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Dalla Dia allo Sco, i documenti che “parlano” 

Tra il 15 e il 20 agosto del 1993 Cosa Nostra aveva progettato un attentato nei confronti dei due presidenti delle Camere, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano. Quel rischio di attentato veniva paventato in una nota riservata del Sismi del 29 luglio del ’93, trasmessa dal Cesis nel 2002 al pubblico ministero di Firenze Gabriele Chelazzi. Un documento che assume ancora più significato nei primi giorni del mese successivo quando, in una nota del 4 agosto, sempre il Sismi informava il ministero degli Interni, della Difesa, il Comando generale di carabinieri, la Guardia di Finanza e il Sisde che la verifica dell'attendibilità della “fonte confidenziale” aveva dato esito positivo. 
Sarebbe potuto essere quello il successivo passo della strategia stragista dopo gli attentati di Milano e Roma, avvenuti tra il 27 ed il 28 luglio. L'attentato ai due politici venne evitato, secondo un'ulteriore nota del Sismi datata 21 agosto, grazie all'innalzamento del livello di protezione con il rafforzamento della scorta. 
Tutti questi documenti, finiti agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia, mettono in evidenza come in quella terribile estate del 1993 le più alte istituzioni fossero ben consapevoli di ciò che stava avvenendo. 
Lo stesso ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano, pur cercando di sminuire la portata del suo contributo, aveva ammesso la percezione della minaccia quando fu sentito il 28 ottobre 2014 davanti alla Corte d’Assise di Palermo (“Quegli attentati che poi colpirono edifici di particolare valore religioso, artistico e così via si susseguirono secondo una logica che apparve unica e incalzante per mettere i pubblici poteri di fronte a degli out-out”).
Quelle dichiarazioni vengono spesso dimenticate.
Appare però evidente che in quei mesi pezzi delle istituzioni, praticamente in diretta, sapevano quale fosse l'obiettivo delle stragi e, soprattutto, avevano individuato in Cosa nostra il “braccio esecutore”.


Le note Sco

Altri documenti importanti sono una nota riservata dello Sco, firmata da Antonio Manganelli, inviata nel giugno 1993 al servizio centrale di Polizia criminale e successivamente trasmessa alla Dia, ed una successiva nota che fu inviata anche alla Commissione parlamentare antimafia. Nella prima si parla della creazione di una spaccatura all'interno di Cosa nostra “tra un'area moderata ed una più sanguinaria”, dell'esistenza di una “fonte fiduciaria”, e si offre l'indicazione di un “interesse a creare il panico forse per costringere le istituzioni a trattare con Riina dopo l'ennesima autobomba”. 
Nella seconda, addirittura, si paventa la possibilità che dopo l’attentato a Costanzo "i successivi attentati non avrebbero dovuto realizzare stragi - così scrivevano gli investigatori dello Sco capitanati al tempo da Nicola Simone, con Antonio Manganelli e Alessandro Pansa come bracci destri - ponendosi invece come tessere di un mosaico inteso a creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una 'trattativa', per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa nostra anche canali istituzionali". 


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Giorgio Napolitano © Imagoeconomica


In questi anni è emersa l'esistenza di più piani di trattativa. Quel dialogo che il Ros di Mori avviò con il sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, molto probabilmente, fu uno dei canali. Ma non l'unico.
E al di là delle sentenze assolutorie o delle intenzioni dichiarate è un dato di fatto che quel dialogo contribuì a produrre il convincimento in Cosa nostra che la logica delle bombe in qualche maniera pagasse. 


