabia, ndr). Criteri generali di priorità dell’azione penale indicati dal Parlamento (Cartabia, ndr). Limitazioni al diritto di cronaca anche per notizie non più coperte da segreto (Cartabia-Nordio, ndr). Abrogazione dell’abuso d’ufficio; sterilizzazione del reato di traffico di influenze; interrogatorio preventivo in caso di richiesta di custodia cautelare; limiti temporali alle intercettazioni e alla loro utilizzabilità processuale. Fino alla riforma delle riforme, quella costituzionale".
Cioè la separazione delle carriere. Lo scopo, almeno per i suoi sostenitori, sarebbe quello di liberare la magistratura dal controllo delle correnti e garantire una giustizia più equa.
Ma in realtà "si vuole limitare l’azione di quella magistratura che in ossequio alla Costituzione ha preteso di esercitare il controllo di legalità a 360 gradi, anche nei confronti dei potenti. Semmai la magistratura è responsabile di non aver contrastato con forza quei fenomeni di gerarchizzazione, carrierismo e collateralismo politico di una sua parte minoritaria", ha detto Di Matteo spiegando che se si voleva "evitare le candidature precostituite dei capi corrente non era necessario cambiare la Costituzione e mortificare con il sorteggio secco la stessa dignità della magistratura. Sarebbe stato sufficiente adottare con legge ordinaria il sorteggio temperato. Una doppia fase: un sorteggio di una platea di candidati, poi la vera e propria elezione dei togati del Csm scelti tra i sorteggiati". 
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La riforma, inoltre, prevede anche l'istituzione di un'Alta Corte - nominata in gran parte della politica - che assumerebbe il ruolo di 'giudice dei giudici', cioè valuterà i percorsi professionali dei magistrati e deciderà sanzioni in caso di inadempienze o errori. In politica, soprattutto nell'area di Forza Italia, c'è chi urla da anni che le sanzioni disciplinari a carico dei magistrati siano troppo poche. "Questa è un’altra bugia. Il numero dei magistrati sanzionati dal Csm è certamente maggiore a quello di altri dipendenti pubblici o degli avvocati, dei medici e di altri professionisti. Con l’Alta Corte si sposta il baricentro del giudizio disciplinare in una direzione più politica: tre membri sono scelti dal presidente della Repubblica; tre estratti a sorte, ma tra i nominati dal Parlamento, mentre i magistrati saranno scelti da un sorteggio secco e solo tra coloro che abbiano svolto funzioni in Cassazione. Si escludono quindi proprio i magistrati di merito, quelli più abituati a valutare ogni possibile aspetto del fatto contestato. Anche questo suscita perplessità come la previsione che i magistrati condannati potranno impugnare la decisione davanti alla stessa Alta Corte e non più innanzi alla Corte di Cassazione. Mi chiedo se il proclamato garantismo valga per tutti ma non per i magistrati", ha detto Di Matteo.
In estrema sintesi, tornando alla riforma: "In tutti i Paesi in cui vige la separazione delle carriere sono previste forme di controllo dell’operato delle procure da parte del ministro della Giustizia e questo fatalmente accadrebbe anche in Italia. Ma già nel Duemila, il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa auspicava che tutti gli Stati adottassero provvedimenti con il fine opposto alla separazione: consentire a un magistrato di ricoprire nel corso della carriera le diverse funzioni di pm e di giudice. È un valore aggiunto per migliorare la qualità complessiva della giurisdizione. Giovanni Falcone, citato tante volte a sproposito, fece sia il giudice che il pm. Come Rocco Chinnici, Paolo Borsellino, Rosario Livatino e Antonino Saetta, solo per citare i magistrati uccisi per mano mafiosa".
Di conseguenza la "separazione delle carriere provocherebbe danni irreparabili. Si verrebbe a creare un corpo di magistrati che tenderebbe inevitabilmente a perdere la cultura della terzietà. I pm sarebbero avvocati della polizia, accusatori a tutti i costi. Un grave rischio per i diritti e le garanzie di ogni cittadino".
Fonte: ilFattoQuotidiano.it
Foto di copertina © Paolo Bassani
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