Conferenza lampo, niente domande: cancellato il pranzo, Trump rientra alla Casa Bianca. New York Times: “Niente tregua nemmeno sul punto di partenza”; Sky: “Siamo lontani”
Il clima si è fatto subito solenne presso la Joint Base Elmendorf-Richardson (JBER) ad Anchorage, Alaska. Trump ha personalmente accolto Putin all'arrivo. I due leader hanno camminato lungo tappeti rossi disposti per ciascuno di loro, scambiandosi una stretta di mano prolungata mentre sorridevano. Al contempo, bombardieri B-2 e caccia F-22 - aerei militari progettati per contrastare la Russia durante la Guerra Fredda - sorvolavano la scena.
Un faccia a faccia che la Casa Bianca sul social network X, ha subito definito storico. Era da 10 anni che il leader del Cremlino non visitava il continente americano in un clima diplomaticamente tetro che negli ultimi mesi stava facendo deflagrare la nuova guerra fredda in un conflitto aspro e apocalittico.
La scelta di questa base ha un particolare valore simbolico: durante la Guerra Fredda, Elmendorf svolgeva un ruolo cruciale nel monitoraggio dell'Unione Sovietica e aveva il soprannome di "Top Cover for North America". L'Alaska, territorio che gli Stati Uniti acquistarono dalla Russia nel 1867 per 7,2 milioni di dollari, dista solo 55 miglia dalla terraferma russa attraverso lo Stretto di Bering.
La delegazione statunitense, guidata da Trump, ha messo in primo piano Marco Rubio come Segretario di Stato, affiancato da John Ratcliffe alla guida della CIA, da Susie Wiles come Capo dello Staff e da Karoline Leavitt come Portavoce della Casa Bianca; sul fronte negoziale e operativo figuravano Steve Witkoff come inviato speciale per Ucraina e Russia, Pete Hegseth come Segretario alla Difesa (arrivato separatamente), il Gen. Dan Caine come Presidente dei Capi di Stato Maggiore Congiunti e il Gen. Alexus Grynkewich come comandante delle forze USA in Europa, mentre il blocco economico era rappresentato da Scott Bessent al Tesoro e Howard Lutnick al Commercio.
La delegazione russa, guidata da Putin, ha schierato il ministro degli esteri Sergey Lavrov – presentatosi indossando una sgargiante felpa con la scritta “CCCP” (URSS) – e Andrei Belousov alla Difesa, con Anton Siluanov al Ministero delle Finanze e Kirill Dmitriev alla guida del fondo sovrano, mentre Yuri Ushakov ha curato il raccordo politico-diplomatico come consigliere per gli affari esteri.
Una presenza massiva, quella di figure economiche, che suggeriva come i colloqui potessero toccare anche commercio e sanzioni, oltre al dossier ucraino.
Non sembra un caso in questo senso che proprio oggi il leader del Cremlino abbia firmato un decreto che potrebbe consentire agli investitori stranieri, tra cui la più grande compagnia petrolifera americana Exxon Mobil, di recuperare una quota del progetto petrolifero e del gas Sakhalin-1.
Contrariamente ai piani iniziali di un incontro uno-contro-uno, la Casa Bianca ha modificato all'ultimo momento il formato in un incontro "tre-contro-tre". I colloqui, avviati a partire dalle 11.30 ora locale, si sono svolti davanti a uno sfondo blu con le scritte "Alaska" e "Pursuing Peace".
La conferenza stampa: accordo lontano. Putin tiene fede alle sue condizioni
Dopo un’attesa assillante di quasi tre ore, che ha lasciato tutti i leader mondiali col fiato sospeso, la reale situazione negoziale è subito apparsa evidente nella conferenza stampa congiunta, al di là delle belle e concilianti frasi di circostanza.
“Atmosfera costruttiva e rispetto reciproco. Oggi un punto iniziale”. Con queste parole Putin ha aperto il suo intervento, rivendicando che “l’accordo di oggi è un punto iniziale” anche per affrontare la questione ucraina e sostenendo che “ora possiamo tornare ad avere rapporti pragmatici tra la Russia e gli Stati Uniti”. Il presidente russo ha parlato di “ferite” riferendosi all’Ucraina, sostenendo che il conflitto avrebbe potuto concludersi nel 2022 ma che non è accaduto a causa della leadership di Joe Biden, aggiungendo di essere certo che la guerra non sarebbe mai iniziata se Trump fosse stato già alla Casa Bianca. Ha infine affermato che esiste una intesa di principio per la “pace in Ucraina”.
"Un incontro personale tra i capi di Stato era atteso da tempo” ha detto Putin. “Il presidente Trump ed io avevamo contatti regolari. Tutto ciò che sta accadendo è una tragedia per noi. Il nostro Paese cerca di risolvere il conflitto ucraino. Ma per questo devono essere eliminati i fattori scatenanti del conflitto. Sono d’accordo che la sicurezza dell’Ucraina debba essere garantita. Spero che in Europa e in Ucraina non si cercherà di sabotare i progressi pianificati. Vorrei ringraziare Trump per il tono amichevole della conversazione. Spero che gli accordi di oggi diventino un punto di riferimento non solo per risolvere la crisi ucraina, ma anche per il ripristino delle relazioni tra USA e Russia”, ha concluso.
