Dalla Dia allo Sco, i documenti che “parlano”
C'è un motivo per cui la Commissione parlamentare antimafia non ha alcuna voglia di misurarsi nella ricerca della verità sulle cosiddette stragi del Continente.
Da Firenze a Milano, passando per Roma (via Fauro, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro), sono tanti gli elementi emersi in anni di inchieste e processi che costringerebbero le istituzioni a guardare oltre Cosa nostra, a quei mandanti esterni che in quel preciso momento storico avevano interesse a mettere lo Stato italiano sotto scacco. Un Sistema criminale che si stava “rinnovando” anche alla luce di un Mondo che stava a sua volta cambiando dopo la caduta del muro di Berlino.
Non solo. La Commissione parlamentare, presieduta da Chiara Colosimo, dovrebbe misurarsi con una lunghissima serie di documenti che, piaccia o non piaccia, richiamano direttamente alla trattativa Stato-mafia che si è svolta in quegli anni. Trattativa. Una parola urticante, fastidiosa ed ingombrante che neanche la Cassazione, con la sua sentenza di assoluzione, ha potuto cancellare (la formula assolutoria rispetto al reato di attentato al corpo politico dello Stato non è mai stata che il “fatto non sussiste”).
Affrontare quella stagione terribile non può prescindere dai documenti - oltre che dalle testimonianze - scritti nero su bianco e per decenni dimenticati, che hanno sviluppato il tema.
Un pezzo di quella partita, almeno nell'ottica di Cosa nostra, si giocava sulle carceri e quel regime penitenziario speciale 41 bis che aveva azzerato ogni contatto con l'esterno ai boss.
E le “bombe del dialogo” (così le definì Luciano Violante, negli anni Novanta Presidente della Commissione antimafia) avrebbero avuto quella finalità.
E' un dato di fatto che nel giugno 1993, fra la bomba di Firenze e quelle di Milano e Roma, ci fu una repentina sostituzione al vertice dell’amministrazione penitenziaria.
Il direttore generale del Dap Nicolò Amato fu sostituito dalla sera alla mattina senza troppe spiegazioni.
Pochi mesi prima Amato era finito nel mirino in una lettera di minacce indirizzata da sedicenti parenti di mafiosi detenuti al carcere di Pianosa ed a quello dell’Asinara, spedita nel febbraio del 1993 e diretta, tra gli altri, al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
In quella missiva si usava un tono minaccioso, chiedendo l’intervento del capo dello Stato per mettere fine a violenze in carcere contro detenuti e vi erano accuse su Amato, definito “dittatore spietato”. Il processo sulla trattativa Stato-mafia ha ricostruito ogni passaggio che portò alla sostituzione di Amato con Adalberto Capriotti, nonché il coinvolgimento diretto del Capo dello Stato. Fu quello un primo segnale verso l'esterno? 
Nicolò Amato © Imagoeconomica
I vertici istituzionali hanno sempre negato. Amato al processo disse: “Sento parlare di trattativa e io non so se qualcuno s’è seduto al tavolo con qualcun altro; so però che c’è stato un cedimento oggettivo dello Stato di fronte alla criminalità organizzata nel momento in cui, con la mia rimozione, si passò da un regime carcerario più duro a un altro, enormemente ammorbidito”.
Ciò valeva allora ed ancor di più vale oggi che ergastolo ostativo e 41 bis, hanno sempre meno paletti, con boss detenuti (anche stragisti) che pian piano stanno ottenendo benefici pur non collaborando con la giustizia.
Il percorso di revisionismo e rimozione dei fatti che certi politicanti, giornaloni di regime ed istituzioni stanno conducendo sulla ricostruzione delle stragi degli anni Novanta non vuole misurarsi con certi fatti. Né tantomeno tenere in considerazione altri dati chiave che vale la pena ricordare.
La “trattativa” per la prima volta nella relazione della Dia
Il 10 agosto 1993 la Dia invia al ministro dell'Interno Nicola Mancino una relazione di 24 pagine in cui si informava il ministero dell'Interno Nicola Mancino di come “un’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis” avrebbe potuto “rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”.
Una stagione che parte nel 1992.
Secondo gli analisti era in corso un attacco allo Stato che vedeva due momenti separati da una data chiave: il 19 luglio 1992, ovvero la strage di via d’Amelio.
“La strage di Capaci e l’omicidio di Salvo Lima sono da interpretare come due momenti significativi di una strategia a difesa di Cosa Nostra –si legge nella relazione – dopo la strage di via d’Amelio, Cosa Nostra è divenuta compartecipe di un progetto designato e gestito insieme ad un potere criminale diverso e più articolato”.
Cosa si intendeva per “progetto designato e gestito insieme ad un potere criminale diverso e più articolato”? Dunque Cosa nostra non era da sola nell'esecuzione e nella pianificazione delle stragi?
Cosa aveva appreso la Dia? Da chi?
Il prefetto Gianni De Gennaro, sentito al processo Stato-mafia aveva confermato che al tempo il capo dello Sco Antonio Manganelli gli disse “che aveva una fonte attendibile”.
Quale fosse però la “gola profonda”, non è stato mai possibile accertarlo.
E' un dato di fatto che dopo via d’Amelio il progetto eversivo messo in campo avrà il suo apice nelle bombe piazzate in Continente in cui persero la vita anche civili innocenti.
Stragi che “non ci appartengono” le aveva descritte il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. 
Gianni De Gennaro © Imagoeconomica
Al tempo gli analisti della Dia avevano messo in evidenza come “la scelta dei tempi di esecuzione (delle stragi di Roma, Firenze e Milano) appare legata ad una concreta possibilità per i mass media, e in particole per le reti televisive, di intervenire con assoluta tempestività amplificando e drammatizzando gli effetti delle esplosioni con le riprese in diretta”.
Quel documento della Dia è eccezionale perché per la prima volta veniva utilizzato proprio il termine “trattativa” per descrivere quello che stava accadendo nell'immediato post stragi e ciò avveniva a pochi giorni dalle bombe di luglio. In particolare si parlava di una strategia “per insinuare nell’opinione pubblica il convincimento che in fondo potrebbe essere più conveniente una linea eccessivamente dura per cercare soluzioni che conducano ugualmente alla resa di Cosa Nostra a condizioni in qualche modo più accettabili per Cosa Nostra”. Inoltre gli analisti della Dia nella nota aggiungevano: “La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati. Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”.
Ma c’è anche dell’altro: “Verosimilmente – continua la nota – la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo”.
Ancora una volta torna il riferimento ad “altri centri di potere”. Infine la Dia avverte il Ministero dell'Interno di non cedere di un millimetro proprio sull’oggetto che ha scatenato la violenza mafiosa, ovvero il carcere duro. “È chiaro – scrivono – che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis, potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”.
E' storia che nel novembre di quell'anno, appena due mesi dopo, il Ministro della Giustizia Giovanni Conso (a suo dire in “completa solitudine”), lascerà scadere il regime di 41 bis per 334 detenuti mafiosi per dare “un segnale di distensione”.
Una decisione quantomeno singolare, se si pensa che in quell'elenco c’erano anche mafiosi di rango importante come Giuseppe Farinella, Andrea Di Carlo (fratello di Francesco, boss di Altofonte, noto per i suoi legami con i servizi segreti), Giovanni Prestifilippo (padre di Mario, killer dei corleonesi) e Nené Geraci. Proprio il segnale di cedimento che lo Stato non avrebbe mai dovuto dare in quel momento.
In foto di copertina: la strage di via dei Georgofili
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