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A fine giugno del 1992 Paolo Borsellino, davanti ai giovani magistrati Massimo Russo e Alessandra Camassa, disse “un amico mi ha tradito”, in lacrime, dopo essersi accasciato sul divano del suo ufficio. Era stanco, provato, schiacciato dal peso insostenibile della morte del suo amico nonché collega Giovanni Falcone
A oltre trent’anni di distanza non si conosce ancora l’identità di chi tradì il magistrato. 
Nero su Bianco, la rubrica di ANTIMAFIADuemila, ripercorre quel momento storico agganciandolo alle novità del presente. 
Novità che riguardano la ‘pista nera’, quel filone di indagine che punta il dito sul connubio tra mafia e destra eversiva. 
L’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, nei giorni scorsi ha ritrovato un verbale – consegnato poi all’autorità giudiziaria di Caltanissetta – che attesta l’esistenza di una riunione del 15 giugno 1992 tra i vertici della procura nissena e quella di Palermo; si parlò dell’allora confidente Alberto Lo Cicero e delle sue rivelazioni. 
Si tratta di un verbale sconosciuto a tutte le precedenti sentenze sulla strage di via D'Amelio, risalente a una riunione svoltasi a Palermo il 15 giugno 1992 – in mezzo, dunque, ai due attentati di Capaci e via D'Amelio – e alla quale presero parte Pietro Giammanco, procuratore capo, Vittorio Aliquò e Borsellino, procuratori aggiunti, Vittorio Teresi, sostituto procuratore, e Pietro Maria Vaccara, sostituto procuratore a Caltanissetta. Nel verbale emerge che i magistrati presenti alla riunione si scambiarono informazioni riguardanti la strage di Capaci e altre informazioni sulle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nei confronti del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (nel frattempo deceduto) e della sua ex compagna Maria Romeo, nel corso delle quali si accennava proprio all’attentato di Capaci. Ricordiamo che Alberto Lo Cicero non era un mafioso ‘punciuto’ (ritualmente affiliato a Cosa Nostra, ndr) ma era cugino del boss Armando Bonanno e autista del boss di San Lorenzo e membro della Cupola di Cosa Nostra Mariano Tullio Troia, detto ‘u Mussolini’ per le sue simpatie di destra. 
Anche un altro dato emerge: un particolare legato all’onorevole Guido Lo Porto, arrestato nel 1968 insieme al killer neofascista Pierluigi Concutelli. L’allora magistrato Vittorio Teresi, in una relazione di servizio del primo giugno 1992 (“sicuramente nota al dottor Borsellino”), scrisse che Lo Cicero riferì di aver conosciuto presso la villa di Troia l’on. Lo Porto, che più di una volta si sarebbe intrattenuto a cena dallo stesso, e che un nipote o cugino del Lo Porto sarebbe proprietario di una villa nello stesso complesso. La riunione del 15 giugno, nella quale le Procure di Caltanissetta e di Palermo parlarono di Lo Cicero e delle sue rivelazioni (e sicuramente, quindi, anche dell’on. Lo Porto), fu di pochissimo precedente all’incontro del dr. Borsellino con la dr.ssa Camassa e il dr. Russo, nel corso del quale il magistrato, di lì a breve ucciso, si lasciò andare a uno sfogo su ‘un amico’ dal quale si era sentito tradito. “Proprio a tale riguardo – ha scritto Repici nella sua memoria mandata alla procura di Caltanissetta – non si può più temporeggiare per l’audizione dell’ing. Salvatore Borsellino, fratello del dr. Borsellino, in relazione all’individuazione dell’‘amico traditore’ del magistrato ucciso il 19 luglio 1992, giacché le risultanze da ultimo emerse (con ritardo di trentatré anni) consentono, forse, finalmente di addivenire a quella individuazione. Ciò sarebbe probabilmente l’abbrivio per comprendere a cosa facesse riferimento il 25 giugno 1992 il dr. Borsellino nel suo intervento pubblico a Casa Professa, allorché sostenne che alcune cose non le avrebbe riferite a nessuno, nemmeno ai suoi amici e colleghi palermitani, prima di riferirle a verbale alla Procura di Caltanissetta”. 
Non resta che seguire ciò che risulterà dalle indagini e sperare che un altro pezzo di verità venga alla luce. 

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