di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari

Meno male che Giovanna Maggiani Chelli non c’è più. Difficilmente avrebbe sopportato ancora questi piagnistei di fronte al nuovo filone investigativo sulle stragi del ‘93 che vede indagato Mario Mori dalla Procura di Firenze. C’è chi si straccia le vesti, e chi invoca gli ispettori da mandare a Firenze: benvenuti al circo Barnum. Che non è poi tanto anomalo nel nostro disgraziato Paese. Molto facile per costoro starnazzare con tanto di grancassa del mainstream al seguito. Più difficile mettersi nei panni di una donna come Giovanna Chelli. Che 31 anni fa ha visto sua figlia Francesca rimanere invalida a seguito della strage di via dei Georgofili, dopo che il suo fidanzato Dario Capolicchio è bruciato vivo nell’eccidio, ucciso assieme all’intera famiglia Nencioni per mano della mafia e di uno Stato deviato (ma non troppo).
Di fronte allo sproloquio generale, e soprattutto per rendere giustizia in primis alla memoria di Giovanna Chelli, basta riprendere alcuni passaggi della requisitoria dei pm del processo trattativa (Antonino Di Matteo, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene). Al di là della Cassazione che ha voluto mettere una pietra tombale sul processo Stato-mafia, restano dati oggettivi sull’operato di Mario Mori nella sua lunga e variegata carriera. E alla luce della mistificazione dei fatti a cui abbiamo assistito in queste ore, vale la pena ricordarne una parte.


Negli anni di piombo

Ad una ipotetica domanda se Mario Mori avesse mai potuto fare una trattativa occulta, i magistrati rispondevano indirettamente evidenziando il suo “modus operandi” che “è stato, da sempre e per sempre, o ‘Oltre’ o ‘Contro’ le leggi e le regole”.
Contro le leggi Mori sarebbe stato “quando era ufficiale di polizia giudiziaria ed anche vent'anni prima, quando era nei Servizi segreti al Sid - sostenevano i pm - Anche in quel frangente, nei primi anni Settanta, è andato pesantemente contro le regole proprio con i due fratelli Ghiron, uno dei quali lo ritroviamo quando Vito Ciancimino deve chiedere il passaporto. Una trattativa che aveva la richiesta di un sostegno politico e mandanti politici per la conservazione del potere. Una trattativa per cui servivano gli uomini delle operazioni occulte, come Ghiron. Uomini che venti anni prima avevano lavorato per Mori in maniera occulta”. “Una relazione di carattere occulto, strana - continuavano - Giorgio e Gianfranco Ghiron lavoravano con i Servizi italiani e non da anni e non c’era motivo per non scriverlo. Ma questa era un’attività clandestina. Che prosegue con Giorgio Ghiron anche dopo che Mori viene cacciato dai Servizi”.
La ricostruzione del pm traeva spunto dalla precedente deposizione del colonnello Massimo Giraudo. Che, nel corso della sua carriera, si era sempre occupato di determinate vicende, indagando su terrorismo nero, massonerie deviate e servizi di sicurezza. “E’ grazie alle sue indagini e a quelle dei colleghi se c’è una sentenza sulla strategia della tensione degli anni Settanta, quella di Piazza della Loggia - proseguivano - Un’indagine, quella condotta da questo ufficio, che ha portato a risultati inimmaginabili”.


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Giovanna Maggiani Chelli © Bramo Sestini


La patente di copertura di Mori

Secondo la ricostruzione del pm la prima “anomalia” si sarebbe verificata quando Mori ha assunto il comando di una Compagnia del IV Battaglione carabinieri di Padova, per poi essere destinato alla tenenza di Villafranca di Verona, nel 1969 (l’anno della strage di Piazza Fontana e prima del Golpe Borghese), sempre come comandante. “In quella tenenza - sottolineava l'accusa - lui ha l’assegnazione del comando Ftase (Comando delle forze terrestri alleate del Sud Europa) e gli viene affidato il Nos al massimo livello (nulla osta di segretezza, il documento che attesta che un soggetto, sia esso militare o civile, ha le credenziali di sicurezza per svolgere determinate funzioni, tra cui l’analisi e la visione dei documenti coperti di segreto militare). Giraudo disse che mai era stato riconosciuto ad un giovane carabiniere come era Mori all’epoca”.
Successivamente Mori entra a far parte del Sid (Servizio Informazioni difesa, ex Sismi, attuale Aise, ndr), fortemente voluto da Vito Miceli e Federico Marzollo. “Appena arriva al Sid - proseguiva - le sue mansioni sono tutt’altro che amministrative. Sono mansioni operative. Abbiamo trovato anche la concessione di un encomio solenne per le attività di Mori contro il terrorismo palestinese nel ‘73. Ai Servizi abbiamo trovato anche la patente di copertura di Mori per le operazioni in servizio. La patente è di Giancarlo Amici”.


