A Colle Val d'Elsa, l'''Abbiccì della Legalità’’, un progetto che coinvolge i giovani studenti: “Abbiamo il dovere di informarci e di sostenere chi combatte la mafia”
“Noi magistrati abbiamo il dovere di far capire ai cittadini qual è il pericolo della separazione delle carriere con la sottoposizione del pubblico ministero all'esecutivo”. È il monito lanciato dal sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, dal Teatro del Popolo di Colle Val d’Elsa, dove ieri sera è stata inaugurata la seconda edizione di “Abbiccì della legalità”. Un progetto, ha spiegato il sindaco Piero Pili, “volutamente legato ad un progetto di lettura della nostra biblioteca” e quindi rivolto ai ragazzi del comune in provincia di Siena.
Ed è ai vari ragazzi presenti che Di Matteo, dopo aver fatto un’attenta disamina sulla storia delle stragi e dei delitti di mafia, ha rivolto gran parte dell’attenzione. “Pongo una domanda - ha detto Di Matteo -: se un giovane manifestante, come è capitato agli attivisti di Our Voice e a tanti altri, durante una manifestazione protestasse e venisse fermato dalle forze di polizia; portato quindi davanti al pubblico ministero che deve decidere se confermare l'arresto o rilasciarlo; quel giovane - che magari è di sinistra mentre c'è un governo di destra o viceversa - sarebbe più tranquillo nell'essere giudicato da un pubblico ministero autonomo e indipendente o da un pubblico ministero che dipende dall'esecutivo di turno?”.
“L’autonomia e l'indipendenza totale anche del pubblico ministero non è una prerogativa della casta dei magistrati o della casta dei pubblici ministeri - aggiunge -. È una garanzia per i diritti e le libertà individuali di ciascun cittadino, soprattutto di quei cittadini che in quel momento appartengono a una minoranza rispetto al potere costituito”.
Sul palco del Teatro del Popolo del piccolo comune senese sono intervenuti anche Aaron Pettinari, caporedattore di ANTIMAFIADuemila; Marta Capaccioni dell’associazione Our Voice; Sofia Canovaro del Parlamento regionale degli studenti della Toscana; e Giuseppe Galasso del Movimento Agende Rosse. Incalzato dalle domande di Sandro Matteini, giornalista e portavoce dell’Associazione tra i Familiari delle Vittime, Di Matteo ha evidenziato il rischio che cali l’oblio su alcune delle pagine più buie della storia della Repubblica.
“Il capitolo stragi è completamente dimenticato - ha avvertito il magistrato -. Si vuole calare la coltre dell'oblio non soltanto sulle stragi di mafia ma anche su tante altre vicende. Ci si vuole fermare agli esecutori materiali senza indagare su cosa c'è dietro, cosa c'è oltre. E questo io ve lo dico con amarezza”.
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Il magistrato ha poi chiamato in causa la Commissione parlamentare antimafia, guidata da Chiara Colosimo. “La Commissione antimafia, l’organismo politico che dovrebbe occuparsi assieme alla magistratura di continuare a indagare per colmare quello che ancora non è stato accertato, quel ‘gap’ di verità ancora mancante - ha aggiunto -. Nel biennio ’92-’94 ci sono state sette stragi. Lo capirebbe chiunque che per comprendere ciò che è accaduto non bisogna isolarle l'una dall'altra: al contrario, vanno valutate nel loro incessante progredire”. Ma la Colosimo, ha osservato Di Matteo, “ha dettato una linea chiara: indagano soltanto sulla strage di via d’Amelio e addirittura soltanto su una delle piste possibili, secondo le sentenze nemmeno una delle più accreditate”. E anzi, ha aggiunto, “rispetto a un componente della commissione parlamentare antimafia, il mio ex collega il senatore Roberto Scarpinato, che come primo atto aveva presentato una memoria di cinquantasette pagine evidenziando tutti gli elementi per ognuna delle sette stragi che andavano ancora approfonditi”, è stata sollevata “una presunta incompatibilità” e “il tentativo di approvare una legge per estrometterlo”. Di Matteo, citando Giovanni Falcone si è rifatto poi alla necessità di un cambio di mentalità nella politica in Italia per la lotta alla mafia. “C’è bisogno dell'impegno di tutti. La magistratura, le forze di polizia, l'apparato repressivo dello Stato deve fare il suo dovere. Ma non basta. Ci vuole un'assunzione forte di responsabilità da parte della politica”. Ancora. “La mentalità mafiosa che costituisce il brodo su cui prospera anche la mafia che spara è una mentalità diversa, è la mentalità anche del favore, della raccomandazione, del dover appartenere a qualcuno o qualcosa per farsi avanti, del cercare la scorciatoia, della rassegnazione e dell'apatia”. Il magistrato è poi sceso nei panni dei ragazzi a teatro. “Io sono un ragazzo, che cosa posso fare? Non posso combattere il sistema. Se voglio trovare lavoro devo passare attraverso questi meccanismi del favore, della raccomandazione, dell'appartenenza a qualcuno o a qualcosa, del servilismo, del clientelismo, del servilismo nei confronti del politico di turno. Bene, questa è una mentalità sulla quale nasce e si rafforza anche la mafia”. Quindi l’appello agli studenti: non rassegnatevi.
