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La parole di Gianni Barbacetto nell'articolo de Il Fatto Quotidiano

L'immagine della borsa di Paolo Borsellino, presentata in pompa magna e poi esposta in transatlantico alla Camera, dove resterà fino al 30 ottobre, è divenuto il simbolo di uno Stato che, con l'uso di una "reliquia civile" cerca di riscrivere la storia d'Italia, cancellando fatti e verità. Prova ne è che nessun accenno è stato fatto dai tanti ospiti istituzionali alla famosa fotografia che ritrae l'allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli con in mano proprio quella borsa al cui interno vi era l'agenda rossa del giudice. 
Quel fotogramma venne scattato tra le 17,20 e le 17,30 del 19 luglio e venne scoperto nel 2005 quando il nostro vicedirettore, Lorenzo Baldo, segnalò alla Dia l'esistenza della foto. 
Fu aperta un'inchiesta e Arcangioli venne indagato per il furto dell'agenda rossa (prosciolto definitivamente il 17 febbraio 2009) e per falsa testimonianza ai pm (decreto di archiviazione emesso il 26 aprile 2012). 
Da allora però non è stato fatto altro nonostante lo stesso militare abbia rinunciato alla prescrizione per quel reato.  
Nessuno dei presenti alla Camera ha preso la parola per evidenziare lo scandalo. 
Né per ricordare le pesantissime parole della sentenza d'Appello del processo Borsellino Quater: la Corte aveva dedicato proprio un capitolo alla sparizione dell'agenda rossa evidenziando le "molteplici contraddizioni fra le deposizioni dei vari testi esaminati". Tra questi anche quella dell'allora capitano Giovanni Arcangioli in forza al Nucleo Operativo Provinciale dei Carabinieri di Palermo. 
I giudici, pur evidenziando la sentenza di non luogo a procedere nei suoi confronti emessa dal Gup di Caltanissetta il 1° aprile 2008, confermata dalla Corte di Cassazione il 17 febbraio 2009, parlano del comportamento "molto grave" dell'allora Capitano dell’Arma. 
Nelle carte si legge che l’ufficiale dei Carabinieri ammetteva la circostanza “senza fornire alcuna spiegazione plausibile del suo comportamento, poco chiaro, limitandosi a dichiarare (in maniera assai poco convincente) che la borsa in questione - dal suo punto di vista - in quel momento, era un oggetto di scarsa o nulla rilevanza investigativa e che non ricordava alcunché”. Per i giudici si tratta di un’affermazione “scarsamente credibile” e anche “in palese contraddizione con la circostanza che il teste, in quel contesto così caotico e drammatico, si premurava di prelevare la borsa dalla blindata, guardando all’interno della stessa”. 
Oggi la Procura di Caltanissetta sembra guardare altrove. Sono state perquisite le case dei familiari dell'ex capo della Squadra mobile Arnaldo La Barbera, considerato uno dei principali responsabili del depistaggio di via d'Amelio, ed anche le abitazioni dell'ex Procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra. Poi sono apparsi dei funzionari di polizia che, ad anni di distanza, hanno sostenuto di aver avuto loro in mano la borsa di Borsellino. Ma dell'agenda rossa, vera scatola nera della strage, nessuna traccia.  


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L'allora capitano dei carabinieri, Giovanni Arcangioli, con in mano la borsa di Paolo Borsellino sul luogo della strage di via d'Amelio 


Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto Quotidiano, nei giorni scorsi ha scritto un articolo che condividiamo in ogni parte. 
Ha evidenziato come l'esposizione della borsa di Borsellino nella teca alla Camera è divenuta "un omaggio dello Stato che però, a saper guardare, si trasforma nel suo contrario: un impietoso atto d’accusa allo Stato, l’esposizione di un trofeo dell’antistato". Infatti "quello che c’è e si vede – la borsa – rimanda a quello che non c’è e non si può vedere – l’agenda rossa – che è stata sottratta da quella borsa da uomini dello Stato e ancora oggi, 33 anni dopo, è tenuta nascosta con i suoi segreti. Quella presenza dentro la teca evoca un’assenza. Il contenente richiama inesorabilmente il contenuto, scomparso, diventando una silenziosa ma eloquente requisitoria. 
Le reliquie dei santi sono esibite dalla Chiesa cattolica come il segno di una presenza oltre la morte, di una vittoria della collettività che è restata viva e attiva dopo il martirio. La reliquia civile della borsa trovata in via D’Amelio è invece segno di un vuoto, di una sconfitta, di una beffa alla verità. Quella teca di cristallo è il monumento al più colossale depistaggio della storia repubblicana, con cui è stata costruita una falsa pista, esibito un falso colpevole, dichiarato un movente rassicurante (solo mafia, o tutt’al più solo mafia e appalti). Attorno, volteggiano poliziotti, ufficiali dei carabinieri, agenti segreti, magistrati più fedeli a obbedienze massoniche che alla Costituzione". 
E poi ancora ha aggiunto: "I monumenti si innalzano quando si vuole chiudere una stagione, ritenere terminata una fase, dichiarare vinta una lotta per la legalità e la verità. Sulle stragi del 1992-93 non c’è niente di chiuso, nulla di terminato: la verità è una borsa vuota, esibita lì in Parlamento come una rassicurazione, mentre è un monumento al depistaggio, eterno ingrediente della storia italiana fatta di bombe e doppi giuramenti, di eserciti segreti e logge riservate, di 'deviazioni' che sono il comodo scudo per apparati che semplicemente perseguono con terribile efficacia il loro scopo d’istituto, dimenticando la Costituzione". 
Barbacetto ha ricordato come "La trattativa tra lo Stato e la mafia, l’utilizzo delle mafie da parte dello Stato, l’intreccio tra boss, neofascisti e logge restano capitoli di un libro da bruciare, da nascondere, da dimenticare come l’agenda rossa di Paolo Borsellino, malgrado la condanna definitiva per la strage di Bologna di Paolo Bellini, neofascista, amico dei boss e pedina di apparati dello Stato, sia un’ulteriore scossa contro la Grande Rimozione in corso, contro il tranquillo revisionismo che si afferma su certi giornali e in certe commissioni parlamentari". 
Tutto ciò avviene mentre "la presidente dell’Antimafia si fa ritrarre in foto con Luigi Ciavardini, in quanto detenuto che lavora per il reinserimento dei detenuti, ma anche terrorista nero condannato definitivo per la strage di Bologna (come Bellini, come Gilberto Cavallini, come Giusva Fioravanti, come Francesca Mambro). Guida la commissione parlamentare facendosi ispirare dal generale Mario Mori e mettendo in un angolo Roberto Scarpinato, che denuncia un vero e proprio 'depistaggio istituzionale'".
C'è un altro aspetto che giustamente Barbacetto ha colto nel giorno dell'ostensione della borsa. E lo ha fatto sentendo le parole della Premier Giorgia Meloni la quale, ancora una volta, ha ribadito l'origine della propria passione politica, proprio nel tempo in cui Borsellino veniva ucciso.  


