Per i giudici, il governo ha ostacolato la CPI e protetto un torturatore per interessi italiani. Nordio sapeva ma tacque
“Oggi mi è stato notificato il provvedimento del Tribunale dei ministri per il caso Almasri: dopo oltre sei mesi dal suo avvio, rispetto ai tre mesi previsti dalla legge, e dopo ingiustificabili fughe di notizie. I giudici hanno archiviato la mia sola posizione, mentre dal decreto desumo che verrà chiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Piantedosi e Nordio e del sottosegretario Mantovano”. Inizia così il lungo post pubblicato via social dalla premier Giorgia Meloni, poche ore dopo aver ricevuto la notifica dal Tribunale dei ministri di Roma che ha deciso di archiviare la posizione del presidente del Consiglio sulla vicenda del generale libico Almasri, ritenendo che, a differenza di altri tre indagati, non abbia contribuito a un eventuale “programma criminoso”. Gli altri tre indagati, invece, sono i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Il caso riguarda, appunto, il generale libico Nijeem Osama Almasri, accusato dalla Corte Penale Internazionale di crimini contro l’umanità, ma rimpatriato in Libia dopo il suo arresto a Torino con un volo di Stato.
Dove tutto è iniziato
È appena iniziato il nuovo anno. È il giorno dell’Epifania, 6 gennaio 2025: il generale libico, accusato di omicidi, torture e stupri commessi nella prigione di Mitiga, viaggia tra alcuni Paesi europei, inclusa l’Italia. Il 18 gennaio la CPI emette un mandato d’arresto internazionale per crimini contro l’umanità. Il giorno successivo, 19 gennaio, la DIGOS arresta il generale libico a Torino. Così, poche ore dopo la sua cattura, nel tardo pomeriggio del 21 gennaio, Almasri viene imbarcato su un volo di Stato italiano (Falcon 900) e riportato a Tripoli. Una decisione che il governo ha giustificato parlando di “urgenti ragioni di sicurezza”.
È in quel momento che esplode il caso Almasri. Il 5 febbraio, il ministro della Giustizia Carlo Nordio interviene alla Camera dei deputati insieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per riferire sul caso, reso pubblico grazie a una denuncia dell’avvocato Luigi Li Gotti - vero punto di svolta giudiziario della vicenda - che il 23 gennaio aveva depositato in Procura a Roma un esposto contro la decisione di scarcerare e rimpatriare il generale con un volo di Stato. Secondo Li Gotti, si configurerebbero reati gravi come favoreggiamento e peculato da parte di alcuni membri del governo.
Tra gli applausi della maggioranza, Nordio, il 5 febbraio, sostiene che il mandato d’arresto della CPI fosse viziato e non immediatamente eseguibile perché giunto in inglese, senza traduzione, e privo di elementi essenziali come date corrette e richiesta di estradizione. Il ministro precisa che solo dopo un’analisi interna sarebbero emerse gravi incongruenze che rendevano nullo l’atto e che, per questo, non poteva limitarsi a un “passacarte”, ma doveva verificarne la legittimità.
Il 30 giugno 2025, su richiesta della CPI e del legale di Lam Magok (vittima di Almasri), viene depositata al Tribunale dei ministri una memoria in cui si accusa formalmente l’Italia di aver ostacolato la cooperazione con la Corte e protetto un criminale.
Il 17 luglio, arriva la svolta: la CPI sottolinea in una memoria depositata a Roma che l’Italia avrebbe ostacolato l’esecuzione del mandato di arresto internazionale e facilitato il rimpatrio del sospettato tramite volo di Stato, impedendo così alla Corte di esercitare i propri poteri previsti dallo Statuto. In parallelo, viene chiesto il deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati Parte della CPI o al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. 
Giorgia Meloni © Imagoeconomica
Con l’avviarsi dell’inchiesta aperta dal Tribunale dei ministri, la questione si complica per Meloni, Mantovano, Piantedosi e soprattutto per Nordio. Le indagini rivelano una gestione della vicenda ben diversa da quella raccontata dal ministro alla Camera: risulta infatti che Nordio fosse perfettamente informato già dal pomeriggio di domenica 19 gennaio, poche ore dopo l’arresto. Inoltre, documenti e messaggi interni indicherebbero che la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi avesse raccomandato la massima riservatezza, invitando a usare canali criptati come Signal, mentre erano già in corso contatti con l’ambasciata italiana nei Paesi Bassi e la piattaforma Prisma aveva ricevuto l’atto d’accusa della CPI.