Trump, dal lato statunitense è sembrato più incline a smorzare gli entusiasmi. “Non c'è ancora alcun accordo, non abbiamo trovato un compromesso con Putin. Ma ci sono progressi,” ha affermato, annunciando che chiamerà “gli alleati della NATO e Zelensky al telefono”. “La cosa più importante è che abbiamo una buona possibilità di raggiungere la pace,” ha proseguito, spiegando di aver “concordato con Putin molti punti” della questione ucraina, pur ammettendo che “sul punto più importante” non c’è ancora consenso, anche se “le parti hanno buone possibilità di accordarsi”. “Putin vorrebbe porre fine a questo conflitto, così come me, spero di incontrare Putin presto.” Alla domanda implicita sulla proposta di tenere il prossimo summit a Mosca, ha risposto: “È interessante,” aggiungendo di “sperare di parlare con Putin molto presto”. La conferenza si è chiusa senza domande dei media, con dichiarazioni brevi e senza ulteriori dettagli sul contenuto dei colloqui. 
Nessun accordo dunque o qualsivoglia cessate il fuoco in Ucraina. Il pranzo congiunto è stato cancellato e Trump è rientrato immediatamente alla Casa Bianca.
Le principali testate internazionali hanno subito stroncato il leader americano: “Trump non ha perso, ma Putin ha chiaramente vinto,” ha commentato l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. Secondo il New York Times “dietro i commenti vaghi era chiaro che i due presidenti non sono riusciti a raggiungere un accordo nemmeno sul punto di partenza tracciato dall’Europa, dall’Ucraina e dallo stesso Trump, ovvero una tregua temporanea”. Per Sky News “se avessero menzionato la tregua, questo avrebbe cambiato il carattere della conversazione. Ma sembra che siamo ancora lontani da questo”. E ancora: “Donald Trump se ne va umiliato da Vladimir Putin”, che nel frattempo, ha lasciato Anchorage.
“Sembra che non sia andata molto bene. (Il leader del Cremlino – ndr) è arrivato e ha semplicemente detto tutto quello che voleva dire,” ha osservato Fox News.
L’Europa operativa per sabotare la pace
Durante le ore antecedenti e contigue al faccia a faccia tra i due leader c’era un’apprensione malsana tra Volodymyr Zelensky ed i leader europei che proprio mercoledì scorso avevano avuto ampi colloqui con Trump in preparazione dell'incontro.
Un’occasione in cui l’Europa ha dimostrato ancora una volta la sua volontà di soffiare sui venti di guerra. “Il presidente Trump ha condiviso con noi tre obiettivi molto importanti: prima di tutto il cessate il fuoco, poi che nessuno oltre all’Ucraina può negoziare ciò che riguarda l’Ucraina (e quindi anche i territori, ndr), e terzo elemento la disponibilità degli Stati Uniti di condividere con l’Europa gli sforzi per rafforzare le condizioni di sicurezza quando avremo ottenuto una pace duratura e giusta per l’Ucraina”, ha dichiarato il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, a margine delle consultazioni.
Zelensky, grande escluso da questi negoziati, ha reagito con disappunto affermando che qualsiasi accordo preso "senza di noi, non funzionerà". Zelensky ha continuato a insistere che "è tempo di finire la guerra, e i passi necessari devono essere compiuti dalla Russia", mentre ha accusato Mosca di "continuare a uccidere, anche nel giorno del summit". 
Ebbene secondo il quotidiano Politico, Kiev ha fissato cinque condizioni-chiave per la pace: cessate il fuoco duraturo prima di qualsiasi discussione territoriale, garanzie di sicurezza, riparazioni russe, ritorno dei bambini deportati e dei prigionieri di guerra, e nessun allentamento delle sanzioni. Una ricetta atta senz’altro a permettere che il conflitto perduri a tempo indeterminato.
Gelida e ferma, come prevedibile, la risposta di Mosca. Il ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov, ha ribadito che la propria “posizione di principio” sulla pace in Ucraina non è cambiata rispetto a quanto dichiarato da Vladimir Putin lo scorso anno. In sostanza, la Russia continua a chiedere il ritiro delle forze ucraine dalle quattro regioni da essa rivendicate — Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson — e la rinuncia di Kiev ad aderire alla NATO. Nel mentre, il portavoce Alexei Fadeyev, vice direttore del Dipartimento informazione e stampa, ha liquidato come “prive di reale peso politico e pratico” le consultazioni tra Trump e i leader europei, sostenendo che, sebbene l’Unione europea dichiari a parole di appoggiare gli sforzi di Washington e Mosca per risolvere la crisi, nei fatti starebbe ostacolandoli con ostinazione.
Riuscirà il vecchio continente, dopo i timidi progressi di oggi, a riportare il tycoon sulla retta via della guerra totale?
Foto © Imagoeconomica
ARTICOLI CORRELATI
Trump annuncia: ''Il 15 agosto incontrerò Putin in Alaska, ci sarà scambio di territori ucraini''
Trump tra diplomazia e deliri di guerra. Pronto ad incontrare Putin: ''Sanzioni? Dipende da lui''
Pace o Apocalisse: la missione disperata di Witkoff a Mosca per salvare la faccia all’Occidente