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Gianni Barbacetto © Imagoeconomica


"È bello che una passione politica – di destra o di sinistra non importa – sia innescata dall’ammirazione per un grande e intelligente combattente antimafia - ha detto - Speriamo che ora seguano i fatti, dentro il governo e dentro la commissione, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che quell’ammirazione della giovane Giorgia non era per l’eroe dell’antimafia sopra le parti, ma per 'uno dei nostri', l’uomo che in gioventù era iscritto al Fuan, l’organizzazione universitaria del Msi, parte della “comunità politica” da cui Meloni si dice fiera di provenire. Se fosse così, vorrebbe dire che la memoria di Borsellino, mai uomo di parte, non è onorata, ma sequestrata". 
Ed è proprio vero. 
A poche settimane dalle commemorazioni di via d'Amelio le ultime novità riguardano l'inchiesta della Procura di Caltanissetta nei confronti del giudice Gioacchino Natoli, membro del pool antimafia di Palermo ed oggi in pensione, di Giuseppe Pignatone e del generale di corpo d’armata Stefano Screpanti, sostanzialmente accusati di aver cercato di insabbiare un filone della cosiddetta inchiesta mafia-appalti che riguardava alcuni mafiosi sospettati di avere rapporti con i vertici del gruppo Gardini. 
Un'azione che sarebbe stata condotta, secondo l'accusa, su “istigazione” dell’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco, morto ormai da tempo.
Sono stati ritrovati i brogliacci e Natoli è stato sentito per ore. E subito c'è chi dagli scranni della maggioranza spinge per sentire in Commissione antimafia proprio i magistrati nisseni. 
Ben venga se ciò vorrà dire fare un'analisi a 360° e magari far dire al Procuratore capo Salvatore De Luca cosa intendesse quando, intervistato dalla collega Maria Grazia Mazzola, ha detto che le indagini sulla destra eversiva e le stragi non sono affatto concluse.  
Noi, come tanti cittadini, torniamo a chiederci perché Cosa nostra decise di uccidere nell'arco di 57 giorni Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che in quel momento rappresentavano più di tutti la lotta alla mafia. 
E' certo che non fu solo mafia. E' certo che vi fossero mandanti e concorrenti esterni. E' certo non solo perché scritto nelle sentenze. Lo dice la logica che va oltre gli effetti speciali e le cortine fumogene. 
Come abbiamo scritto più volte in questo giornale la vicenda mafia-appalti sposta inevitabilmente l'attenzione e riduce le motivazioni delle stragi esclusivamente a interessi economici di mafiosi, imprenditori e politici della prima repubblica.  
Mette le carte a posto, allontanando lo sguardo da quei mandanti esterni che sono stati i veri fruitori politici delle stragi del 1992 e del 1993, che hanno posto le basi dell'attuale potere politico. 
Certamente siamo convinti delle gravi responsabilità di figure come il Procuratore Pietro Giammanco o Giovanni Tinebra, quest'ultimo protagonista principale di un depistaggio che è stato posto in essere un minuto dopo la strage, con la sparizione dell'agenda rossa, proseguito con il coinvolgimento “irrituale” del Sisde nelle indagini in appoggio alla Squadra Mobile guidata da Arnaldo La Barbera. 
Ma non dimentichiamo i fatti emersi nei processi, in particolare quello sulla trattativa Stato-mafia che ha messo a nudo gravissime responsabilità di Stato negli anni delle stragi. Fatti che neanche le assoluzioni possono cancellare. 

Foto di copertina © Imagoeconomica

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