La decisione del Tribunale e la reazione di Giorgia Meloni
Come abbiamo detto, dopo mesi di indagine, il Tribunale dei ministri ha deciso di archiviare la posizione di Giorgia Meloni, ritenendo che non fosse stata preventivamente informata né avesse condiviso la decisione di liberare Almasri; di conseguenza, non avrebbe contribuito a un eventuale “programma criminoso”. Per gli altri tre indagati - Mantovano, Piantedosi e Nordio - dovrebbe invece essere chiesta l’autorizzazione a procedere. In pratica, il via libera del Parlamento per mandarli a processo.
È a questo punto che il post di Giorgia Meloni sui social si fa “febbrile”: “Si sostiene - scrive la premier - che due autorevoli ministri e il sottosegretario da me delegato all’intelligence abbiano agito su una vicenda così seria senza condividere con me le decisioni assunte. È una tesi palesemente assurda”. E aggiunge: “A differenza di qualche mio predecessore che ha preso le distanze da un suo ministro in situazioni simili, rivendico che questo governo agisce in modo coeso sotto la mia guida: ogni scelta, soprattutto così importante, è concordata. È quindi assurdo chiedere che vadano a giudizio Piantedosi, Nordio e Mantovano, e non anche io, prima di loro. Nel merito, ribadisco la correttezza dell’operato dell’intero Esecutivo, che ha avuto come sola bussola la tutela della sicurezza degli italiani. L’ho detto pubblicamente subito dopo aver avuto notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati e lo ribadirò in Parlamento, sedendomi accanto a Piantedosi, Nordio e Mantovano al momento del voto sull’autorizzazione a procedere”.
La ricostruzione dei giudici
Secondo la ricostruzione contenuta in una richiesta di autorizzazione a procedere lunga 91 pagine, i giudici ritengono che Almasri non avrebbe mai dovuto essere espulso, ma piuttosto arrestato in Italia, in quanto destinatario di un mandato d’arresto internazionale. Così, nella loro ricostruzione, i magistrati definiscono “irrazionale” la scelta di organizzare persino un volo di Stato per riportare il torturatore libico in patria. Un gesto che, secondo loro, rispondeva a un obiettivo preciso: “Evitare le ritorsioni della Libia”.
Per i giudici, tutto sarebbe partito da una riunione tenutasi a Palazzo Chigi il 19 gennaio, poche ore dopo l’arresto di Almasri, durante una videoconferenza - come ha raccontato ai magistrati il direttore dell’Aise, prefetto Giovanni Caravelli - alla quale presero parte i ministri Piantedosi, Tajani, Mantovano, lo stesso Caravelli e altri esponenti dei servizi di sicurezza. Assente, invece, il Guardasigilli. Da quell’incontro, secondo quanto emerge, sarebbero emersi i timori legati a possibili reazioni libiche. In particolare, Caravelli parlò di potenziali “ritorsioni” contro i cittadini italiani presenti a Tripoli “nonché nei confronti degli interessi italiani”. Riferì anche, nello specifico, dello stabilimento di Mellitah - vicino al confine con la Tunisia - gestito in comproprietà da Eni e dalla National Oil libica, sottolineando che la Rada Force collaborava con le forze di sicurezza operanti nell’area.
In sostanza, l’ipotesi è che la decisione di espellere Almasri e rimandarlo in patria con un volo governativo sia stata presa proprio per evitare una reazione ostile da parte libica. Una motivazione mai ammessa ufficialmente: al contrario, il ministro dell’Interno Piantedosi ha negato in Parlamento qualsiasi pressione o ricatto. Secondo il Tribunale dei ministri, però, la scelta di espellere Almasri con un volo di Stato non sarebbe stata una semplice decisione politica “discutibile”, ma la manifestazione di una precisa volontà - condivisa da vari membri del governo - di ostacolare le indagini internazionali e di aiutare un criminale a sfuggire alla giustizia.
Sempre secondo i giudici, il ministro della Giustizia Carlo Nordio era pienamente consapevole della situazione, ma scelse di non intervenire, mantenendo un “silenzio indebito” che avrebbe danneggiato l’operato della giustizia. Anche l’espulsione in sé, per i magistrati, non aveva giustificazioni valide: non esistevano minacce concrete alla sicurezza nazionale, come invece si è cercato di far credere. Il sospetto, dunque, è che l’intera operazione, dall’arresto alla scarcerazione, fino al rimpatrio, sia stata condotta non nell’interesse della giustizia, ma con l’intento politico di evitare tensioni diplomatiche con un Paese instabile e potenzialmente pericoloso come la Libia. Così facendo, però, i membri del governo coinvolti avrebbero ostacolato l’attività della Corte penale internazionale e favorito l’impunità di un torturatore. 