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Memoria e denuncia, il ruolo dei giornalisti
Prima di lasciare la parola, Di Matteo ha espresso un ultimo concetto: la necessità dell'informazione e della memoria in Italia. “Da cittadino io sono molto preoccupato perché sembra quasi questo paese stia perdendo la memoria. E un paese senza memoria è, a mio avviso, un paese senza futuro”. Quindi è stato il turno dei giornalisti. “A noi tutti interessa andare oltre la verità giuridica - ha detto Sandro Matteini - perché il lavoro sulla verità giuridica, in qualche modo è stata raggiunta, almeno per quanto riguarda certi attacchi terroristici o per quanto riguarda anche la strage terroristico-mafiosa di Firenze, grazie al lavoro dei magistrati. Poi c'è la verità storica, i mandanti esterni, tutto quello che ancora non si sa”. “L’importanza dell'informazione, di farsi e di fare domande, e quindi fungere da cane da guardia verso il potere, è il ruolo di noi giornalisti - ha spiegato Aaron Pettinari -. Bisogna continuare a cercare le risposte e raccontare il passato, perché solo così si può comprendere il presente. E capire anche perché la Commissione Parlamentare Antimafia non vuole trovare risposte rispetto a verità ancora mancanti, non ancora complete”.
“Noi, come ANTIMAFIADuemila, abbiamo capito e cerchiamo di dimostrare - perché ne siamo profondamente convinti - che ciò che è accaduto trent’anni fa con le stragi del ’92-’93, insieme a Tangentopoli, ha sancito la crisi della Prima Repubblica e la nascita della Seconda. E ciò che è avvenuto allora ha ancora oggi delle ripercussioni evidenti”. Pettinari ha ricordato come diverse sentenze giudiziarie - tra cui quelle nei confronti di Giulio Andreotti e Marcello Dell’Utri - abbiano rivelato connessioni profonde tra ambienti politici, economici e criminali, spesso semplificate o distorte dai grandi media.
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“Pochi giorni fa - ha spiegato - molti giornali hanno titolato che la Cassazione avrebbe ‘dimostrato l’infondatezza’ dei rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e la mafia, prendendo spunto da un provvedimento di rigetto di un sequestro. Ma si tratta di titoloni fuorvianti. Ancora una volta l’informazione ha dato un contributo negativo, mistificando la realtà dei fatti”. Il giornalista ha poi affrontato il tema della trattativa Stato-Mafia, sottolineando come la grande stampa abbia spesso minimizzato o negato l’esistenza stessa di quel dialogo oscuro tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra. “Già dall’inizio la chiamavano ‘presunta trattativa’. Oggi arrivano a dire che non c’è mai stata, quando invece i fatti e le sentenze dicono che il dialogo c’è stato. La sentenza non dice che il fatto non sussiste, ma solo che non è stato commesso dagli imputati di quel processo per attentato a corpo politico dello Stato”. Secondo Pettinari, la difficoltà nel comprendere appieno questa vicenda deriva anche dal silenzio informativo che circonda molti processi di mafia tuttora in corso nelle procure di Palermo, Reggio Calabria, Firenze, Caltanissetta e Milano. “È difficile informarsi, soprattutto per i più giovani. In televisione non se ne parla quasi mai. Solo pochissime trasmissioni, come Report su Rai 3, mantengono viva l’attenzione su questi temi. E per questo voglio ringraziare Sigfrido Ranucci e tutta la sua squadra: fanno un servizio pubblico essenziale, senza il quale non saremmo informati". Pettinari ha poi lanciato un monito contro alcune tendenze legislative e culturali che rischiano di compromettere la memoria storica e il diritto all’informazione. “Leggi come quella sulla presunzione di innocenza o sul diritto all’oblio finiranno per costringerci a cancellare anche notizie importanti dal web. Riceviamo sempre più richieste di rimuovere articoli su fatti di rilievo del passato. Ma noi non lo faremo mai.” Per il capo redattore di Antimafia Duemila, la funzione del giornalismo d’inchiesta resta dunque quella di “cane da guardia della democrazia”, che deve continuare a raccontare il passato per comprendere il presente. “Ecco l’importanza dell’informazione: farsi domande, cercare risposte, raccontare i fatti. Perché la storia che non si vuole raccontare è proprio quella che più serve capire”.
