Il magistrato denuncia: “Su Dell’Utri mistificazione di sentenze definitive”
Nino Di Matteo va dritto al punto: “Non sono assolutamente d’accordo con la riforma costituzionale. Da molto tempo esterno le mie preoccupazioni. Soprattutto sulla parte relativa alla separazione delle carriere. In tutti i Paesi in cui vige la separazione delle carriere tra i pubblici ministeri e i giudici gli uffici del pubblico ministero sono stati sottoposti al controllo del ministro della Giustizia, quindi dell’esecutivo”.
Prima di entrare al Teatro Garbatella di Roma per assistere alla presentazione del libro “Stragi d’Italia. Il caso Almasri e tutto quello che Giorgia Meloni e il governo non vogliono ammettere”” (ed. Fuoriscena) scritto da Luigi Li Gotti e Saverio Lodato, il sostituto procuratore nazionale antimafia, rispondendo alle domande dei giornalisti presenti, ha lanciato una stoccata al Governo Meloni: “La riforma rappresenta un pericolo, non per noi pubblici ministeri ma per i cittadini. Si creerebbe uno squilibrio nel principio fondamentale delle democrazie di separazione dei poteri. E si trasformerebbe l’ufficio del pubblico ministero in un ufficio collaterale e servente a quello dell’esecutivo. Da molto tempo pavento questi rischi”.
Alla base della sua contrarietà c’è una considerazione di fondo: “Si tratta di una riforma inutile, oltre che pericolosa - ha detto Di Matteo -. Basti pensare al fatto che negli ultimi anni meno dell’1% dei magistrati italiani è transitato da pubblico ministero a giudice, e meno dello 0,5% da giudice a pubblico ministero. Inoltre ci saranno due Csm e questo, a parte un fattore di moltiplicazione dei costi, rappresenterà un fattore di rischio rispetto a un Csm che si occupa solo di pubblici ministeri e uno solo di giudici”. 
Da tempo Di Matteo denuncia le radici storiche - e politiche - di questo progetto riformatorio. Un ombra lontana che risale ai tempi della loggia massonica P2 di Licio Gelli e che, nonostante questo, “ha costituito negli ultimi 30 anni il cavallo di battaglia delle destre, fin dal primo governo Berlusconi”.
Non sono riusciti a realizzarla prima, ha spiegato, “anche grazie ad una magistratura più forte e credibile, più apprezzata dai cittadini. Oggi i momenti di difficoltà della magistratura dovuti anche ai vari scandali che si sono susseguiti hanno creato delle condizioni, secondo me ingiuste e pericolose, per una voglia di vendetta e rivalsa nei confronti della magistratura”.
Di Matteo non ha dubbi: “Lo scopo della riforma è duplice. Da una parte vendetta e rivalsa, dall’altra parte prevenzione”. “Si vuole limitare il potere dei pubblici ministeri di indagare su alcuni tipi di reati, che poi sono i reati tipici dei colletti bianchi, dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, i reati del potere - ha spiegato -. E questa è la linea di fondo, il disegno delle varie riforme che in questi ultimi anni si sono succedute, a partire dalla riforma Cartabia”.
Una presa di posizione netta ma d’altronde, “il magistrato non soltanto ha il diritto di dire la sua, ma anche il dovere morale di esternare la propria opinione”, ha aggiunto. “Io lo faccio a titolo personale e lo continuerò a fare nelle occasioni che mi saranno date, anche incontrando i cittadini, i giovani, gli studenti, le persone comuni che sono quelle che con la riforma finirebbero per avere danni sicuramente in futuro”. 
Prima di entrare al Teatro, i giornalisti hanno chiesto un ultimo commento in merito all’operazione santificazione del senatore Dell’Utri circa i suoi rapporti con la mafia. “Credo che ognuno in Paese libero e democratico debba poter esprimere le proprie opinioni, ma a una condizione, che in questo caso non si è verificata - ha detto il sostituto procuratore alla Dna -. Ovvero che si parta da presupposti di fatto veritieri. Invece, in questo caso è stata fatta una mistificazione. È stato fatto credere che un provvedimento che ha riguardato una misura di prevenzione nei confronti di Dell’Utri, e quindi la riconducibilità eventuale del patrimonio dello stesso ai suoi rapporti con la mafia, abbia cancellato un’altra sentenza che invece è rimasta tale e definitiva e che ha accertato i rapporti che ci sono stati nel tempo per decenni tra Berlusconi, Dell’Utri e la mafia”. “È stata fatta una operazione di falsificazione della verità, sulla base della quale poi si sono innestate polemiche e dichiarazioni che partono da dati di fatto inesistenti. È questa la cosa grave: la mistificazione della realtà processuale. Qui non si tratta di esprimere opinioni ma di rispettare almeno per onestà intellettuale e concettuale la verità dei fatti”, ha concluso il magistrato.
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