La Rosa dei Venti

Proseguendo la discussione il pm dell'accusa evidenziava che “dopo poche settimane dall’encomio a Mori c’è un cambiamento totale e anomalo. Nel novembre del ’74 il giudice istruttore Tamburino, che istruiva il processo sulla Rosa dei Venti, arresta Miceli e perquisisce l’abitazione di Marzollo. Quell’asse viene travolto dalle indagini sulla Rosa dei Venti, ovvero quell’organizzazione il cui scopo era un mutamento istituzionale in funzione anticomunista attraverso un colpo di stato alimentato dalle bombe del ‘74 (Italicus e piazza della Loggia)”. Non solo. Dalle indagini di Tamburino emergeva che nello stesso anno a una riunione dei neo fascisti per riorganizzare l’estrema destra Mori sarebbe stato riconosciuto da uno dei partecipanti. La ricostruzione dei pm era stata puntuale e dettagliata: “Tamburino chiede al Sid di avere una foto di Mori. Non ne chiede altre, ma un’unica foto di Mori. A Padova uno degli arrestati dell’operazione Rosa dei Venti, Amos Spiazzi, aveva iniziato a rendere dichiarazioni e Tamburino gli stava mostrando delle fotografie. Amos Spiazzi ha detto che dal Sid gli era arrivato un comando di attivazione perché stava per iniziare il colpo di Stato”.


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Strage dei Georgofili


“Quella foto di Mori non venne mai mostrata ad Amos Spiazzi - proseguiva il pm dell'accusa- Abbiamo mandato Giraudo a cercare negli archivi dei tribunali di Roma, l’ha trovata chiusa e sigillata. Tamburino chiede la foto, la Procura generale della Cassazione gli toglie l’indagine per competenza e la sposta a Roma. Tamburino manda gli atti a Roma e da quel momento l’indagine sulla Rosa dei Venti viene riunita con quella sul Golpe Borghese e a Roma nessuno mostra la foto di Mori ad Amos Spiazzi”.


L’allontanamento dal Sid

Certo è che nel gennaio 1975 la situazione di Mori cambia. “Mentre la foto è in viaggio inutilmente verso Padova - spiegavano i magistrati nella discussione -, il generale Maletti scrive al nuovo direttore del Sid Casardi avanzando la richiesta anomala di allontanare Mori dal Sid nel più breve tempo possibile e anche dopo, quando non apparterrà più ai servizi, bisogna tenerlo lontano dalla città di Roma”.
“La motivazione apparente di questo allontanamento è per ‘intemperanze caratteriali’ e si crea un corto circuito istituzionale - aveva aggiunto il sostituto procuratore -. Quando un ufficiale esce dai Servizi non è più possibile mettere becco, c’è un’ingerenza. Nonostante l’anomalia succede che dopo 20 giorni Mori viene messo agli uffici amministrativi e poi, il 9 gennaio 1975, il Servizio scrive all’Arma chiedendo di tenere Mori lontano da Roma. L’Arma ottempera con la designazione al nucleo di Napoli e riscrive a sua volta al Servizio confermando lo spostamento”.
Successivamente ci sono diversi tentativi di far tornare Mori nella Capitale, un’azione che per i pm “dimostra che c’era un fronte che voleva a tutti i costi Mori a Roma”. Il vero motivo per cui sarebbe stato allontanato dai Servizi, però, si evincerebbe da un altro documento. “In una lettera - evidenziavano ancora - il generale Guiducci vuole che torni a Roma e scrive che lo stesso era stato allontanato a seguito della istruttoria sulle trame nere”. E quando sarà l’Arma a chiedere lo spostamento il Servizio risponderà: “No Mori a Roma fino alla fine del processo Borghese”. E si aggiunge: “Come disposto dal gen. Romeo”.