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Parola ai giovani e alla società civile
A seguire, il turno delle studentesse toscane Marta Capaccioni e Sofia Canovaro. Marta Capaccioni ha posto l’attenzione sull’importanza di riconoscere oggi la mafia e le sue ramificazioni, come “un sistema di potere che si basa su principi e su valori anticostituzionali, antidemocratici”. “Quello che stiamo vivendo nel nostro Paese oggi - ha spiegato - il progressivo svuotamento delle libertà personali, della libertà di espressione, della libertà di stampa, dell'indipendenza e dell'autonomia della magistratura, va in questo senso. Il sistema di potere politico-istituzionale ha istituzionalizzato modalità mafiose. Silenziare le coscienze e i giovani che scendono in piazza, per esempio, sono modalità mafiose rese istituzionali e legittimate dal sistema politico che governa oggi. E nel farlo, il sistema politico utilizza strumenti democratici, come il decreto sicurezza o la volontà di introdurre leggi contro i magistrati per imbavagliare la magistratura, e tanto altro ancora”. “A noi ci accusano di fare politica con l'antimafia”, ha ricordato Capaccioni. “E’ un paradosso”, perché “viviamo in un paese in cui la politica l’antimafia non la fa e invece fa la guerra ai magistrati, ai giornalisti, agli attivisti e ai giovani”. Quindi l’appello ai propri coetanei: “Noi come giovani, come società civile abbiamo il compito di sostenere chi oggi è in prima linea, quindi giornalisti, magistrati, perché non è una battaglia che riguarda esclusivamente loro ma è una battaglia che ci riguarda tutti. E’ una battaglia per la democrazia e la libertà nel nostro paese”. Della stessa linea anche Sofia Canovaro.
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“Noi con il Parlamento degli studenti cerchiamo di promuovere un po' quella che è la cultura della legalità. Questo perché appunto sappiamo che la mafia agisce anche nelle sottigliezze, non soltanto nelle stragi con le sparatorie, ma c'è proprio una cultura dell'illegalità, della sopraffazione, del silenzio, che viene perpetrata anche a partire dalle situazioni più piccole. Invece è compito delle nuove generazioni farne una battaglia di questa lotta alla mafia, alla criminalità organizzata, e riuscire, anche nelle situazioni della vita quotidiana, a farne un impegno civile e morale, che non deve essere un qualcosa di secondario. Noi studenti dobbiamo lottare per essere presi sul serio quando chiediamo qualcosa - ha affermato Sofia Canovaro -. Non dobbiamo limitarci ad ascoltare senza aprire bocca. Se abbiamo delle domande, se vogliamo informarci o capire, non dobbiamo avere paura di farle”.
A chiudere la serata, Giuseppe Galasso: “Se l’obiettivo di questa rassegna era la conoscenza, oggi abbiamo scritto un nuovo capitolo. Ma soprattutto, se vogliamo parlare di futuro, la magistratura rappresentata dal dottor Di Matteo, l’informazione di ANTIMAFIADuemila e l’entusiasmo contagioso di Sofia e Marta ci riportano a credere nell’ottimismo. Credo che, uscendo da questo teatro, in termini di valori e prospettive, pesiamo un po’ di più di quando siamo entrati”.
Foto © Piero Di Stefano
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