Anno '94, il rapporto Oceano

Per comprendere il quadro generale dietro le stragi vi è anche un altro rapporto della Dia in cui si delineava il quadro “economico politico finanziario” delle stragi, inviato nel marzo 1994 alle procure di Palermo, Roma, Milano e Firenze. Si tratta del “Rapporto Oceano”, strettamente riservato, firmato dal capo reparto investigazioni giudiziarie Pippo Micalizio.
In quel documento si sostiene che le stragi Falcone e Borsellino sono state "richieste" a Salvatore Riina da "personaggi importanti", in cambio della promessa di una revisione del maxiprocesso.
Si faceva riferimento al Venerabile della P2 Licio Gelli e una parte della massoneria italiana, appoggiati da settori dei servizi segreti e da "ambienti imprenditoriali e finanziari". 
Sulla base di quali fonti la Dia parlava di "personaggi importanti" citando Gelli e una parte della massoneria, settori dei servizi segreti e ambienti imprenditoriali e finanziari? Sarebbe interessante chiederlo agli investigatori del tempo.
Nel "Rapporto Oceano", vi è anche un'altra considerazione importante sul rapporto fra criminalità organizzata e finanza: "Il gettito prodotto dalle attività criminali poste in essere dalle varie attività dei gruppi mafiosi non corrisponde al valore dei beni sequestrati, dei patrimoni confiscati, né delle spese che la criminalità sostiene. Questa grande ricchezza residuale non può quindi che essere nascosta nel sistema finanziario (...). Il sistema finanziario, attraverso i suoi meccanismi, ha creato negli ultimi anni strumenti giuridici ed economici che lo hanno portato ad assumere un ruolo preminente rispetto a quello industriale (...). Come è noto, questo mercato è quello dove è più agevole nascondere i capitali di illecita provenienza (...). Si può ragionevolmente ipotizzare che, attraverso il mercato finanziario, la criminalità organizzata abbia potuto raggiungere anche il sistema industriale".
Non solo. Tornando alle stragi si indicavano soggetti vicini all'eversione nera come “concorrenti” nelle stragi. Le attenzioni in particolare si concentravano su Pietro Rampulla, mafioso della famiglia di Mistretta con un trascorso in Ordine Nuovo. Fu lui a confezionare i cinquecento chili di esplosivo utilizzati per la strage di Capaci. Evidentemente la Dia aveva ottime fonti.
Ma in quell'informativa si segnalava anche Paolo Bellini. Recentemente condannato definitivamente per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, al tempo veniva citato come “infiltrato” nella lettera di addio di Nino Gioè, uno degli stragisti di Capaci morto “suicida” in carcere in circostanze tutt'altro che chiare. 


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Paolo Bellini


Una Commissione antimafia seria approfondirebbe il ruolo di Bellini che fu protagonista di una vera e propria trattativa con i boss per il recupero di opere d'arte rubate in cambio di sconti di pena per i capimafia.  
Ma questa relazione, che secondo quanto raccontato dall'inchiesta giornalistica di Report sarebbe eterodiretta dall'esterno da figure come il generale Mario Mori, non ne vuole sapere. 
E non stupisce se si considera che la vicenda Gioè-Bellini sullo sfondo vede l'ombra dello stesso ex ufficiale del Ros.
Gioè propose a Bellini uno “scambio”, fornendogli un biglietto contenente i nomi di cinque importanti mafiosi allora detenuti e chiedendo per loro “arresti domiciliari o ospedalieri” per la buona riuscita della trattativa. Il documento arrivò sul tavolo del colonnello Mori, che parlò subito di richieste improponibili ma, senza sequestrarlo né informare l’Autorità Giudiziaria, trattenne il biglietto e lo distrusse.
Secondo la Procura di Firenze, che su Mori ha aperto un fascicolo nell’inchiesta sulle stragi del 1993, l'ex generale non avrebbe impedito “mediante doverose segnalazioni o denunce, ovvero con l’adozione di autonome iniziative investigative o preventive, gli eventi stragisti di Firenze, Roma e Milano di cui aveva avuto plurime anticipazioni”. 
Infatti, secondo l'accusa, Mori sarebbe “stato informato già nell’agosto 1992, dal maresciallo Roberto Tempesta del proposito di Cosa Nostra, veicolatogli dalla fonte Paolo Bellini, di attentare al patrimonio storico, artistico e monumentale italiano, in particolare alla Torre di Pisa”.
Successivamente, in occasione “di un colloquio investigativo a Carinola il 25 giugno 1993”, ad avvertire Mori sarebbe stato  il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra Angelo Siino, il quale “gli aveva espressamente comunicato che vi sarebbero stati attentati al Nord”.
Da qui l'indagine della Procura di Firenze che comunque non ha impedito a Mori di essere sentito come un “oracolo di verità” in Commissione antimafia sull'unica inchiesta che per lui conta davvero: mafia-appalti. 
Inchiesta che a ben vedere non spiega affatto ciò che avvenne nel 1993. 
Come dicevamo, però, a questa Commissione parlamentare antimafia ed alla Presidente Chiara Colosimo raggiungere la verità su quella stagione storica non interessa. Altrimenti si sarebbe dato spazio a tutti quei punti che l'ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato (oggi senatore del Movimento cinque stelle che il centrodestra vorrebbe estromettere dalla Commissione), ha invitato più volte, con tanto di memoria scritta, ad approfondire.
Un memoriale in cui vengono messi in evidenza tutti i buchi neri delle stragi, nonché gli intrecci tra mafia, ambienti legati alla destra eversiva, 007 italiani ed esteri, così come massonerie e quei molteplici interessi che si intrecciano e si amalgamano nel disegno stragista del 1992 - '94. 