piazza loggia da wikipedia freecopy

Strage piazza della Loggia


L’allontanamento dalla Capitale termina quindi il 17 marzo del 1978 quando Mori viene trasferito a Roma a dirigere il reparto investigativo che si sarebbe occupato del rapimento Moro alle dipendenze di due ufficiali Cornacchia e Siracusano (i cui nomi furono trovati negli elenchi P2).
Dalle indagini della Procura di Palermo era persino emerso che Mori, anche dopo l’allontanamento, assieme a Miceli e Ghiron sarebbe stato autore di “una manovra posta in essere per pilotare una perizia a favore della sua cordata per il processo Rosa dei Venti-Borghese”.
In alcune carte dattiloscritte non firmate che facevano riferimento al contributo dichiarativo della fonte Gian, criptonimo di un ufficiale dei carabinieri di nome Giancarlo Servolini (oggi deceduto) si faceva riferimento alla manovra. “Servolini - spiegavano - dice che è volta a incidere sulla conclusione del processo di Roma ed è portata avanti da due gruppi uno militare (Mori, Marzollo e Venturi) e un gruppo di civili (Ghiron, Taddei e Giraldi)”. Ancora i pm sottolineavano come “nella prima acquisizione del documento di Servolini, in un primo momento mancava la pagina 2 che doveva riguardare Mori. In effetti dopo averla trovata si legge che Mori collaborava coi due per inquinare le prove e Ghiron viene definito uomo al servizio del capitano Mori”. Nel documento è scritto anche che la manovra per aiutare alcuni imputati era passata anche attraverso un’iniziativa giornalistica. “Servolini - spiegava il pm - scrive che il solito gruppo (Mori, Marzollo e Venturi) si era servito di un rapporto stretto con 'OP' di Mino Pecorelli per raggiungere lo stesso risultato”.


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Strage di piazza Fontana


Rapporti Mori-P2

Altro tema affrontato nella requisitoria riguardava il “rapporto diretto provato tra Mori e la P2 di Gelli”. A dimostrazione di ciò, secondo l’accusa ci sarebbero state prove dichiarative e documentali. Per quanto riguarda le prime aveva fatto riferimento ai verbali di Mauro Venturi del 2013. “Venturi - spiegavano - dice che negli anni del Sid lavorava nello stesso ufficio di Mori ed ebbe la proposta da quest’ultimo di essere presentato a Gelli per essere iscritto nella P2 in una lista riservata dove Mori era iscritto”. Sempre Venturi aveva parlato del rapporto tra Mori e Pecorelli con il primo che si sarebbe servito dei materiali di “OP” per far circolare degli anonimi.
C’è poi il verbale del 1975 in cui Gianfranco Ghiron rispose alle domande del giudice istruttore di Brescia che stava indagando sull'estremismo di destra un anno dopo la bomba di piazza della Loggia. In quel verbale Ghiron parlava di una fonte, Amedeo Vecchiotti, nome in codice “Piero”, estremista di destra che si trovava in carcere. Ghiron avrebbe messo in contatto quest'ultimo con Mori. E nel '74 avrebbe ricevuto un bigliettino da “Piero” in cui veniva avvertito che la settimana successiva Licio Gelli (nel bigliettino è scritto Gerli, ndr) sarebbe partito per la Francia per poi proseguire verso l'Argentina in quanto qualcuno lo aveva avvisato dell'arrivo di un mandato di cattura nei suoi riguardi.
Di questo Ghiron avrebbe dovuto avvisare il “dottor Amici” ovvero il nome in codice di Mori. “Questa informazione che Gelli sta per scappare - sostenevano i magistrati - non deve essere data a Mori perché eviti la latitanza di Gelli, ma perché Mori valutasse insieme al Vito Miceli se in quel momento preciso la latitanza di Gelli convenisse o no. Se non vi conviene, fermatelo. E’ l’eterna logica di Mori. La doppia logica di Mori con ragioni di convenienza politica e di gestione del potere”. L’assoluzione in Cassazione al processo sulla trattativa rappresenta per Mario Mori una sorta di viatico. Assolto, non c’è altro da dire, se non rimarcare la presunzione di innocenza in eventuali altri filoni investigativi, smettetela di infierire. Ma è probabilmente su quella “doppia logica” e sulla sua “gestione del potere” che la Procura di Firenze intende invece fare chiarezza.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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