L’analisi dell’avvocato Li Gotti
Dopo la decisione del Tribunale di archiviare la posizione della premier, Li Gotti, intervistato da La Stampa, non si dice sorpreso: “Già so - afferma il noto avvocato - che questa vicenda presumibilmente si chiuderà in Parlamento, dove la maggioranza di centrodestra non voterà mai per mandare a processo Nordio, Mantovano e Piantedosi”.
Li Gotti, in pratica, ha ammesso di comprendere l’archiviazione di Meloni, spiegando che la premier non avrebbe competenze tecniche tali da poter gestire una questione così complessa. Tuttavia, la situazione potrebbe essere diversa per altre figure vicine ai ministri, come la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. “L’ex capo dipartimento al ministero della Giustizia, Birritteri, aveva preparato tutti gli atti per non scarcerare Almasri - ha ricordato Li Gotti -. Poi andò in contrasto con Bartolozzi e alla fine l’ha spuntata lei. Birritteri si è dimesso ed è tornato in Cassazione. Magari dagli atti potrebbero emergere altre cose”.
Le reazioni
L’archiviazione di Meloni non convince tutti. Tra i più critici, l’avvocato Francesco Romeo, legale di Lam Magok, il testimone chiave contro Almasri e vittima di torture nei centri da lui controllati. “La premier Meloni ha affermato che i ministri non governano in autonomia. È un’assunzione di responsabilità - sottolinea Romeo, riferendosi al post della premier in un’intervista con Repubblica - e la Procura di Roma dovrebbe riaprire il fascicolo; in alternativa, valuteremo il da farsi”. Insomma, per l’avvocato Romeo, le parole di Meloni sarebbero una vera e propria “confessione”. Ad essere particolarmente colpito è Magok, che si dice ferito dall’archiviazione e dalle dichiarazioni della premier: “Questa non è una battaglia personale - ha precisato -. Porto sulle spalle la responsabilità di chi è stato torturato in Libia e di chi subisce ancora oggi la stessa sorte, di chi è riuscito a fuggire e di chi è morto. Tutti dobbiamo avere giustizia. La leader di un Paese che si definisce democratico ha rivendicato la liberazione di un torturatore. Questo mi ha fatto paura e mi ha fatto male”. 
Luigi Li Gotti © Paolo Bassani
Altrettanto interessante è stata l’analisi di Cesare Parodi, presidente dell’Anm (Associazione nazionale magistrati), che durante un’intervista a Radio 1 - come ha ricordato “Il Fatto Quotidiano” - parlando in termini generali delle conseguenze politiche di un eventuale processo, ha risposto a una domanda del conduttore che citava proprio Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio. Sulla questione, Parodi si è limitato a osservare che un processo in cui certi fatti venissero accertati avrebbe inevitabilmente ricadute politiche sulle persone coinvolte. Poco dopo, le sue parole sono state rilanciate dall’agenzia ANSA con un titolo che attribuiva a Parodi la frase: “Il processo a Bartolozzi avrebbe ricadute politiche”, facendo apparire che fosse stato lui stesso a chiamarla in causa. Nordio reagisce duramente, accusando il presidente dell’Anm di aver citato il nome della sua capo di gabinetto senza che questo compaia negli atti ufficiali e ipotizzando che, se così fosse, Parodi si sarebbe avvalso di informazioni riservate. Parla così di “un’impropria e inaccettabile invasione di prerogative istituzionali”. Sulla vicenda, anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani interviene parlando addirittura di una “vendetta” e di un’invasione di campo inaccettabile. Dopo qualche ora, Parodi replica precisando di non aver mai nominato Bartolozzi e che il suo discorso era di carattere generale, non collegato all’inchiesta specifica. “Ha assolutamente ragione il ministro a dire che, in caso contrario, sarebbe stata un’invasione di campo, approccio - sottolinea Parodi - che non mi appartiene né culturalmente né caratterialmente”. Ad ogni modo, le opposizioni non perdono tempo: Elly Schlein chiede che Meloni chiarisca in Parlamento la sua responsabilità politica, mentre Matteo Renzi accusa la premier e i ministri di aver mentito e di aver gestito in modo dilettantesco una vicenda che toccava la sicurezza nazionale.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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