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Chiara Colosimo © Imagoeconomica


Per descrivere questa commistione nel documento vengono ricordate anche le dichiarazioni di più collaboratori di giustizia. Tra loro anche Tullio Cannella, che assistette Leoluca Bagarella durante la sua latitanza e che per suo conto si incaricò di dare vita ad un nuovo movimento politico (Sicilia Libera). Sentito nel processo per la strage di Via Georgofili a Firenze all’udienza del 25 giugno 1997 Cannella disse: “… Il signor Bagarella, per il rapporto che poi io ho avuto dal punto di vista della collaborazione che poc’anzi ho detto, di carattere strategico, politico e tutto, in maniera molto chiara mi disse che in effetti la ideazione delle stragi non è sua, nel senso che nel 1993, come noi sappiamo, già era stato catturato il signor Salvatore Riina. Quindi si potrebbe pensare che il signor Bagarella, nel 1993, decide di operare, di attuare questa stagione stragista. Ma il commento del signor Bagarella era e fu, ripercorrendo a ritroso pagine della storia italiana e quindi più specificatamente partendo dalla strage di Capaci a quella di Via D’Amelio, a quelle che si erano cercate nell’Estate del 1993, Bagarella mi dice che questo era il frutto di un determinato piano che era stato preventivamente stabilito o concordato. E che comunque mi disse: “E’ molto facile caro Tullio, secondo i pentiti, che tutta la responsabilità viene scaricata su Salvatore Riina o su di me. Mentre altri hanno questa responsabilità". Che quindi con questa dichiarazione non sto affatto escludendo che sul piano operativo militare il signor Bagarella era a conoscenza e che altri fattivamente hanno partecipato praticamente alla attuazione delle stragi. Ma intendo precisare che il signor Bagarella mi disse in maniera molto chiara ed evidente che erano da ricercare in ambienti economico, politico, massonico, i veri mandanti e ideatori della strage. Altro non posso dire…”. A domanda se si trattasse di una interpretazione: “No, no questa non è una interpretazione…sì, sì, questo, una espressione chiara…”. 
Il Presidente chiese al Cannella di ripetere: “Sì, posso ripeterlo. Che in effetti vi erano stati, per questa attuazione, degli interessi. E quindi una concomitanza di interessi con Cosa Nostra, per spiegarlo in maniera ancora più chiara, di ambienti politico-affaristici, quindi economici e massonici…”. 


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Roberto Scarpinato © Paolo Bassani 


E' così che tornano in mente le analisi della Dia dell'agosto 1993 sugli attentati di quella terribile estate: “Lo scenario criminale delineato sullo sfondo di questi attentati ha messo in evidenza da un lato l’interesse alla loro esecuzione da parte della mafia, ma ha lasciato altresì intravedere l’intervento di altre forze criminali in grado di elaborare quei sofisticati progetti necessari per il conseguimento di obiettivi di portata più ampia e travalicanti le esigenze specifiche dell’organizzazione mafiosa”. E poi ancora scrivevano gli investigatori: “Si potrebbe pensare a una aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergano finalità diverse. Un gruppo che, in mancanza di una base costituita da autentici rivoluzionari, si affida all’apporto operativo della criminalità organizzata. Gli esempi di organismi nati da commistioni tra mafia, eversione di destra, finanzieri d’assalto, funzionari dello Stato infedeli e pubblici amministratori corrotti non mancano”. Addirittura si faceva riferimento alla massoneria mettendo in evidenza come “recenti indagini hanno evidenziato la presenza di uomini di 'Cosa nostra' nelle logge palermitane e trapanesi, senza dimenticare il ruolo chiave svolto alla fine degli anni ‘70 da Michele Sindona nei contatti tra gli ispiratori di progetti golpisti ed elementi di spicco della mafia siciliana”. 
Insomma, in quei primi anni Novanta, era già evidente che le mafie fossero perfettamente inserite in un Sistema criminale integrato.
Ma anziché andare avanti su questo versante e tentare di dare un volto ai “pupari”, ecco che si torna a banalizzare e a dire: “E' stata la mafia!”. E se fosse “Stato la mafia”?

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